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Anno 200

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Anno di Cristo CC. Indizione VIII.
ZEFIRINO papa 4.
SETTIMIO SEVERO imperad. 8.
CARACALLA imperadore 3.
Consoli

TIBERIO CLAUDIO SEVERO e CAJO AUFIDIO VITTORINO.

Una bella iscrizione si vede in Roma, scoperta negli anni addietro, e da me rapportata nella mia Raccolta1674. Fu essa dedicata nel primo dì di aprile, SEVERO ET VICTORINO COS., cioè nell’anno presente, da una compagnia di soldati ritornata dalla spedizione contro i Parti, per la salute, per l’andare e ritornare, e per la vittoria degl’imperadori Severo, il qual si chiama dotato della podestà tribunizia VIII, ed imperadore per l’undecima volta, e di Marco Aurelio Antonino cioè Caracalla, al quale si attribuisce la Podestà Tribunizia III. Dal che apparisce che prima delle calende dell’anno 198, Caracalla avea conseguita la podestà tribunizia. Fu di parere il Petavio, seguitato dal Mezzabarba 1675 e dal Bianchini, che in quest’anno si facesse la guerra partica, e succedesse ora solamente la presa di Seleucia, Babilonia e Ctesifonte. E veramente rapporta esso Mezzabarba monete, dove si legge VICTORIA PARTHICA MAXIMA, da lui credute spettanti a questo anno. Ma, oltre all’osservarsi che alcune di esse possono appartenere anche agli anni precedenti, perchè accompagnate dal numero della podestà tribunizia, conviene avvertire che non nelle sole monete dell’anno, in cui succedeano le vittorie degli imperadori, si truova menzione delle medesime vittorie, ma in alcune ancora degli anni susseguenti, e però non si può far capitale di sì fatta nozione. All’incontro a dimostrare che prima di quest’anno succedessero le imprese suddette contra de’ Parti, bastar dovrebbe l’osservare che Severo anche nel precedente anno era Imperadore per l’undecima volta, e nel presente non più che tale comparisce nelle monete: laonde non è da credere che a quest’anno sia da riferir la guerra e la vittoria riportata contra dei Parti. Ma e che operò Severo in Oriente in questi tempi? Noi non troviamo che oscurità. A me dunque sia lecito di riferir qui ciò che forse non disconviene al presente anno. Una delle applicazioni di Severo1676, allorchè andava girando per le città d’Oriente, era d’indagare chiunque fosse stato amico o parziale di Pescennio Negro, tanto tempo prima ucciso, sempre con la mira d’occupar le loro sostanze: perchè in ciò non si dava mai posa la di lui avarizia. Dico ciò, seguitando Sparziano1677, che per altro Dione1678 storico più fidato attesta, non aver Severo fatto ammazzare alcuno per avidità della roba loro. Certo è che in questi tempi molte persone, accusate della parzialità suddetta, furono da lui private di vita, graspugliando egli dopo la vendemmia, come dice Tertulliano 1679. Plauziano, prefetto del pretorio, della cui malvagità parleremo fra poco, o era l’autore di tutte queste iniquità, o almeno andava maggiormente attizzando alla crudeltà Severo; e verisimilmente le stesse ricerche non si ometteano in Roma e nelle provincie europee1680. Raccontasi, che mentre si facea cotal persecuzione ai partigiani di Negro e di Albino, per la quale diceva Severo ai suoi figliuoli di liberarli dai nemici; il giovine Caracalla ne mostrava piacere ed aggiugneva, doversi anche far morire i figli di costoro. Allora Geta, minor suo fratello, dimandò se costoro aveano de’ parenti. Molti, rispose Severo. E Geta: Molti ancora avremo che ci odieranno. Poi voltatosi a Caracalla, gli disse: Se voi non perdonate a chi [p. 683 modifica]che sia, potrete benanco ammazzar vostro fratello; il che fu una predizione di quel che poscia avvenne. Notò il padre queste savie parole del fanciullo, e gli piacquero; ma profittar non seppe per la prepotenza del suddetto Plauziano e di Giuvenale prefetti del pretorio, intenti troppo a far buona borsa colle altrui calamità. Perderono ancora molti la vita, accusati di aver interrogato gl’indovini caldei intorno alla salute degl’imperadori. A quest’anno scrive Eusebio1681, che furono fabbricate in Antiochia e in Roma le Terme di Severo Augusto e il Settizonio. Sparziano1682 non parla se non delle Terme romane e del Settizonio, fabbrica di gran magnificenza, intorno al sito e all’impiego della quale disputano tuttavia gli eruditi, credendolo alcuni un mausoleo, ed altri un edifizio ad uso civile.