A Postumo cortigiano

Giovanni Prati

Olindo Malagodi 1852 Indice:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu sonetti A Postumo cortigiano Intestazione 23 luglio 2020 25% Da definire

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Anniversario di Curtatone A Luigi Napoleone, il 2 dicembre
Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta XI. Dai 'Canti politici'
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IX

A POSTUMO CORTIGIANO

Tu, Postumo, domandi
perché meti vivo oscuro,
tu, che all’ostel dei grandi
rechi indefesso il piè?
5Poco il mio cor desia,
né cederei, tei giuro,
questa colletta mia
per la magion d’un re.
Sul terrazzin la rosa
10i molli odor mi dona,
nella selvetta ascosa
mi canta il rosignol,
della badia la squilla
meco di Dio ragiona,
15e sul mattin mi brilla,
come un amico il sol.

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Quel ben, che Dio m’ha dato,
fortuna e Tuoni m’han tolto;
ma il tristo mondo e il fato
20son uso a sopportar.
Sulle vetuste carte
piego la mente e il volto,
e tra il silenzio e l’arte
d’esser piú mio mi par.
25Torno di Mambre ai calli,
seguo Mosé dal Sina,
lá tra le greche valli
scontro i trecento ancor,
pugno con Tarmi anch’io
30in Lcutra e Salamina;
e di mia gente oblio
il querulo stridor.
Tu inceppi il corpo egregio
in rabescata veste,
35gloria, te morto, e fregio
ai muri del castel;
io facile mi stendo
in larghe giubbe oneste,
che logore poi vendo
40al figlio d’Isracl.
Tu se d’illustri dame
ardi al superbo riso,
spesso le fatue brame
collochi in fatuo sen;
45io, quando l’ombra è densa,
a un lumicin m’affiso,
e so che lá si pensa
ai di fuggiti almen.

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D’ogni potente albergo
50tu penetri le soglie
col direnato tergo
e l’anima servii;
me libero la nuda
mia cameretta accoglie
55col buon pensier, che suda
sul renitente stil.
Tu l’altrui cor, tremando,
interpretar t’afTanni,
e un viso afflitto o blando
60foggi, che tuo non è;
a ogni mutar di regno
muti sorrisi e panni,
mascheri affetto o sdegno,
che non alberga in te.
65Io quel che cerco ed amo
e il cor deH’universo;
come augelletto in ramo,
canto la sua beltá;
e, se di duol sospira,
70o freme d’ira il verso,
il duol che sento o l’ira
niuno cangiar mi fa.
Torbido il cardin stride
delle cospicue porte,
75su cui le voglie infide
le cure e il tedio stan.
Soli, in covil negletto,
meglio aspettar la morte,
che su purpureo letto,
80larve adulate invan.

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Tu, Postumo, coi finti
duoli e le finte gioie,
nel regno degli estinti
tutto dovrai cader;
85io, non curvato al pondo
di quelle eccelse noie,
lascerò forse al mondo
parte de’ mici pensier.
Indi v’è un Re, se m’odi,
90che, come i tuoi, non erra;
né alle sorrise frodi
si lasciò mai ghermir:
e a chi baratta e mente
coi regni della terra,
95rado quel Re consente
i propri regni aprir.
Qual Ei me vide intorno
povero andar, me tale
riedere a lui, nel giorno
100dell’ira sua, vedrá,
recando la vergogna
del nostro viver frale,
ma non la tua menzogna,
nella immortal cittá.
105Tu, Postumo, credevi,
tu blanditor felice,
ch’io pur t’avrei con lievi
modi blandito il cor;
ma nelle mie pareti
110lo scabro ver si dice,
anche tra i canti lieti
del rosignolo e i fior.