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co’ suoi amici; divertimento carissimo agli antichi Romani. Anche imperadore usò abiti dimessi, senza curarsi di ornar molto il corpo, ma neppur mostrandosi dimentico della polizia e del decoro. Era, dissi, indefesso negli affari e tuttochè patisse di quando in quando delle micranie, pure appena le avea scrollate, che tornava più vigoroso di prima alle applicazioni. Quotidiane erano queste, perchè non meno de’ saggi padri di famiglia, che continuamente studiano il bene della lor casa, anch’egli, come se la repubblica fosse la casa di lui propria, senza mai darsi posa, ne procurava i vantaggi, vegliava alla sua difesa, e rimediava ai disordini e bisogni. Esatto anche nelle minime cose (del che fu deriso da alcuni, e spezialmente nella sua satira da Giuliano Apostata), con gran calma1, e senza fermarsi alle apparenze, esaminava a fondo le cose, i costumi degli uomini e le ragioni; ma nulla spediva degli affari, senza aver prima raccolti i pareri di saggi amici e di dotti consiglieri. Presa poi con maturità una risoluzione, costante e fermo era nel volerne l’esecuzione. Tanto nel rallegrare il popolo con degli spettacoli e con de’ congiari, quanto nelle fabbriche e in altre azioni di piacere e d’ornamento del pubblico, non cercava punto con vanità gli applausi del popolo, siccome nè pur si metteva pensiero dei di lui sregolati giudizii. Facea del bene per far del bene, e non per sete di lode; e però gli adulatori alla di lui presenza perdeano la voce. Nè, come Adriano, avea egli gelosia di chi più di lui compariva eccellente nell’eloquenza, nella conoscenza delle leggi, o in altre arti e scienze, anzi tanto più onorava questi tali e cedeva loro con piacere. Trovasi sopra tutto lodato in lui l’amore della religione: falsa religione bensì, ma in cui per sua disavventura egli era nato. Al contrario ancora di Adriano, si provò[p. 492] sempre in lui stabilità nelle amicizie: frutto nondimeno del non aver egli ammesso al grado di suoi confidenti ed amici, se non persone di gran merito per l’ingegno e per la virtù. E bastino per ora queste poche pennellate del ritratto d’Antonino Pio. Da un’iscrizione riferita dal Grutero2 ricaviamo che in questi tempi erano prefetti del pretorio Petronio Mamertino e Gavio Massimo. Questo Gavio, uomo severissimo, durò in quella carica per venti anni, ed ebbe per successore Tazio Massimo. Certo è, che sotto l’imperio di quest’Augusto seguì un’inondazione del Tevere in Roma, attestandolo Capitolino3; e il padre Pagi4 pretende ciò avvenuto nell’anno presente, per trovarsi una medaglia, in cui si legge TIBERIS. Non ha sufficiente fondamento una tale opinione. Potrebbe ben esser vero ciò che egli aggiugne, cioè che in quest’anno riuscisse ad Antonino Pio di riportare una vittoria de’ Britanni per mezzo di Lollio Urbico suo legato, con aver poi maggiormente ristretti que’ popoli con un altro muro più in là che quel di Adriano. Da altri vien riferita questa vittoria all’anno 144.


Anno di Cristo CXLI. Indizione IX.
Igino papa 4.
Antonino Pio imperadore 4.


Consoli


Marco Peduceo Siloga Priscino e Tito Hoenio Severo.


Abbiamo da Capitolino5 che nell’anno terzo dell’imperio di Antonino Pio mancò di vita Annia Galeria Faustina Augusta sua moglie. Però han creduto alcuni avvenuta la sua morte nell’anno precedente. Ma il padre Pagi, in vigore di un’iscrizione, pubblicata dal

  1. Zonaras, in Annalibus.
  2. Gruterus, Thesaur. Inscript., p. 268, n. 8.
  3. Capitolinus, in Antonino Pio.
  4. Pagius, in Crit. Baron.
  5. Capitolinus, in Antonino Pio.