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Anno 140

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Anno di Cristo CXL. Indizione VIII.
IGINO papa 3.
ANTONINO PIO imperadore 3.
Consoli

TITO ELIO ADRIANO ANTONINO PIO AUGUSTO per la terza volta e MARCO ELIO AURELIO VERO CESARE.

Siccome il regno di Antonino Pio fu regno tutto di pace, perchè quest’ottimo principe, privo d’ambizione e nulla sitibondo della gloria vana, unicamente attese a rendere felici i suoi popoli: mestiere che dovrebbe essere quello di tutti i regnanti: così la di lui vita non ci somministra varietà d’azioni da poter empiere gli anni del suo lungo imperio. Oltre di che son perite le antiche storie, che parlavano de’ fatti di lui, nè altro ci resta, che la breve sua vita scritta da Giulio Capitolino, mancante di quel filo ch’è necessario per riferir cronologicamente anno per anno le di lui imprese. Sia pertanto ora a me lecito di riportar qui il ritratto di questo insigne Augusto, che anche il Tillemont1075 raccolse da esso Capitolino1076, dai libri di Marco Aurelio1077 suo figliuolo adottivo, da Dione1078, e da altri pochi rimasugli dell’antichità. Fu Antonino Pio provveduto dalla natura di un corpo di alta statura e ben fatto, con volto maestoso e insieme dolce, con voce grata ad udirla; allegro nella conversazione, ma senza eccesso; buon economo del suo, e insieme liberale e magnifico alle occorrenze, con dilettarsi molto di stare alla campagna, dove facea fruttare i suoi beni, e solea divertirsi colla caccia e colla pesca, e in città coll’intervenire alle commedie e buffonerie degl’istrioni. Studioso della sobrietà, anche giunto all’imperio, sempre la conservò, contento de’ cibi ordinari, senza cercarne de’ rari e senza lusso: con che visse molto, senza bisogno di medici nè di rimedi. I suoi conviti o pubblici, o privati erano per lo più conditi dai discorsi de’ suoi commensali amici, andando anch’egli talvolta a pranzare in casa loro con tutta confidenza. Usava1079 la mattina di ammettere alcuno all’udienza, di mangiare un tozzo di pan secco, per aver lena agli affari, nei quali sempre si dimostrò applicato e indefesso. Compiacevasi ancora di andar come persona privata alle vendemmie [p. 491 modifica]co’ suoi amici; divertimento carissimo agli antichi Romani. Anche imperadore usò abiti dimessi, senza curarsi di ornar molto il corpo, ma neppur mostrandosi dimentico della polizia e del decoro. Era, dissi, indefesso negli affari e tuttochè patisse di quando in quando delle micranie, pure appena le avea scrollate, che tornava più vigoroso di prima alle applicazioni. Quotidiane erano queste, perchè non meno de’ saggi padri di famiglia, che continuamente studiano il bene della lor casa, anch’egli, come se la repubblica fosse la casa di lui propria, senza mai darsi posa, ne procurava i vantaggi, vegliava alla sua difesa, e rimediava ai disordini e bisogni. Esatto anche nelle minime cose (del che fu deriso da alcuni, e spezialmente nella sua satira da Giuliano Apostata), con gran calma1080, e senza fermarsi alle apparenze, esaminava a fondo le cose, i costumi degli uomini e le ragioni; ma nulla spediva degli affari, senza aver prima raccolti i pareri di saggi amici e di dotti consiglieri. Presa poi con maturità una risoluzione, costante e fermo era nel volerne l’esecuzione. Tanto nel rallegrare il popolo con degli spettacoli e con de’ congiari, quanto nelle fabbriche e in altre azioni di piacere e d’ornamento del pubblico, non cercava punto con vanità gli applausi del popolo, siccome nè pur si metteva pensiero dei di lui sregolati giudizii. Facea del bene per far del bene, e non per sete di lode; e però gli adulatori alla di lui presenza perdeano la voce. Nè, come Adriano, avea egli gelosia di chi più di lui compariva eccellente nell’eloquenza, nella conoscenza delle leggi, o in altre arti e scienze, anzi tanto più onorava questi tali e cedeva loro con piacere. Trovasi sopra tutto lodato in lui l’amore della religione: falsa religione bensì, ma in cui per sua disavventura egli era nato. Al contrario ancora di Adriano, si provò sempre in lui stabilità nelle amicizie: frutto nondimeno del non aver egli ammesso al grado di suoi confidenti ed amici, se non persone di gran merito per l’ingegno e per la virtù. E bastino per ora queste poche pennellate del ritratto d’Antonino Pio. Da un’iscrizione riferita dal Grutero1081 ricaviamo che in questi tempi erano prefetti del pretorio Petronio Mamertino e Gavio Massimo. Questo Gavio, uomo severissimo, durò in quella carica per venti anni, ed ebbe per successore Tazio Massimo. Certo è, che sotto l’imperio di quest’Augusto seguì un’inondazione del Tevere in Roma, attestandolo Capitolino1082; e il padre Pagi1083 pretende ciò avvenuto nell’anno presente, per trovarsi una medaglia, in cui si legge TIBERIS. Non ha sufficiente fondamento una tale opinione. Potrebbe ben esser vero ciò che egli aggiugne, cioè che in quest’anno riuscisse ad Antonino Pio di riportare una vittoria de’ Britanni per mezzo di Lollio Urbico suo legato, con aver poi maggiormente ristretti que’ popoli con un altro muro più in là che quel di Adriano. Da altri vien riferita questa vittoria all’anno 144.