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Anno 226

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Anno di Cristo CCXXVI. Indizione IV.
URBANO papa 5.
ALESSANDRO imperadore 5.
Consoli

MARCO AURELIO SEVERO ALESSANDRO AUGUSTO per la seconda volta e LUCIO AUFIDIO MARCELLO anch’egli per la seconda.

Il Relando1940, il Bianchini1941 e il padre Stampa1942 chiamano il secondo console Caio Marcello Quintiliano per la seconda volta, fidandosi di una iscrizione pubblicata dal Gudio. Dispiacemi sempre di dovere ripetere che le merci gudiane son dubbiose, nè possono prestar sicuro fondamento alla erudizione. Una iscrizione stampata dal marchese Maffei1943, e da me riferita nella mia Raccolta1944, benchè corrosa, vo io credendo che ci abbia conservato il vero nome di esso console. Tutti i fasti e varie leggi ci danno Marcello console in quest’anno. S’egli avesse portato il cognome di Quintiliano, non Marcello, ma Quintiliano lo avrebbono appellato gli antichi. Miriamo ora l’Augusto Alessandro nella vita civile. Mirabil cosa fu il vedere com’egli odiasse il fasto, e quasi dimentico del sublime suo grado, amasse di uguagliarsi a’ suoi cittadini. Spesso andava ai pubblici bagni a lavarsi dove concorreva anche il resto del popolo; e nel suo palazzo si facea servire unicamente dai suoi servi. A chiunque dimandava udienza, e a chi de’ nobili di buona fama veniva per salutarlo, era sempre la porta aperta; nè voleva egli che s’inginocchiassero davanti a lui, come dianzi esigeva il vanissimo Elagabalo, ma che gli facessero quello stesso saluto che si usava co’ senatori, chiamandolo col proprio nome, e senza nè pur chinare il capo. Il fare altrimenti veniva da lui interpretato per adulazione, e metteva in burla chi faceva troppi complimenti o eccedeva in ossequio. Talvolta ancora licenziò in collera taluno di questi falsi adoratori. Per la stessa ragione non potea soffrire, e teneva per una pazzia, coll’esempio di Pescennio Negro, l’ascoltar poeti ed oratori che facessero il di lui panegirico. Volentieri bensì porgea le orecchie a coloro che contavano i fatti degli uomini illustri1945, e sopra tutti di Alessandro il Macedone, de’ buoni imperadori e de’ famosi Romani. Vietò il dare a lui il titolo di Signore, ed ordinò che si scrivesse alla sua persona come si faceva ai particolari, colla giunta del solo nome d’Imperadore, cioè, come già si stilava ne’ tempi di Cicerone. Fece pubblicare che non entrasse a salutarlo chi sapeva di non essere innocente. Specialmente ciò era detto per gli ministri e nobili ladri. La maniera di trattar co’ suoi amici era di molta familiarità e franchezza, pregandoli sempre di sedere presso di sè: il che indispensabilmente praticava coi senatori. Quanta fosse le sua moderazione, principalmente si riconosceva nelle udienze, perchè si [p. 781 modifica]mostrava cortese ed affabile verso di ognuno. Niuno partiva da lui malcontento, nè passava mai giorno senza che egli facesse qualche atto di bontà. Ed ammalandosi chi era amato da lui, ancorchè di basso ordine, amorevolmente andava a visitarlo. Perchè poi Mammea la madre e Memmia sua moglie gli dicevano che quella tanta cortesia esponeva allo sprezzo la sublime sua dignità: Può essere, rispondeva, ma certo la rende più sicura e di maggior durata. Alcuni de’ suoi più cari obbligava a venire a pranzo con lui; e di chi non veniva, dimandava conto con bella grazia. Tanto alla tavola che alle udienze si trovava sempre di buon umore, e non mai in collera; e diceva le sue burle, ma senza punture. Esigeva che gli amici gli dicessero liberamente il lor sentimento; e dicendolo, gli ascoltava con attenzione, correggendo poscia proprii i difetti. Colla stessa libertà diceva anch’egli dov’essi mancavano; e ciò non mai con fasto ed asprezza. Il suo vestire era semplice e modesto, senza oro e senza perle, imitando in ciò la moderazion di Severo, ed abborrendo la vanità di Elagabalo, che voleva guernite di perle infino le scarpe. Soleano essere gli abiti suoi di color bianco, e non di seta, che costava allora assaissimo. Dicea che le gemme convenivano solo alle donne; e che le stesse donne, senza eccettuarne l’imperadrice, doveano essere contente di poche. Avendo un ambasciador d’Oriente donate due perle di mirabil grossezza e bellezza all’Augusta sua moglie, cercò di venderle; e perchè non si trovò compratore, ne formò due orecchini alla statua di Venere, con dire che l’imperadrice darebbe troppo cattivo esempio portando addosso cose di tanto prezzo. Con questo esempio arrivò egli a correggere il lusso degli uomini, siccome anche l’Augusta consorte quello delle donne. Fece inoltre Alessandro ristorar molte fabbriche di Traiano, ma con rimettere dappertutto il nome di esso primo autore. Quanto affetto poi egli sempre ebbe ai buoni, altrettanto odio, o, per dir meglio, abborrimento, portava ai cattivi. Un certo Settimio, che scrisse la vita di questo impareggiabile Augusto, attestava che egli specialmente si sentiva tutto commovere, e s’infiammava in volto, incontrandosi in giudici che fossero in concetto di ladri. Accadde che un Settimio Arabino, senatore famoso per sì fatto vizio, e liberato sotto Elagabalo, comparve un dì con gli altri a salutarlo. O dii immortali! gridò allora Alessandro, Arabino non solamente vive, ma vien anche in senato! Spera forse costui da me un buon trattamento? Mi dee ben egli tenere per un pazzo e scimunito. Non vi era parente o amico ch’egli potesse tollerare, se si lasciavano trasportare ad azioni disonorate, e massimamente se per interesse vendevano la giustizia, riguardando egli costoro come i più perniciosi nimici del pubblico. Però li faceva processare e punire: o se pur s’induceva a far loro la grazia, la godevano con patto che si ritirassero; perchè, siccome egli diceva, a lui più cara era la repubblica che qualsivoglia privata persona. Così ad un suo segretario, perchè portò al consiglio il sommario falso di un processo, egli fece tagliare i nervi delle dita, acciocchè più non potesse scrivere, e relegollo in un’isola. Venne in mente ad un nobile, altre volte processato per le sue mani poco nette, di farsi raccomandar caldamente da alcuni re o principi stranieri che erano alla corte, per ottenere una carica militare. Tali furono le loro istanze, che l’Augusto Alessandro non seppe negar la grazia. Ma da lì innanzi tenne così ben gli occhi addosso a costui, che fra poco si scoprì una sua ruberia. Fece egli esaminar lo affare in presenza di que’ medesimi principi, tuttavia dimoranti in Roma, e il reo fu convinto e confesso. Dimandò allora a que’ principi che gastigo si desse nel loro paese a sì fatte persone: La croce, risposero essi; ed in effetto, per sentenza [p. 783 modifica]de’ suoi medesimi protettori, fu colui condannato alla croce, senza che alcuno si potesse lagnare del rigor di Alessandro. E non è già che questo buon imperadore non fosse inclinato alla clemenza. Certamente niun senatore a’ tempi suoi, benchè delinquente, perdè la vita; ed egli incaricava i giudici di procedere il più di rado che si potesse contra dei rei alla pena della morte e al confisco dei beni. Ma, premendogli il pubblico bene, voleva che la giustizia avesse il luogo nei casi bisognosi di esempio. E perchè Erodiano1946 scrive che il suo imperio fu senza sangue, Lampridio1947 ragionevolmente lo interpreta de’ soli senatori; e tanto più attestando il medesimo Erodiano, che a niuno sotto di lui fu levata la vita, senza essere stato prima conosciuto giuridicamente dai tribunali il suo delitto, ed emanata la condanna.