Adone/Nota al testo/3. Dal poemetto al 'poema grande'

3. Dal poemetto al 'poema grande'

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3. Dal poemetto al 'poema grande'
Nota al testo - 2. L'idea e la genesi del poema Nota al testo - 4. Il Marino in Francia e i mss. dei primi tre canti

[p. 761 modifica]3. - Dal poemetto al « poema grande »

La prima notizia che di un Adone si incontri nelle lettere mariniane stabilisce un precoce, significativo abbinamento della parabola del bel giovinetto amato da Venere con temi e coloriti astrologici e occultistici. « Starò aspettando la nota della direzione astrologica per l’Adone ... » [lett. n. 32]. Gli interessi per l’astrologia, per la cabala, [p. 762 modifica] per l’armonia del creato si legavano in ámbito letterario a un tema dei piú sentiti agli inizi del ’6oo, quello della Creazione. Ricordiamo che in casa Aldobrandini — ospitale al Marino — si serbava l’autografo del Mondo Creato tassesco, la cui contrastata pubblicazione concentrava sull’argomento un anche piú vivo sentimento d’attualitá. Piú quella cultura occultistica era diffusa nell’Italia settentrionale, sicché non si dovrebbe essere fuori dal vero nel congetturare che i germogli di certe curiositá nel Marino risalgano al soggiorno veneziano del poeta per la stampa delle Rime (1602). Piú e meglio si sarebbero appagate, quelle curiositá, a partire dal soggiorno in Ravenna, negli anni settentrionali del Marino. Certo è che da tali commerci la favola di Adone riceveva fin da principio una sorta di risonanza archetipica, affatto nuova rispetto alla fenomenologia affettuosa e decorativa del poemetto mitologico rinascimentale. Inconsapevolmente, giá nel primo concepimento 6 e;Y Adone la «forma trascendentale” lievitava. Se poi, dando fede a un passo della prima redazione dei Sospiri d’Ergasto (risalente agli anni napoletani), dovessimo riportare a quegli anni (come par verosimile) il primo impulso del Marino a mettere in versi la favola d’amore e morte di Venere e Adone, piú netto risulterá il discrimine che l’apertura astrologica comportava.

Di commistioni astrologiche non è piú traccia nella lettera, di qualche mese piú tardi, al pittore genovese Bernardo Castello, per commettergli da illustrare un volume di « poemetti » del Marino, che pareva ormai alle stampe in Venezia. L’Adone « è diviso in tre libri. Il primo contiene l’origine dell’innamoramento fra la Dea e ’l giovane; e qui potrebbe entrare una figura di Adone addormentato in un prato, con la faretra appesa ad un’arbore e i cani a’ piedi, e la Dea che gli sta sopra in atto di vagheggiarlo. Nel secondo si raccontano gli amori ed i godimenti dell’uno e dell’altro; e vi sarebbe a proposito la figura di Venere e di Adone, che stanno trastullandosi in un boschetto abbracciati insieme, overo in atto di stare ascoltando gli uccelli, che vengono a mover lite innanzi a loro. Nell’ultimo si narra la caccia dell’infelice giovane e la sua morte, col pianto che fa la Dea sopra il corpo dell’amato » [lett. n. 34].

Questo lo scheletro della favola. Nei suggerimenti illustrativi si colgono i motivi fantastici essenziali dell’operetta. Una generica atmosfera pastorale, i « trastulli » (parola in Marino quasi tematica) e quella tessera ornitologica (gli amanti « in atto di stare ascoltando gli uc[p. 763 modifica] celli che vengono a mover lite innanzi a loro *) che anticipa una tipica dimensione del poema, stimolatrice di pagine di fastosa fantasia.

L’ Adone, dei « poemetti », era il piú lungo o almeno il piú articolato (tre libri, contro i due della Strage, e uno a testa del Polifemo cieco, del Pescatore, e dei Sospiri d’Ergasto). È stato a suo tempo calcolato che la dimensione dei singoli libri di ciascun poemetto doveva aggirarsi fra le ottanta e le cento ottave (G. Pozzi, Introduzione alla « Strage de gl’innocenti, Torino 1960, p. 456); l’Adone, a quello stadio, sará arrivato a tre centinaia di ottave, o non molto di piú.

Nove anni piú tardi, a stare allo pseudo Claretti, sarebbe stato « poco meno di mille stanze » e non piú in tre ma in quattro libri (Amori, Trastulli, Dipartita, Morte) ; sempre ragionandosene, tuttavia, come di un « poemetto », distinto, in quel contesto, dal « poema grande », favorito e diletto ecc., che sappiamo. Distinto, a sua volta, dalla « fatica epica»: perché bisogna che abbiamo ben chiaro che quando Bernardo Castello o il Sanvitale leggevano frasi come queste: «... mi sento abile a comporre un poema non meno eccellente di quel che si abbia fatto il Tasso...», o « ... son risolutissimo che per tutto quest’anno [1614] sia stampata la maggior parte dell’opere mie ... per potermi in tutto e per tutto impiegare nel poema grande e tirarlo a fine », intendevano, non l’Adone, come vicn fatto di pensare a noi col senno del dopo, ma proprio la Gierusalemme distrutta. Alla quale (nel medesimo libro delle Rime cui è premessa la lettera dello pseudo Claretti) ancora andavano i voti del Preti e del Petracci, nei sonetti-omaggio di prammatica; in secco contrasto, è vero, con la frase sbrigativa che, a petto alla profusione di progetti che in quella lettera si squaderna, pare liquidare il poema « eroico », rinviandolo sine die («... è oggimai condotto a buon termine, ma per essere machina grande richiede tempo e sofferenza »).