Alcune lettere familiari/Al medesimo IV

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al medesimo.


Mi dice Francesco che V. S. non ha buona sanità, pur la sua lettera mi conferma essersi purgata: io ne patisco, ma il mondo, del quale ho grandissima esperienza, mi fa chiaro che i guai sono i nostri avanzi, non pertanto io stimo che V. S. non abbia mestiere di medici. Ma io vorrei con salda deliberazione ordinare il mio vivere: mangiar solo per fuggire le tentazioni, e mangiar poco e buono, e compartirò le vivande con desinare e con cenare, bere poco e non freddo, vino piccolo, maturo e non dolce; tra pasto farsi senza bocca, ed in questo tenore ostinarsi per mesi, nè dobbiamo sperare di abbattere il male in un momento. Io spererei con questa norma di vivere racquistare il vigore, che i quarantanni non deono perdere. Tuttavia molti dicono: un buon boccone ed un grido. Ogn'uno l’intenda a suo modo: V. S. dee essere con me, perciocché i suoi pari stanno bene al mondo, ed egli non nuoce alla sua famiglia. Di me dirò maraviglie: sono robusto, bevo freddo, mi pasco d’una buona minestra, e mi ricreo con varie frutta, riordino mie poesie, e tutte le liriche ho riordinate, e così fatte, stamperolle, se in Genova troverò mai stampe, se non, altrove, ovvero gli amici dopo me ne faranno la lor volontà. Sono [p. 390 modifica]intorno a’ poemi, a’ quali destino i giorni noiosi dell’estate, e poi mai più veggo Muse in viso. Trastullerommi con alcuna prosa, più per vivere che per iscrivere. Di questo mondo convien uscir fuori, ed io sento i messi di morte, e non mi sbigottiscono. Vorrei ben vivere secondo la mia vaghezza, ma se non l’impetro, vivere in ogni modo. Contuttociò io non abbandono la voglia di gire in Toscana, e ritornarmene per Lombardia, e poi posarmi nell’eremo che mi appresto in Legine1. Se in altro luogo i frati mi ruberanno, non monta nulla, perciocché di terra al cielo è lo stesso cammino da qualunque parte: in terra non si vive, ben puossi guadagnare la vita promessaci nel cielo. E con questo io mi raccomando. A coteste signore fo riverenza. Gli amici saluto, ed a’ miei padri Semino e Bianco bacio le mani.

Di Savona, li 12 giugno, 1633.

  1. Il Casino che il Poeta aveva in Legine; forse un miglio discosto dalla marina, era posseduto da’ nobili Signori Gavotti, è destinato adesso ad usi villerecci. Sopra la Porta vi si legge:

    mvsarvm opvs

    hanc domvm cvientibvs

    gabriel chiabrera

    si bedvs aegens non asper advenis

    hospes ingredere.