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era di veder combattimenti di pernici e di altri piccioli animaletti. Una sola, per altro innocente, particolarità di lui parve strana, cioè ch’egli sommamente si dilettò di aver nel suo palazzo varie uccelliere di fagiani, paoni, galline, anitre e pernici, e spezialmente di colombi, dicendosi che ne nudrisse fin venti mila. Dopo le applicazioni si ricreava in veder questi volatili; ed affinchè non gli fosse attribuito a scialacquamento, tenea dei servi, che colle nova, coi polli e coi piccioni cavavano tanto da far le spese a tanto uccellame. Ma qui non è finito il ritratto di questo buon imperadore. Il resto lo riserbo all’anno seguente, giacchè il pacifico felice stato dell’imperio romano in que’ tempi non somministra avvenimento alcuno alla storia.




Anno di Cristo CCXXVI. Indizione IV.
URBANO papa 5.
ALESSANDRO imperadore 5.

Consoli

MARCO AURELIO SEVERO ALESSANDRO AUGUSTO per la seconda volta e LUCIO AUFIDIO MARCELLO anch’egli per la seconda.

Il Relando1940, il Bianchini1941 e il padre Stampa1942 chiamano il secondo console Caio Marcello Quintiliano per la seconda volta, fidandosi di una iscrizione pubblicata dal Gudio. Dispiacemi sempre di dovere ripetere che le merci gudiane son dubbiose, nè possono prestar sicuro fondamento alla erudizione. Una iscrizione stampata dal marchese Maffei1943, e da me riferita nella mia Raccolta1944, benchè corrosa, vo io credendo che ci abbia conservato il vero nome di esso console. Tutti i fasti e varie leggi ci danno Marcello console in quest’anno. S’egli avesse portato il cognome di Quintiliano, non Marcello, ma Quintiliano lo avrebbono appellato gli antichi. Miriamo ora l’Augusto Alessandro nella vita civile. Mirabil cosa fu il vedere com’egli odiasse il fasto, e quasi dimentico del sublime suo grado, amasse di uguagliarsi a’ suoi cittadini. Spesso andava ai pubblici bagni a lavarsi dove concorreva anche il resto del popolo; e nel suo palazzo si facea servire unicamente dai suoi servi. A chiunque dimandava udienza, e a chi de’ nobili di buona fama veniva per salutarlo, era sempre la porta aperta; nè voleva egli che s’inginocchiassero davanti a lui, come dianzi esigeva il vanissimo Elagabalo, ma che gli facessero quello stesso saluto che si usava co’ senatori, chiamandolo col proprio nome, e senza nè pur chinare il capo. Il fare altrimenti veniva da lui interpretato per adulazione, e metteva in burla chi faceva troppi complimenti o eccedeva in ossequio. Talvolta ancora licenziò in collera taluno di questi falsi adoratori. Per la stessa ragione non potea soffrire, e teneva per una pazzia, coll’esempio di Pescennio Negro, l’ascoltar poeti ed oratori che facessero il di lui panegirico. Volentieri bensì porgea le orecchie a coloro che contavano i fatti degli uomini illustri1945, e sopra tutti di Alessandro il Macedone, de’ buoni imperadori e de’ famosi Romani. Vietò il dare a lui il titolo di Signore, ed ordinò che si scrivesse alla sua persona come si faceva ai particolari, colla giunta del solo nome d’Imperadore, cioè, come già si stilava ne’ tempi di Cicerone. Fece pubblicare che non entrasse a salutarlo chi sapeva di non essere innocente. Specialmente ciò era detto per gli ministri e nobili ladri. La maniera di trattar co’ suoi amici era di molta familiarità e franchezza, pregandoli sempre di sedere presso di sè: il che indispensabilmente praticava coi senatori. Quanta fosse le sua moderazione, principalmente si riconosceva nelle udienze, perchè si