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Anno 36

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Anno di Cristo XXXVI. Indizione IX.
Pietro Apostolo papa 8
Tiberio imperadore 23.


Consoli


Sesto Papinio Allenio e Quinto Plautio


Non è ben chiaro, se Lucio Vitellio, fabbricato un ponte sull’Eufrate, coll’esercito romano passasse in questo o nel precedente anno in Mesopotamia. Certo è bensì che passò, e all’arrivo suo i primati de’ Parti si scoprirono allora alienati dall’ossequio verso del re Artabano1, e congiunsero le loro armi coi Romani. Trovavasi con Vitellio anche Tiridate, parente del defunto re Fraate. Veduta così bella disposizion dei Parti in suo favore, per consiglio di Vitellio, prese il cammino alla volta di Seleucia, città potente, che gli aprì con gran festa le porte, ed Artabano, veggendosi abbandonato de’ suoi, se ne fuggì. Intanto Vitellio, contento di aver fatta la sua sparata con far conoscere a que’ popoli la possanza romana, e credendo già assicurato il regno a Tiridate, se ne tornò colle sue legioni in Soria. Fu coronato Tiridate in Ctesifonte, capitale del regno dei Parti. S’egli avesse proseguito il corso di sua fortuna con visitar tutto il paese, e ridurre chiunque titubava alla [p. 106]sua fede, interamente il regno sarebbe stato di lui. Ma essendosi egli impegnato nell’assedio di un castello, dove Artabano avea ridotto il tesoro e le concubine sue, alcuni di que’ grandi, che non erano intervenuti alla coronazione o per paura di Tiridate, o per invidia che portavano ad Abdagese, ministro favorito di lui, andarono a trovar Artabano per rimetterlo sul trono. S’era questi ritirato nell’Ircania, dove da povero uomo vivea, guadagnandosi il vitto con la caccia. Credette egli a tutta prima che fossero venuti costoro per assassinarlo. Rassicurato da essi, e presa seco una mano di Sciti, si mise con loro in cammino, e trovata la gente che senza difficoltà tornava alla sua divozione, ingrossato di forze, s’indirizzò verso Seleucia. Stette in forse Tiridate, se dovea andargli incontro per dargli battaglia. Prevalse l’opinion dei dappoco, il primo de’ quali era il medesimo Tiridate; e però egli si ridusse in Soria, con isperanza che l’esercito romano avesse da prestargli aiuto per ricuperare il perduto regno, di cui con tutta facilità Artabano ripigliò il possesso. Vitellio non volle altro impegno, ed all’incontro Artabano diventò più che mai orgoglioso, e poco mancò che non portasse la guerra nel territorio romano. Non è inverisimile, che questo fosse il tempo in cui egli scrisse una lettera di fuoco a Tiberio2, rinfacciandogli la sua crudeltà, la vergognosa libidine e la poltroneria, ed esortandolo ad appagar prontamente l’odio universale e giustissimo de’ popoli con darsi la morte da sè medesimo.

Due disavventure afflissero Roma nell’anno presente, cioè una fiera inondazione del Tevere, per cagione di cui in molte parti della città fu necessario l’andar colle barche, e un incendio che guastò gran copia di case nel monte Aventino e la metà del Circo3. Tiberio in questa occasione, dimenticata [p. 107 modifica]l’innata sua avarizia, sovvenne con abbondanza d’oro al bisogno di chiunque avea patito. Che per altro amava Tiberio di conservare e d’accrescere il suo tesoro, nè si sa che egli lasciasse alcuna fabbrica insigne, fuorchè il tempio innalzato ad Augusto, e la scena del teatro Pompeo. E neppur queste, se crediamo a Svetonio, le perfezionò. Non passò l’anno presente, senza che si vedessero le usate scene delle accuse e della crudeltà di Tiberio contra de’ nobili. Cajo Galba, già console e fratello di chi fu dipoi imperadore, due Blesi ed Emilia Lepida prevennero, con darsi la morte, i colpi del carnefice. Vibuleno Agrippa, cavalier romano, accusato, prese in faccia del senato il veleno che portava in un anello. Caduto a terra moribondo, e strascinato alle carceri, fu quivi frettolosamente strozzato per occupargli i beni. Tigrane, già re dell’Armenia4, e nipote del fu Erode re della Giudea, detenuto allora in Roma, ed accusato, finì anch’egli i suoi giorni per mano del pubblico ministro. Trattenevasi in Roma allora anche suo fratello Agrippa, ed avea contratta una famigliarità sì grande con Cajo Caligola, nipote per adozion di Tiberio, che pareano due fratelli. Racconta Giuseppe storico, che essendo un dì amendue a divertirsi condotti in un cocchio, Agrippa per adular Cajo gli disse, essere ben tempo che quel vecchio di Tiberio cedesse il luogo a lui, perchè allora tornerebbe la felicità in Roma. Furono ascoltate queste parole da Eutico liberto d’Agrippa, che gli serviva di carrozziere; e perciocchè costui, per aver fatto un furto al padrone, fu imprigionato, allora si lasciò intendere d’aver qualche cosa da rivelare attinente alla conservazion della vita dell’imperatore. Fu perciò inviato a Capri, dove era Tiberio, e tenuto un pezzo nelle catene senza esaminarlo. Lo stesso Agrippa stoltamente tanto sì adoperò, che Tiberio [p. 108]trovandosi nel settembre di questo anno a Tuscolo, oggidì Frascati, vicino a Roma, fece venir Eutico, il quale alla presenza d’Agrippa rivelò quanto avea udito nel giorno suddetto. Ordinò immantinente Tiberio a Macrone capitan delle guardie di far incatenare Agrippa, a cui non valsero nè le negative, nè le suppliche per esentarsi da quell’obbrobrio. Stette egli nelle carceri tanto che Tiberio finì di vivere, ed allora ne uscì, siccome vedremo fra poco5. Un augurio della morte d’esso Tiberio fu dai superstiziosi Romani creduta quella di Trasullo, succeduta nell’anno presente6. Costui era il più favorito astrologo ed indovino che si avesse Tiberio; imperciocchè oltre modo si dilettò questo imperadore della strologia giudicaria, arte piena di vanità e d’imposture, che egli stesso condannava in casa altrui. E quantunque scrivano Tacito, Svetonio e Dione, che Tiberio, per mezzo di essa, predicesse a Galba il suo corto imperio, e la morte del giovinetto Tiberio suo nipote per ordine di Caligola, e ch’egli sapesse ciò che doveva avvenire a sè stesso in cadauna giornata: simili racconti più sicuro è il crederli dicerie del volgo. Allorchè Tiberio stette come esiliato in Rodi, studiò forte quest’arte, che in que’ tempi era spacciata dai Caldei dappertutto. Quanti professori capitavano a Rodi, Tiberio, accompagnato da un solo robusto liberto, li conduceva in un alto scoglio, e metteali alla prova d’indovinargli il passato o l’avvenire. Se non ci coglievano, dal liberto erano precipitati in mare, senza che alcuno ne avesse contezza. Trasullo capitato colà, fu menato da Tiberio in que’ dirupi, e gli predisse l’imperio; ma soggiungendo Tiberio che gli sapesse dire anche l’anno e il giorno della propria natività, s’imbrogliò l’indovino, e confessò tremando di non saperlo, ma che ben sapea d’essere imminente la propria morte. Tra [p. 109 modifica]per la buona nuova dell’imperio, e la conoscenza del pericolo in cui si trovava costui, Tiberio l’abbracciò, e il tenne dipoi sempre in sua corte. Perchè la morte di costui facesse credere vicina quella di Tiberio, qualche predizione di cui si dovea essere intesa.


Note

  1. Tacitus, lib. 6, c. 42.
  2. Sueton., in Tiber. cap. 66.
  3. Tacitus, lib. 6, cap. 45. Dio., lib. 58.
  4. Tacitus, lib. 6, c. 40. Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 18.
  5. Dio., lib. 58.
  6. Tacit., lib. 6, cap. 21.