Saggi poetici (Kulmann)/Cenni biografici

Cenni biografici intorno la vita e le opere di Elisabetta Kulmann

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Cenni biografici intorno la vita e le opere di Elisabetta Kulmann
Dedica Parte prima
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CENNI BIOGRAFICI

INTORNO LA VITA E LE OPERE

DI

ELISABETTA KULMANN

SCRITTI

DA ALESSANDRO NIKITENKO

DOTTORE IN FILOSOFIA
E PROFESSORE DI LETTERATURA ALL’UNIVERSITÀ IMPERIALE
DI PIETROBURGO




T
rovi nel mondo morale le estremità del bene e del male, colle quali sembra che la Natura voglia dimostrarci quanta sia e quant’oltre si estenda la possa di lei, e quasi che cerchi procurarci i mezzi di abbracciare con uno sguardo solo tutto quello che l’uomo può ed oprare e soffrire. Tra queste estremità così fra loro opposte, e alle quali piccolo numero di individui è riservato, vedi sorgere una serie di passioni e di virtù, di fatti e di miserie, che non hanno nè carattere, nè rilievo, nè gloria: una catena di oggetti che puoi numerare a migliaja, o tutti indicare con un sol nome collettivo. Questo è quell’ordine uniforme delle cose, e che potrebbesi chiamare privo di poesia: è il tessuto sovra del quale rivestirassi la vita che deve sbucciare. – Ma questo ordine comune delle cose è egli mai bastevole a nostri bisogni? Certo che no; la mente nostra chiede alla Natura creazioni [p. 10 modifica]complete, nelle quali la dignità dell’uomo rifulga d’ogni suo splendore; nelle quali si vegga una immagine ombreggiata e compita, e non già un debole abbozzo, o un frammento della persona. Poniam dunque ogni cura a non lasciare ignorate ed oscure le creazioni perfette, allorquando alcuna sul cammin nostro se ne appresenti. Scorrete, se vi aggrada, gli occhi mezzo-chiusi, una pianura deserta ed uniforme; ma fermatevi al piede d’una roccia selvaggia, le cui masse pittoresche, simili a membra disseccate, formino sbucando qua e là quella veste di musco e di abeti che la ricuoprono. O se mai nel bel mezzo delle vostre occupazioni le più semplici, e fra le passioni le più piccole della vita, l’animo vostro sia all’improvviso colto da un sacrosanto orrore, prodotto dal malcontento di voi stessi, se all’improvviso fra quelle sorgesse l’idea importuna, ma chiara, della perfettibilità, non la abbandonate leggermente: fate che non si perda nei vapori narcotici del mondo, non la esponete alla derisione ed agli insulti del volgo: trangugiate piuttosto quel calice di una salubre amarezza insino all’ultima goccia, o ciò che ancor più giova, cangiate quell’idea in una risoluzione efficace, e coraggiosa attività: forse che salverete con quella ciò che la sorte vi ha compartito di più prezioso quaggiù, il carattere sacro della vostra dignità d’uomo.

Elisabetta Kulmann è una di quelle creature il cui nome si imprime nella memoria, come la ricordanza di un vago paesaggio apparsovi improvviso sul confine di un arido deserto, come il sorgere di un giorno sereno nelle nostre austere e nebulose contrade del Norte. Ella è, senza alcun dubbio, un fenomeno straordinario nel mondo morale, una di quelle anime, nelle quali la Natura a piene mani profonde i germi del coraggio il più sorprendente, ed abbella colle più lusinghiere speranze: una di quelle anime, alle quali tutto concede: una mente creatrice vivissima; immagini leggiadre; suoni e colori adatti ad avvivarle, onde adattarli all’intelligenza del resto de’ viventi; e finalmente la volontà di vivere solo per lo scopo che si sono prefisso. Ma nel tempo istesso, dovete rappresentarvela, combattendo contro la più assoluta indigenza, disputando all’arte e alla gloria quell’anima [p. 11 modifica]riservata ai più alti destini; dovete vederla frangere gli impacci dei bisogni più urgenti, e spiegare quelle sue ali d’aquila dinanzi agli occhi nostri, che attoniti e beati rimanevano per l’altezza e rapidità del suo volo: dovete poi scorgerla, contro ogni umana previdenza, scendere nel sepolcro, e sorprenderci tuttavia colla caducità delle umane speranze, che l’uomo chiama grandi, a dispetto degli ammaestramenti del destino. Immaginate il quadro di una sola esistenza che vi mostri con colori vivissimi la sublimità, le attrattive, l’indigenza, le miserie d’una vita travagliata, e forse in voi nascerà il desiderio di apprendere alcune delle circostanze che a questo rarissimo fenomeno appartengono. Oggi nel publicare questi cenni biografici intorno Elisabetta Kulmann adempiamo alla promessa da noi fatta allorchè annunziammo che si sarebbero date alla stampa le Opere di lei, persuasi di soddisfare a un tempo istesso la curiosità e l’interessamento che ha saputo destare questa giovine autrice.

Elisabetta Kulmann nacque in Pietroburgo ai 5 luglio del 1808. Suo padre Boris Kulmann seguì da prima la carriera delle armi sotto gli ordini di Rumanzof, e fu tra que’ prodi che pugnarono nella celebre battaglia di Kagul. Coperto di cicatrici lasciò la carriera delle armi, e prese servizio nell’amministrazione civile, col grado di Consigliere di Collegio. Una catena di circostanze infelici, e una numerosa famiglia diedero il crollo ai suoi domestici interessi. Poco tempo dopo la nascita di Elisabetta, egli morì, lasciando ai suoi un nome senza macchia, e una indigenza estrema. La madre di quella povera famiglia si trovò così privata d’ogni mezzo di educare convenevolmente i suoi figli. Pure il cielo volle ch’ella non fosse una donna volgare; avendo, ogni giorno del viver suo, combattuta l’avversa fortuna, aveva acquistata quella forza di animo che trova in sé stesso il rimedio alle avversità inevitabili di questa vita, o che per lo meno, ne salva da una codarda disperazione. In mezzo a così fatta miseria, la quale è quasi sempre il nemico più invincibile e che osta al rapido e libero sviluppo del genio, questa donna animata da un nobile orgoglio, cercò di secondare quelle disposizioni favorevoli che erano [p. 12 modifica]nell’anima della sua giovine figliuola, con tutti i mezzi immaginabili. Nel Vassili−ostrof, in una capanna sdrucita, presa in affitto con modicissima somma, viveva questa fanciulla, cui, appena il lavoro il più assiduo della povera madre procurava il tozzo quotidiano: e quivi, nel suo isolamento dalla società, si preparavano nonostante i più rari talenti cogli sforzi i più straordinari. La natura gode di compire l’opera sua misteriosamente e nel silenzio: direbbesi quasi che gelosa della sua gloria essa non voglia che gli uomini la bruttino col parteciparvi. Ma a dì nostri così fertili di idee grandi, e di anime meschine, si crede comunemente che la felicità debba essa stessa venirne in traccia di noi, e che la gloria debba senza nostra fatica alcuna incoronarci col lauro degli eroi. «Credete voi forse,» mi diceva un uomo d’ingegno, il quale avea sete non men d’oro che di gloria, e che lanciato nello studio delle lettere avea scritti due libri, uno in prosa l’altro in verso, e fattili di publico diritto, benchè privi di buon senso, erano stati facilmente venduti, «credete voi ch’io faccia tutto ciò di che sarei capace? Credetemi, la metà di quanto v’ha in me di grande, di bello e di sublime, è perito nel punto istesso che stava per mostrarsi.» Quindi aggrottando le ciglia a guisa di Byron, ed incrocicchiando le braccia sul petto, «Il destino,» disse, «ha coperta di spine la via ch’io percorrea, e gli uomini non mi hanno capito.» In questo modo parla gravemente la turba intiera de’ geni de’ giorni nostri. Ma è colpa loro, se si compiacciono di sognare vegliando le grandezze? Se non godono a fare cose belle, e a comporre opere esimie che allorquando vi si trovano ben disposti, collo stomaco satollo e la testa libera da impacci e cure? Altre volte non accadea così. Cervantes scrisse quell’opera sua così gaia e piena di spirito, rinchiuso in prigione. Ma altri tempi, altri costumi.

Preveggo il temporale che scateneranno sopra di me i leggitori per questa lunghissima digressione, e mi affretto di riprendere l’argomento abbandonato. Ne’ primi anni della sua infanzia Elisabetta godè di pochissima salute, così che la madre temè per la vita di lei. Compiti i cinque anni cominciò a svilupparsi acquistando forza, e da quel [p. 13 modifica]punto apparvero i germi delle sue disposizioni straordinarie. In quella età, la sua infantile immaginazione godeva di secondare i suoi sogni poetici. Essa si sforzava di rappresentare a suo modo con colori pieni di vita e di espressione quanto vedeva di reale, e quanto di astratto immaginava. E ciò che più è, tutti i rapporti degli oggetti, sovra de’ quali basava le sue piccole metamorfosi, traevano in essa stessa l’origine loro. Non di rado sorprese tutti coloro che la circondavano colla singolarità e novità delle associazioni di idee che i più semplici oggetti aveano saputo suscitare nello spirito di lei. Un piccolo giardino era contiguo alla sua povera capanna. Tutta la state quivi passava la maggior parte del suo tempo coltivando i fiori, che amò poi sempre passionatamente. Fra quelli v’era un gelsomino che il proprietario della casa le avea regalato, e che era l’oggetto delle sue cure più tenere. Per lei quel gelsomino era un essere vivente e magico: essa conversava con lui, come fosse compagno della sua infanzia, e al quale confidava le sue fanciullesche pene, le gioie e gli affanni. Era per lei un trastullo, ornato dalle mani della natura, che glielo avea donato. Se le fronde dell’arboscello, scosse dal vento, muoveansi, tosto immaginava che volesse parlarle, e dalle labbra di lei spontaneo scaturiva tutto il discorso del diletto arboscello. Spesso le cornacchie venivano tranquillamente a rifuggirsi al ridosso della siepe del suo giardino ed a nutrirsi con preda fatta nella publica via. Il gracchiare di quegli augelli attrasse la sua attenzione, ed interpretandola a suo modo credè che rendessero grazie a Dio pel nutrimento che avea loro inviato. Ecco alcune frasi di quella preghiera che essa avea composta in nome del corvi: «Quantunque io sia negro come il carbone, e che ognuno mi cacci lontano da sè, pure Iddio, padre degli uomini e degli augelli, non mi abbandona; e la sua bontà infinita fa sì ch’io ritrovi nel giorno di che nutrirmi, e nella notte un albero ove posare.» Ella sopra ogni cosa amava oltremodo la luna. Bene spesso ritta in piedi presso alla finestra, seguía cogli occhi il corso maestoso e placido di quell’astro: la mirava attraversare le nubi ammassate al di sotto della sua sfera: la vedeva internarsi fra [p. 14 modifica]quelle, ed aspettava con un’ansietà infantile che, sprigionata, sorgesse di bel nuovo luminosa dal grembo loro, per mostrarsi nel cielo azzurro: rallegrata dal suo ricomparire, inventava le narrazioni le più singolari intorno alla luna. Essa pure era per lei un essere animato, sensibile, che rimirava con benevolenza la terra e gli uomini. Eccovi un frammento di ciò che raccontava intorno quell’astro: «Un contadino avea un cane che difendeva la sua casa dai ladri, e che esso amava assaissimo. Ad un tratto il cane scomparve. Il pover’uomo pianse amaramente la perdita del suo amico e custode. La luna vedendo le sue lacrime e il suo cordoglio, sorrise, e gli disse: – Cessa di piangere, o buon uomo: il tuo cane è meco: vieni tu pure: io ti darò e del pane e una capanna: ti accerto che vi starai bene. – Il contadino accettò, ed ora non ha più argomento di affliggersi, tanto è felice là nella luna.» Essa è cosa al certo sorprendente, che simile strano racconto sia nato nella mente d’una bambina. Ma i sogni di una fervida giovanile immaginazione non sono forse i precursori delle sue future finzioni? Giugne poi il tempo, in che l’anima creatrice raccoglie quel frantumi sparsi, li sottopone alla squadra e al compasso, e formandone un tutto crea poi il giardino di Armida, l’Inferno o il Paradiso. Da quelle rapsodie, da quelle tradizioni infantili, vedrete poi sorgere la sublime epopea, siccome un mondo armonioso, e quel mondo voi lo studierete con la stessa cura e la stessa ammirazione, con che Neuton studiava le leggi che reggono i pianeti.

Non vogliamo passare sotto silenzio alcune altre circostanze di quell’epoca della sua vita, cioè allorquando avea ancora cinque anni. Tutto interessa coloro i quali godono di osservare il progresso della natura, e ne saranno piuttosto grati, se nulla ommettendo entriamo in questi dettagli, anzi che trovarli noiosi e superflui. Non lungi dal l’unica finestra della sua capanna, stava un bel pioppo. Un giorno che il vento era impetuoso, le sembrò che i rami del pioppo s’inclinassero inverso lei. Corre ad un tratto alla madre e la prega a permetterle d’andare in giardino. «E perchè, figliuola mia? v’è troppo vento, e ti raffredderai.» – «Non abbiate verun timore. Egli è [p. 15 modifica]indispensabile ch’io vada a vedere il mio pioppo: mi fa cenno col capo e mi parla: io di qui non l’intendo: per certo che vuol dirmi qualche cosa. Forse che il mio gelsomino, che non ho più veduto da due giorni, lo ha pregato di parlarmi, perchè il pioppo è grande e può scorgermi. Madre, permettimi di andarvi: tornerò tosto.» – Articolò questa richiesta con tanta emozione e calore, che sforzò la madre a permetterglielo. Andarono ambo inverso l’albero che non parlò a quella fanciulla. «Vedi come sei storditella, le disse la madre, il pioppo non pensa a te nè punto nè poco.» – «Ebbene, se si è burlato di me, il male non è grande.» – Un altro giorno passeggiando nella corte, vide alcune mosche appese alla tela di un ragno che le aveva uccise. «Vedi, madre, - disse ella tosto, «quel ragno le ha addormentate.» – «Che dici mai?» – «Ma sì, ho veduto che da prima le ha coricate e cullate sulla tela finchè si sono addormentate: e quindi si è presso loro trattenuto molto tempo perchè nulla di sinistro accadesse loro.» Essa amava infinitamente il suo padron di casa, col quale pur tuttavia avea frequenti dispute, poichè non volea convenire con lui che i fiori che le regalava, nascessero naturalmente dalle semenze che avea affidate alla terra. Ella si era creata una botanica tutta poetica, e d’appresso quella sosteneva che Iddio, la notte, veniva ad unire allo stelo que’ fiori, de’ quali spiegava così la bellezza, attribuendola in sì fatta guisa ad una immediata e miracolosa creazione.

Quella fanciulla, così modesta, così docile per tutto quello che risguardava la condotta, mostrava una certa fermezza nelle sue idee e nelle sue opinioni. Non era facil cosa il farle rinunciare ad alcuna sua prediletta credenza. Allora si scorgeva quanto ella amasse ad abbandonarsi a suoi sogni, vera e sola sorgente de’ suoi piaceri. Quel suo vago e giovine volto risplendeva di gioia, allorquando raccontava le meravigliose storie che le inspiravano, o il suo gelsomino, o la luna, o qualunque altro oggetto. Conveniva rispettare que’ dolci e magici sogni dell’anima sua, ne’ quali la natura la intratteneva coi suoni leggiadri della sua armonia. Nulla la affliggeva più che sentirsi [p. 16 modifica]dire, che ne suoi racconti non v’era nulla di reale, e che dovea vergognarsi d’occuparsi di cose così frivole. Allora ritirata in un angolo della camera, la vedevi meditabonda piangere in silenzio quelle sue belle fantastiche creazioni, distrutte o rovesciate così crudelmente.

La giovine Elisabetta era dotata di una memoria meravigliosa, facoltà che si scorgeva ne’ suoi straordinari progressi nello studio delle lingue. Non solamente si ricordava poi sempre di ciò che avea imparato ne libri o nel conversare con quelli che l’avvicinavano; ma poteva ben anche descrivere con esattezza le più deboli differenze e i più minuti dettagli degli oggetti che avea una sola volta rimarcati. Un giorno il padrone della casa che ella abitava, parlò dinanzi a lei, con sua madre, intorno a un foglio che tenea fra le mani, e sortì per chiuderlo. Tre anni dopo, lo stesso padron di casa, avendo bisogno di quel documento, lo ricercò lungo tempo senza trovarlo. Giudicandolo smarrito, venne dalla signora Kulmann onde parteciparle quel disgraziato contrattempo. Elisabetta che per caso era ivi presente, gli si avvicina dicendo: «Voi parlate senza dubbio, o signore, di quel foglio che avete portato nel vostro gabinetto, e che avete rinchiuso in un piccolo cassettino del vostro armadio, alla man destra della porta. È scorso già gran tempo, mi deste un fiore, e vi prevenni che perdevate un bottone, e parlaste ad un legnajuolo dandogli degli ordini che non capiva.» V’aggiunse altri dettagli, ed il foglio si ritrovò appunto dove essa lo avea indicato.

La madre di Elisabetta avea lo spirito coltivato, parlava benissimo il tedesco e il russo, avea letto assaissimo, ed avea colla giornaliera esperienza acquistate moltissime cognizioni: ma però erano insufficienti per educare una fanciulla quale Elisabetta, che voleva o saper tutto, o spiegar tutto a suo modo. Per compire questo importante peso, la fortuna sorrise alla signora Kulmann. Il suo marito era stato amicissimo di uno straniero bavarese di nascita, educato in una delle Università della Germania e profondo filologo, scienza della quale si è costantemente occupato con una perseveranza tanto più ammirabile [p. 17 modifica]che i suoi lunghi ed aridi studi non erano per lui che il riposo delle sue onorevoli ma penose incombenze di precettore; carriera che prosegue ancor oggi con talento ed onore in una delle più cospicue famiglie di Pietroburgo. Le fastidiose ricerche ne’ suoi studi prediletti non lo hanno reso nè duro nè misantropo scolastico; tutti coloro che hanno la sorte di conoscerlo, assicurano che in mezzo alle sue sapienti meditazioni e fra le sue morte carte egli conserva il vigore, la forza, la benevolenza e l’amenità della giovinezza. E quantunque egli non abbia scritta alcuna dissertazione nè sul classicismo, nè sul romanticismo, quest’uomo seppe e scoprire ed ammaestrare Elisabetta Kulmann. Amico di quella famiglia, che spesso frequentava, non fu testimonio indifferente ed ozioso di quei talenti che quantunque rinchiusi e non isviluppati, pure apparivano per tante prove, prove che indicavano le frequenti risposte, e i frequenti lampi di luce. Acceso da quell’entusiasmo che facilmente avvampa in un animo generoso, egli volle esser la guida di quella fanciulla, che tutto indicava essere predestinata alle arti, alle scienze ed alla gloria: e risolse di aprirle l’adito ed accompagnarla in quella carriera che vedea schiudersi dinanzi a lei. E certo ella andò debitrice in gran parte per lo straordinario sviluppamento delle sue facoltà intellettuali, alle cure del signor Grossheinrich che con molta perspicacia seppe, profittando di quella rara attitudine, condurla all’alto volo, al quale la vedremo per venire. Egli abbandonò la metà del lavoro all’indole felice e fecondissima della sua discepola, che null’altro richiedeva onde perfezionarsi, fuorchè una placida sorveglianza, ed una guida che dirigesse saviamente i suoi sforzi, e quelle poche notizie preliminari che non possono acquistarsi senza l’altrui soccorso. All’età di sei anni ella parlava correttamente il russo e il tedesco: in breve tempo fece rapidissimi progressi nel francese, e giunta al suo decim’anno, incominciò l’italiano, idioma che dal primo momento amò e preferì ad ogni altro. Un Italiano stabilito a Pietroburgo, che conosceva a fondo la sua lingua, non si saziava di ammirare la pura e bella pronunzia di quella fanciulla. In generale ella sapea con prodigiosa facilità non [p. 18 modifica]solamente internarsi nell’indole delle lingue che apprendeva, ma ben anche facea tesoro del più piccoli idiotismi. Quell’Italiano le insegnò a cantare la poesia italiana a guisa degli improvvisatori. Era difficil cosa ascoltare, senza commuoversi, quella fanciulla di undici anni, assisa in mezzo del giardino cantare, con quella sua voce argentina, le stanze della Gerusalemme, mentre scorgevasi chiaramente che una natural simpatia le avea fatto indovinare il genio di quel sublime cantore. Parea quasi che tutta l’anima sua si trasfondesse in quei suoni, e si immedesimasse in una poesia accessibile a quella sua straordinaria sensibilità, e ciò quantunque in grado per anco ella non fosse, di spiegare quelle sensazioni che risentiva. Quell’anima, colla rapidità del suo sviluppo, oltrepassava l’età: di già viveva quando gli altri si preparano alla vita, e indovinava le cose prima di meditarle e studiarle.

Avea compiti i dodici anni allorchè il signor Abramof, vecchio venerando e cappellano del Corpo delle Miniere, offrì alla madre di Elisabetta, cui lunga amicizia lo stringea, un ricovero in sua casa. Questa circostanza è rimarchevole nella vita di Elisabetta, poichè per questa le fu aperta la casa del signor Meder, comandante del Corpo delle Miniere, uomo che riuniva una rara istruzione ad un desiderio vivissimo di giovare altrui. Quivi ritrovò delle amiche nel cui seno potè versare tutti que’ sentimenti che nel suo cuore tanto abbondavano. Quivi si vide attorniata da persone illustri per ogni maniera di scienza. E finalmente quivi trovò tutti i mezzi di perfezionarsi nello studio delle scienze naturali, della musica, del disegno e nella danza, delle quali cose tutte fu debitrice al signor Meder. Nondimeno proseguì sempre costantemente ad occuparsi, ammaestrata dal signor Grossheinrich, di ciò che più le stava a cuore, vale a dire, delle diverse lingue e delle loro letterature, e lo studio che preferì sempre si fu l’istoria: e qui ne giova osservare, che a fronte di questa sua predilezione, nulla di quanto si comprende nello scibile umano le fu estraneo. Da quel momento in poi, o per dir meglio, dacchè scoprì nella propria attività una sorgente di forza e di diletto, fu impossibil [p. 19 modifica]cosa seguire passo a passo lo sviluppo e il progresso del suo spirito, senza restar muto e sorpreso. Non vi era nella natura, o nel consorzio degli uomini, un solo oggetto rimarchevole che non attraesse l’attenzione di lei e non le si mostrasse in un modo chiaro e intelligibile: ogni nuova idea direi quasi, per essa, una nuova forza che suscitava una scintilla di luce, e un nuovo calore. Allorquando si dava allo studio delle scienze naturali, visitava spesso il ricco Gabinetto Mineralogico del Corpo delle Miniere. Chi avrebbe creduto in veggendo quella giovine e vaga donzella osservare con tanta attenzione ogni pietruzza, che nol facesse per giuoco? Ma bene spesso, a lungo intervallo di tempo, ritrovavansi ne’ suoi ragionamenti allusioni frequenti a quegli oggetti istessi, o alcuna similitudine che vi avea relazione. Allorquando poi il suo talento poetico si sviluppò, spesse volte dicea non comprendere come si potessero fare descrizioni leggiadre, senza aver prima studiato con tutta la diligenza possibile gli oggetti de’ quali si vuol tracciare il quadro, e che stimava che lo studio profondo delle cose e lo spirito creatore, fossero egualmente necessari per costituire il vero poeta. Il suo desiderio d’apprendere non può trovar paragone che con la sua facilità nell’imparare. Ciò che più sorprendeva, si era l’arte che possedeva di combinar fra loro le cose. Appena che una verità qualunque gli era dimostrata, ella scorgevala a un tratto sotto tutti i suoi rapporti, ne induceva le conseguenze, e ne indicava le similitudini, senza tralasciare qualsisia menoma differenza che degna fosse di meditazione: quel suo genio ardente tutto abbracciava in un istante, ed ogni oggetto poneva al luogo che gli conveniva. Niuna cosa astratta, niuna idea per quanto meschina si fosse non si fermava lungo tempo nella sua mente senza rivestirsi di forme vivissime, senza animarsi al calore del cuor suo, e colorarsi delle vaghe tinte di quella fervida immaginazione.

Per forze morali di quella tempra, e capaci di così fatti sforzi, presto insufficienti si resero le nozioni che poteva attingere in quei suoi libri scientifici e nell’insegnamento dei suoi precettori. Ogni nuovo oggetto era per lei nuovo argomento di meditazione e di [p. 20 modifica]studio. Parea quasi che prevedesse quanto breve fosse il tempo accordatole per istudiare il creato, e che sapesse che non poteva aspettare le nozioni che una ad una ci si presentano nel volger di molti anni, poichè essa le indagava senza posa in ogni parte dello scibile umano. Bene spesso accadeva che nel corso delle sue lezioni interrompesse il maestro con una domanda che, estranea a ciò che trattavasi, apparteneva a materia di gravissimo interesse. Di fatti un giorno, inopinatamente richiese al suo precettore se conoscesse il Paradiso. Quegli rimase alquanto imbarazzato a così strana richiesta: ma avvezzo da lungo tempo a simili digressioni, e sapendo che non si potea con lei uscir d’impaccio con una semplice risposta evasiva, risolvé soddisfare alla sua curiosità per quanto il potea, e richiamate alla memoria le descrizioni fattene da Virgilio, Dante e Klopstok, le mostrò il quadro brillante del Paradiso che dovean produrre i colori soavissimi di que’ grandi poeti. Elisabetta ne ascoltò ogni frase, stette lunga pezza meditando, e quindi con impeto proruppe: «E bene, se Iddio mi dà vita, io pure descriverò il Paradiso.» All’età di quattordici anni incominciò il suo Poema, e sfortunatamente quell’abbozzo non si rinvenne fra le sue carte.

All’età di dodici anni incominciò lo studio della lingua latina, ed ecco il motivo che ve la indusse. Il sacerdote che tanto beneficava la madre sua, fu per lei l’oggetto costante di una vivissima riconoscenza. In generale il cuor suo era ricco di affetto per tutti coloro che tentavano alleviare la dolorosa esistenza della madre, e che aiutavanla negli studi di lei. Conoscendo quanto il signor Abramof amasse, direi quasi esclusivamente, l’antica letteratura, pensò che gli riuscirebbe oltremodo grato, se il dì del suo nome ella potesse felicitarlo in latino: e ciò bastò ad indurla ad imparare quella lingua. Questo proponimento di una giovine fanciulla di dodici anni, e la sua perseveranza nell’eseguirlo ne dà la misura della sua forza morale. Nel breve corso di qualche mese, secondata dal metodo del signor Grossheinrich, potè leggere Cornelio Nepote e le lettere di Cicerone. Il suo scopo fu conseguito, e poté indirizzare al suo benefattore, il dì [p. 21 modifica]del suo nome, un breve discorso in quella lingua che egli preferiva. Quel buon ecclesiastico, commosso per una felicitazione così straordinaria, stabilì ricompensarla coll’insegnarle la lingua slava, e l’infaticabile Elisabetta vi acconsentì con gioia. Tradusse in seguito alcune odi di Orazio, ma in generale preferì sempre la letteratura greca.

Da quel momento, lo zelo ardentissimo che avea di istruirsi unito ad una nobile emulazione le inspirò il desiderio di internarsi in quell’augusto Santuario dell’Antichità. Un giorno che il maestro ebbe occasione di fare, innanzi a lei, l’apologia sempre combattuta e sempre vincitrice delle bellezze della poesia greca, e in ispecial modo di quella di Omero, Elisabetta abbracciò l’opinione del suo precettore ed amico che si era dato a sostenere e a dimostrare agli avversari, che in niun’altra letteratura si ritrovavano a un tempo riunite, e nello stesso grado, la ricchezza, la leggiadria de colori, la varietà e la perfezione delle forme; e che sarebbe, se non per altro, utilissimo lo studiare quella poesia primitiva, unicamente per vedere fin dove può giungere l’armonia che si stabilisce fra lo spirito creatore e la materia con che modifica e riveste le proprie idee. Rimasta sola a meditare sopra questo argomento, il signor Grossheinrich potè facilmente, ritrovandola il giorno appresso tutta agitata, indovinare la cagione di quell’interna commozione. Non potendo ella gustare quelle bellezze tanto vantate, e che tali le sembravano, piangea di non poterle leggere nel loro idioma. Egli mostrolle una bella edizione di Omero che seco a bella posta avea recata, la richiese se le riuscirebbe grato il leggere quell’autore. «E come tentare simile impresa?» – «Perchè no? Altre donne hanno di già perfettamente imparato il greco. Madama Dacier non solamente lesse Omero, ma il tradusse.» – Chiaro appariva ch’ella il desiderava, ma come importunare un uomo che tante cure le avea di già prodigate. Ma egli stabili i giorni ne’ quali le avrebbe insegnato il greco, e le fe’ dono dell’edizione di Omero. La gioia di Elisabetta non ebbe freno, e prese le mani del suo benefattore le baciava, bagnandole di lagrime, [p. 22 modifica]che meglio d’ogni parola esprimevangli quanta tenera riconoscenza ella risentisse per lui.

In sì fatto modo nuova via si dischiuse ai talenti di Elisabetta. Parea che quello studio più facile le riuscisse di quello d’ogni altra lingua. Dopo quattro mesi, già leggeva l’Evangelo. Avea appunto tredici anni. Poco tempo dopo fu in istato di tradurre Anacreonte in russo, in tedesco ed in italiano.

Crediamo far cosa grata ai nostri leggitori d’indicar loro i mezzi che adoperava per imparare le lingue. Cominciava dal porre ogni attenzione ai suoni che le sembravano appartenere esclusivamente alla nuova lingua che studiava, e cercava di contrarre l’abitudine di pronunciarli esattamente, lo che giudicava essere della più grande importanza. Nello stesso tempo leggeva col maestro. Poco tempo dopo incominciava da sè sola a leggere un autore, e col soccorso di un dizionario lo traduceva parola per parola, indovinando le forme grammaticali per analogia colle lingue che di già conoscea, e si rammentava ammirabilmente delle modificazioni delle forme generali, prendendole direi quasi a volo. Tutto ciò ella eseguiva con una rapidità straordinaria: nel breve corso di tre mesi potea quasi sempre leggere la nuova lingua alla quale si applicava, e la traduceva correntemente sia in russo, in tedesco, in francese, ovvero in italiano. Il dono più singolare che possedesse, si era quel genio innato che le facea conoscere lo spirito delle lingue diverse, le loro diverse costruzioni; dedurre dalle forme conosciute, quali potessero essere le sconosciute; distinguere in una lingua ciò che apparteneva allo spirito della medesima e rilevare ciò che era la conseguenza del tempo, delle circostanze e della riunione di differenti idiomi, era per lei il prodotto di un istinto secreto: niuna difficoltà la tratteneva. Analizzando un autore qualunque, non ricorreva al maestro che in un caso estremo, e questi allora con un leggero indizio

soccorrendola, ella tosto s’internava nell’idea dell’autore e ne faceva cosa sua propria. Quasi mai l’era d’intoppo il fondo dell’idea: avresti creduto ch’ella conoscesse a fondo e il cuore e la mente dell’autore che studiava. Poche frasi [p. 23 modifica]bastavano a farle indovinare la tendenza dell’opera e il carattere dominante dello stile. Era solamente indispensabile di spiegarle tutto ciò che avea rapporto alle circostanze istoriche e locali, poiché la perspicacia, quantunque illimitata, deve sempre venir meno ogniqualvolta si tratti di un avvenimento accaduto. Dopo quanto abbiam narrato di una mente così prodigiosa, si intenderà facilmente, come un uomo della tempra del signor Grossheinrich soventi volte stasse vicino a Elisabetta senza proferir una sillaba, sconcertato, balzato fuori dalla sua strada scientifica, dimenticando la lezione; e fatto semplice osservatore, invece di insegnare, apprendesse, per mezzo di quei misteri che la natura si compiaceva scoprirgli nello sviluppo delle facoltà intellettuali di quella creatura ch’esso tanto favoriva.

All’età di quattordici anni studiò indefessamente Omero. Questa circostanza parimente è da notarsi nel corso della sua brevissima vita. In primo luogo ella diffidava delle sue proprie forze. Le sembrava un sacrilegio il voler internarsi, senza un lungo studio, nel santuario della greca poesia, sanzionato da venticinque secoli di gloria, e dinanzi a cui tante generazioni civilizzate e tanti uomini grandi aveano rispettosamente inchinata la fronte. Ma il genio del l’antica Grecia sfolgorante si fece incontro a questo moderno genio nascente, e avresti detto quasi che al tempo della sua gloria, e ai giorni di Saffo e di Corinna, ella avesse potuto suggere dalle sue labbra istesse la più sublime inspirazione che sia mai comparsa sovra la terra. In poco tempo familiarizzata con Omero, quasi Vestale, mantenne sempre vivo nel fondo del cuor suo quel fuoco sacro che inspirò la Grecia primitiva. E qui ne sia concesso ripetere quanto dicemmo nel breve annunzio che publicammo intorno le poesie di Elisabetta Kulmann. «Quell’anima così pura e così bella cercò per la sua esistenza poetica un mondo degno di lei. Quel mondo le fu mostrato da Omero sotto il bel cielo della Grecia: egli fu la sua guida principale in quella patria delle arti. Là in mezzo ai monumenti sfolgoreggianti di uno spirito creatore e libero, in quel tempio universale della bellezza purissima, il suo genio si preparò al culto [p. 24 modifica]sacro delle Muse. Quivi, in pegno della sua piena riuscita, offri il primo sacrifizio colle primizie delle sue ispirazioni e del suo genio poetico.» Per intenderlo completamente ella, leggendo l’Iliade e l’Odissea, studiò in pari tempo lo spirito, i costumi, la istoria e la geografia della Grecia. Pausania fu la sua guida. Vi apprese tante cognizioni, e così ben rammentossene che niuno avrebbe potuto immaginare di ritrovarle in una fanciulla che nulla avea di pedantesco e di ricercata ostentazione. Ma nutrì per tutto il tempo del viver suo una santa venerazione per Omero: ella ammirava la grandezza veramente gigantesca del suo lavoro: quella inesauribile varietà, quella dignità severa, a cui punto nuoceva quella leggiadra facilità. Ciò che più la sorprendeva nell’Iliade, si era quella grazia soavissima mista a quello spirito guerriero, indurito fra le pugne degli déi e dei mortali. A parer suo l’autore di tanto prodigio era stato senza dubbio il più grande artefice, e nell’entusiasmo dell’ammirazione sua essa si studiava di cogliere e far proprio lo slancio di quel genio.

Con tanta dote di cognizioni filologiche, lo studio delle altre lingue fu per Elisabetta un vero giuoco. In poco tempo conobbe la letteratura inglese, la spagnuola e la portoghese. Tradusse in tedesco alcuni frammenti del Paradiso perduto di Milton. Volse dallo spagnuolo in italiano le favole d’Iriarte, e dal portoghese tradusse in russo e in tedesco trenta odi di Manoel. Ma non paga di questi studi voleva imparare le lingue orientali. Ella avea fatti di già tali progressi nel greco moderno, che un Elleno rifugiato in Russia per i torbidi che laceravano la sua patria, parlando la propria lingua con Elisabetta che non sapeva esser russa, la credè greca di nascita, e giudicandola dalla pronunzia, la stimò nata in un’isola dell’Arcipelago. A confermare si fatta credenza influirono forse non poco i tratti del suo volto che potea dirsi greco.

Cerchiamo ora di dare qualche idea intorno alle opere sue. Noi crediam fermamente che niun uomo sia tenuto, e pel suo meglio e per l’altrui, di stampare quanto ha pensato e sentito nel corso del viver suo: e parimente teniam per certo che il titolo di autore non [p. 25 modifica]sia un gran merito. Imperocchè fra tutti i prodotti dell’industria umana niuno ve n’ha forse di più inutile della produzione di quei libri che ogni giorno generano e la vanità e la sete del guadagno. A che giovano quelle verità cento volte ripetute e che tutti sanno; quei tanti sentimenti che non trovano luogo che nell’interno delle nostre case, o nella maldicenza della società, e che non offrono verun interesse per lo spirito, e non consolano il cuore? Perchè, quali i personaggi nell’Hamlet di Shakspeare, rivestirsi agli occhi del mondo di passioni esagerate, e perchè quelle meschine contorsioni d’uno spirito sprovvisto di una fisionomia originale e sublime? Perchè vergognosamente togliere ai leggitori le ore preziose del loro tempo, quando non si può ricompensarli con un utile istruzione o con puri godimenti? Un’arte esiste che trae sorgente dallo spirito e dalla parola umana, ma non la trovi già in quelle poesie, frutto di una incerta e passeggera emozione del cuore, nè in quei romanzi estratti e composti nelle carte di un legale che cerca di porre in pratica la sua esperienza giudiziaria. Quell’arte è di una natura celeste e sacra: Dio stesso l’ha concessa all’uomo come un pegno del suo perfezionamento: Egli stesso per un atto misterioso della sua volontà la accorda ai suoi eletti: e così da lui consacrati, a loro concede l’impero dell’intelligenza umana: a loro infonde pensieri profondi e meditazioni salutari: pone in cuor loro quella forza perseverante che conduce alla meta, e sparge sulle lor labbra le attrattive della grazia o la possanza della folgore. Essi soli sono il vero sale della terra, gli eletti d’Israele. Ligi alla loro vocazione, li vediamo seguirla malgrado le seduzioni del mondo e nella piena delle burrascose passioni; adempiono al loro sacro ministero non come schiavi inutili, o indolenti mercenari, ma si come i confidenti della natura e della verità, e come capi che governano le tendenze e i pensieri degli uomini: insensibili alle adulazioni di una gloria vana, impavidi dinanzi alla forza, sempre pronti al sacrifizio di sé medesimi, non curando gli applausi del volgo, e col solo silenzio disprezzando i giudizi degli ignoranti. Elisabetta Kulmann apparteneva senza dubbio al numero [p. 26 modifica]di quegli eletti. Noi l’abbiamo veduta fin da primi anni della sua infanzia far mostra degli indizi non dubbi delle sue poetiche disposizioni, e il corso del viver suo non fu che un sacrificio non interrotto, offerto alle sublimi inspirazioni dell’arte. Egli è vero che familiarizzata con tanti scrittori distinti, presa di ammirazione per le bellezze delle opere loro, da principio timidamente entrò in una carriera, nella quale non avea veduto in niuna parte la mediocrità: e i primi suoi saggi furono soltanto alcune traduzioni. Ma instintivamente trascinata, fidandosi alle sue proprie ali, cominciò a volare di per sé stessa. Un giorno leggendo una biografia degli artisti più celebri, fu colpita dall’opera gigantesca di Michel Angiolo legando ai posteri la più audace delle sue idee, idea che l’età venture giudicheranno essere ascesa in cielo, e di là ridiscesa in terra onde riposare maestosamente in immense moli di marmo sovra il santuario di un tempio. Questa sublime creazione infiammò il suo spirito poetico così, che le fece credere possibil cosa realizzare qualche opera consimile in letteratura. Sì fatto progetto che da per sé solo era già un’altra inspirazione, non potea nascere che in una mente capace di compire meraviglie, se il destino inesorabile non si fosse compiaciuto di annichilarlo ancora in fiore. Ed in qual modo, senza gli impulsi morali di una forza superiore, quella sete di gloria avrebbe potuto svilupparsi nella mente di una giovine fanciulla cresciuta nell’oscurità e nella indigenza? E nondimeno quel pensiero di gloria spargeva un balsamo consolatore, ideale, sovra quella vita esposta alle più atroci privazioni. Quantunque meno che ogni altro inclinata fosse all’ostentazione, vizio comune alla mediocrità, pure, siccome ogni anima generosa, giudicava nulla potersi paragonare alla gloria di sopravvivere a sé stesso nella memoria degli uomini.

Il primo suo lavoro fu la traduzione delle più belle odi di Anacreonte in russo, tedesco, francese, italiano e latino. Quest’opera fu dedicata all’imperatrice Elisabetta che accolse che accolse benignamente quelle felici primizie di un genio nascente. Per provarle tutta la sua somma ammirazione, incaricò il signor Longhinof, segretario di Stato, di [p. 27 modifica]rimettere alla giovine poetessa un gioiello di brillanti unito ad una lettera ripiena de’ più lusinghieri elogi. Elisabetta fuori di sé per tanta inaspettata felicità, da quel momento in poi conservò una gratitudine così sincera per Colei che in siffatta guisa l’avea distinta, che potea quasi paragonarsi ad una specie di culto.

I Saggi Poetici di Elisabetta Kulmann sono scritti con gusto e stile veramente greco. Quantunque ella non avesse per tutti i classici la stessa venerazione di che era presa per Omero, pure gustava oltre modo Esiodo, Pindaro e Sofocle. In generale la sua predilezione per la letteratura greca non era l’effetto di alcuna direzione data al suo spirito, ma bensì la conseguenza di una simpatia naturale che evidentemente esisteva fra il suo genio proprio e il carattere poetico de’ Greci: giacchè si può francamente asserire che ella non dovea nulla ad una scuola, e che niun impulso straniero influì su le composizioni che formano questa raccolta.

Ma in riflettendo alla organizzazione della sua mente, tutta inclinata alle belle arti, è facile il comprendere come, ricercando per istinto il bello, si compiacesse particolarmente di quella vita armoniosa e serena, nella quale, più che altrove, ritrovava riunite intimamente e le forme e le idee. E quali altre produzioni, fuorchè le greche, potevano meglio rispondere a quella sua disposizione? Avvezza a rappresentarsi il bello sotto quelle forme ideali di grandezza, di semplicità e di grazia, piene di vita e di lusinghe, ella dovette senza dubbio rivestire le sue proprie idee di quelle istesse forme. La conoscenza della classica terra e dello spirito nazionale de’ Greci, attinta alle sorgenti istesse, le facilitarono i mezzi, e rivestirono le sue prime composizioni del colori e di tutte le apparenze dell’antichità. Questo primo slancio del suo genio, e la sua ammirazione per Omero, erano insieme garantie delle più alte speranze, e l’indizio sicuro di quella forza d’animo di che era provvista. Più tardi, ne’ suoi scritti si vide sorgere uno spirito diverso. È cosa degna da osservarsi in quegli esseri così perfetti i primi slanci dello spirito umano da’ quali si desume per l’avvenire la tendenza stabile, e il genere deciso della loro attività. In quelle faville [p. 28 modifica]spontanee che l’istinto produce, trovi rinchiusa la via alla quale siam destinati, donde scaturisce la sorgente dell’opere nostre, della nostra riuscita, e del nostri rovesci. Se ne fosse concesso di esaminarli in ogni loro picciolissima differenza, vi si scorgerebbe in succinto tutta la vita futura dell’uomo. E di fatti una commozione del cuore quasi insensibile, prodotta di cagione ignota, troppo sovente presagisce la burrasca delle passioni, che intorbidando la vita, annichilisce le forze: e nello stesso modo quando un raggio di luce rapido come il lampo ne colpisce lo spirito e sfavilla nella folla del pensieri, si può facilmente prevedere il principio di un lavoro, che più tardi il critico ingegnoso lo crederà il prodotto di profonde meditazioni e di dotte combinazioni. La mente di Elisabetta era talmente atta alla creazione che la più lieve circostanza risvegliava in lei l’idea di una poetica composizione, che da quell’istante le si presentava sotto tutti i diversi punti di vista. L’avresti detta un’arpa di Eolo, che il menomo alito de venti facea risuonare in magici accenti. Leggendo un giorno l’opera di Belzoni sull’Egitto, fu sorpresa in veggendo che quel l’autore narrava come l’isola di Dgerme si formasse in una delle foci del Nilo in quel luogo istesso ove un bastimento avea naufragato. In un momento concepì l’argomento di una piccola produzione che intitolò l’Isola del Battello. Ricca di questo nuovo acquisto, come le api del monte Imetto, volò verso la Grecia per farlene dono. Ma desiderando pur tuttavia conservare qualche rassomiglianza istorica e geografica nelle sue composizioni, ecco in qual guisa ella stessa ne racconta, nelle memorie che qui trascriviamo, quali difficoltà le convenne vincere per trionfarne. «La carta della Grecia era distesa dinanzi a me: non trovava verun’isola sulla foce dei fiumi della Beozia. Il lapis che secondo la mia abitudine teneva in mano era spuntato: non potendo appuntarlo poichè mio fratello mi avea tolto il temperino, presi la penna, senza perdere di vista il Cefiso che si getta nel lago Copaico: non volea slontanarmi da quello, perchè ivi avea già posto il mio Pescatore. Quel lago offre infinite scene poetiche; ma io avea bisogno di un’isola. Assorta nelle mie riflessioni, [p. 29 modifica]intingo la penna nell’inchiostro, che da noi è assai liquido, poichè vi aggiungiamo spesso dell’acqua, e vado sempre scorrendo le rive del Copaico, studiando di trovarvi un luogo adatto ove stabilire la sede della mia nuova creazione. Tutto ad un tratto una grossa macchia d’inchiostro mi cade dalla penna in sulla estremità del lago, e mi affliggo e piango la mia carta che non mi era dato di rinnovare. Ma pure inopinatamente ritrovai ciò che tanto desiderava. La macchia d’inchiostro era caduta quasi alla foce del Cefiso, ed ivi formava appunto quell’isola ch’io ricercava. Appena quest’idea mi si era fatta in mente che scopersi sulla riva sinistra del lago, alcune ruine, ch’io non avea da bel principio osservate: in un baleno mi si fecero innanzi tutte le altre parti della mia composizione, e in breve tempo il piano del mio lavoro fu interamente compito.»

Il secondo volume delle opere sue, publicate dall’Accademia russa, ha per titolo: Poesie di Corinna. Ecco quale fu la origine di questo lavoro, le cui parti, quantunque apparentemente poco s’incatenino fra loro, hanno pur tuttavia la stessa causa. Il signor Grossheinrich spesso leggeva con Elisabetta le poesie di Pindaro ch’ella stimava il più dopo Omero. Ella cercava di conoscere tutte le particolarità della vita degli autori che prediligeva. Nelle diverse relazioni sovra Pindaro, ella conobbe l’istoria di Corinna, che al dire di molti avea cinque volte trionfato di quel celebre lirico. «Io non presto gran fede, - disse ella, «a questi trionfi di Corinna. Il carattere di Pindaro è così sublime, così impetuoso che dovea riuscire difficile per chicchessia di soverchiarlo, e specialmente per una donna, o pure i giudici nell’incoronare Corinna mostrarono troppa parzialità. È nondimeno gran peccato che nulla ne sia rimasto delle opere sue. Non era cosa facile l’ottenere in Grecia la corona de’ poeti: e Corinna ebbe questo vanto.» – «Da voi dipende,» le rispose il signor Grossheinrich, «di risuscitarla.» – «Come da me?» – «Da voi: scrivete qualche cosa in verso e publicatelo sotto il suo nome, quasi che tradotto dal greco. Potete dire che si è ritrovato in una biblioteca qualsiasi. Aggiungetevi qualche dotta osservazione: i critici si [p. 30 modifica]disputeranno fra loro, e il pubblico vi sarà grato. Non è egli forse così che Macpherson ha publicate le poesie di Ossian?» Questo scherzo fece ridere Elisabetta: ma poco tempo appresso, ella mostrò al signor Grossheinrich una composizioncella in versi, intitolata A Mirtoo, nella quale Corinna ringrazia la sua maestra per le cure che ha preso di sviluppare e perfezionare i suoi talenti.

Dopo averla letta il signor Grossheinrich esclamò: «Superbo! ecco una prefazione alle poesie di Corinna. Proseguite, per amor del cielo cosi, e se in tal guisa vi immedesimate nell’indole della greca poesia, voi senza dubbio risusciterete Corinna.» Una rara modestia era uno fra i tanti pregi di Elisabetta. Allorquando udiva encomiare i suoi talenti, arrossiva come se fosse stata accusata di qualche colpa. Pure si compiaceva in credere che le sue veglie e i fiori della sua immaginazione avessero a spargere un soave olezzo intorno alla sua tomba. Dieci anni hanno bastato a distruggere quelle labbra rosee, que’ bei capelli castagni che faceano risaltare la pura maestà della sua fronte, e per far distruggere dalla putredine quel seno virginale ricco di tanta vita; ma le sue opere nulla perderono del loro valore. I pensieri sopravvivono al teschio ove nacquero. Dopo Mirtoo, vennero alla luce l’una dopo l’altra tutte le composizioni che racchiudonsi nelle Poesie di Corinna.

Non sappiamo se le opere di Elisabetta che han per titolo Saggi Poetici avranno buon numero di leggitori. Imperocchè la maggior parte fra essi è avvezza alle rime risuonanti, ed a certe tali quali forme senza di che la Musa la più brillante non può presentarsi a loro, appunto siccome una leggiadra donna non ardirebbe presentarsi in un circolo senza essere vestita secondo l’uso del giorno. Forse che il loro carattere greco spaventerà coloro che considerano essere eresia letteraria qualunque allontanamento dal gusto dominante, a dispetto di quella verità omai bene stabilita, che ogni luogo, ogni tempo, ed ogni genere è dischiuso all’arte creatrice ed independente. Le generazioni antiche sono morte per noi: la rinomanza delle loro passioni ora è fatta muta. Tutte le molle che ponevano in moto quelle masse sociali non ne [p. 31 modifica]assordano più col loro rumore. Il sangue e le lacrime dei poveri mortali che ascesero il Campidoglio, e percorsero le pianure di Maratona, niun’altra traccia di sé ne lasciarono fuorché poche pagine d’istoria. I modi del vivere de’ Greci sono perduti, e l’antiquario solo ne riunisce i frantumi sparsi per poter pure discoprire la struttura di quelle organizzazioni, nelle quali tanta vita e tanta forza circolava. Ma l’arte ignora que’ limiti ristretti, che i nostri bisogni e le nostre passioni ne impongono: e disgiungendo l’idea della vita da quell’apparecchio meccanico nel quale si elaborava, l’arte può a sua voglia far risorgere degli esseri che abbiano gli stessi caratteri di quelli dei figli del mondo primitivo. Perché non mi dipingerebbe sul tramontar del sole, assiso innanzi alla sua tranquilla capanna, un patriarca, pastore e re, circondato da suo figli e servi? ovvero in sul far del giorno me lo mostri sulla cima di un colle apparecchiandosi ad offrire una vittima eletta al Dio proteggitore della sua mandra e de’ suoi pascoli? Che mi dipinga Roma nella sua fiorente giovinezza volare verso il dominio della terra intiera, o pure Roma cadente per vittorie e per vizi ricoprire colla porpora scolorita le catene e le piaghe sanguinolenti, e ricevendo dalle mani dei suoi propri figli il giusto e severo castigo pel sangue delle nazioni, ch’ella ha sparso. Che mi mostri il Greco, animato, sorridente, incoronato di fiori, né schiavo né oppressore, la sciando ai posteri le sue conquiste e i suoi tesori nelle scienze e nelle arti. Il mondo intero è la sede delle arti: su questo esse appoggiansi per innalzarsi infino al cielo: libere di cangiar tutto a lor voglia, e tutto ripulire. Ogni terrena apparizione può servire di mezzo onde trasmettere ai posteri i propri pensieri. Ammessa questa verità non chiedete perché Elisabetta rivolgesse ogni suo sguardo inverso la Grecia? Perché quivi cercò le ispirazioni de’ suoi canti? A quest’inchiesta basterebbe il rispondere, perché così il volle. E di fatti la sana critica ha facilmente riconosciuto il merito delle opere di lei, e loro ha accordato un posto distinto nella letteratura russa. Abbiamo avuto la gioja d’udire i nostri primi letterati altamente confessare che le produzioni di quel genio precoce e fecondo, erano una eredità per la [p. 32 modifica]patria sua. Le poesie di Elisabetta non sono già frammenti lirici, figli d’una effimera ispirazione, nelle quali una idea incerta venga espressa con immagini poste lì a caso. No. Ogni composizione è un piccolo poema, una creazione piena e compita. Non trovate una sola idea che non vi si appresenti sotto i colori più animati e leggiadri. Vi è forza ammirare le sue descrizioni, la lucidità ed il finito d’ogni parte del suo quadro. Ecco come descrive Eudora occupata a comporre un inno in onore di Cerere e Proserpina.

«Le arde la fronte: gli occhi scintillano. Come al tornar di primavera, spuntano a mille a mille i fiori in sul prato, così dal profondo del cuore di lei ella vede sorgere in folla i pensieri da prima e diversi e confusi: gli uni limpidi, nuovi, arditi, feroci e brillanti: gli altri negri, taciturni, sognanti, fecondi, e sublimi; or l’uno domina tutti gli altri per un istante e vanisce; or l’altro al suo primo apparire attrae e ritiene tutto il suo interesse, i suoi voti, tutta l’anima sua: insensibilmente usurpa il luogo agli altri: li distrugge o li sottomette: allarga a poco a poco i confini nel suo vasto dominio, e finisce collo stabilirvi il suo impero.

Siccome un architetto sceglie i suoi materiali per edificare un tempio sacro agli déi immortali, così lo spirito sceglie fra suoi pensieri: li dispone, li raduna e gli unisce per giungere alla sua meta: rivede il suo lavoro: or toglie, or aggiunge: cerca di spargervi dovunque la grazia: non tollera alcun ornamento superfluo: poi postosi in distanza lo contempla finito, resta sorpreso del prodigio che ha creato e sorride chiamandolo opera sua.»

In altro luogo così dipinge il carattere di Pindaro.

«Fra tutti i cantori della foresta, l’usignuolo soltanto non ne imita alcun altro: egli basta a sé solo: producendo a sua posta suoni «armoniosi e diversi, de’ quali modula il canto or tenero, or dolce, or forte, or melanconico, or lieto, secondo i diversi sentimenti che lo animano. È così Pindaro né suoi versi: non assomiglia ad alcun altro poeta: egli è simile all’Asopo, re dei fiumi della Beozia, il quale [p. 33 modifica]come una colonna di diamante fra tre quercie antiche, si slancia con fragore dal centro di una roccia sul pendio del Citerone.

Donde cadendo in fecondante rugiada che prende i colori del l’iride, di roccia in roccia si spiega in cadute risuonanti, e si converte in ruscello: quindi riunendo nel suo corso il tributo de’ torrenti delle montagne, s’ingrossa e si fa fiume, che conquistatore invincibile invade la valle.

In breve è giunto a Oerea, isola prediletta delle Grazie: quivi rallentando il corso quasi che l’amore e la gloria si faccian nel suo seno guerra, sembra abbandonare a stento quelle rive incantatrici; e scorre tacito e grave dinanzi al tempio della severa Giunone.

Più lungi i suoi flutti s’innalzano e passano orgogliosi ma tranquilli, rispettando il primo sonno degli eroi di Platea, ove il loro valore a prezzo di sangue ammucchiò gli avanzi del popoli della Persia: ove la quercia della libertà in poco tempo cresciuta, ricoperse coll’ombra sua tutelare l’intiero suolo della Grecia.

Come un illustre capo raduna intorno a sé tutti i suoi capitani, onde intraprendere una lontana impresa; così egli trascina seco l’Ismeno caro ad Apollo, il Termodonte che zampilla ai piedi di Giove, il gajo Scamandro incoronato di pampini e di fiori, e tutti insieme da lui protetti s’indirizzano verso la loro meta.

Percotendo le sponde co’ suoi flutti rumoreggianti viene a piedi del colle d’Amfiarao, onde accrescersi delle fecondissime e nume rose sorgenti di lui. Ha cessato d’esser un fiume; è divenuto un lago, le cui onde animandosi corrono: e tale ei giunge all’Euripo, non come soggetto che presti omaggio, ma come un re si fa incontro ad un altro re.

E tale, o Pindaro, cantore leggiadro a un tempo e forte, semplice e sublime, percorri la tua via verso l’immortalità senza che niun ostacolo arresti i tuoi passi. Tu scegli sulla terra l’oggetto dei tuoi canti, tu l’innalzi fino al cielo, e ce lo offri tutto risplendente di quella sfolgoreggiante luce che ti compiaci di contemplare, e che viene rinfranta dalle opere tue!» [p. 34 modifica]

Quanta ricchezza d’immagini! con quale lucidità, con quanta adequatezza, ella descrive ogni varietà dell’Asopo, senza mai dimenticare il paragone che ne fa con Pindaro. Con quale arte ella approfitta delle località per variare le sue descrizioni! Come anima ogni quadro riempiendolo di moto, di vita e di poesia! quanta precisione in ogni parte del suo quadro immenso! Nulla vi è di soverchio, ma tutto è necessario, tutto è a suo luogo, onde animare e compire l’intera composizione. Quanto è mai felice l’idea di rappresentarci l’Asopo alla sua sorgente rumoreggiante e pieno di spuma: quella è la sua giovinezza! Poi ritrova Oerea, primo oggetto dell’amor suo: ma poi si placa, si restringe tosto che perviene ne’ campi sacri, ove a prezzo di sangue fu comprata la libertà della Grecia. Infine ingrossato da fiumi suoi tributari, s’affretta nel corso e giunge all’età virile: sacrifica l’amor suo per la gloria, e costante ne’ suoi sforzi s’inoltra verso l’Euripo, non come tributario, ma quale un re si fa innanzi ad un altro re. Appena letto questo frammento, ognuno dice, «quest’è l’immagine del genio: tale dové esser Pindaro!»

Qui terminiamo l’analisi delle opere di Elisabetta: un profondo dolore viene a mescersi alla dovuta ammirazione che ne ispira l’interessante e giovine autrice. E come non piangere il fato che recise quel fiore appena schiuso, e che pur tuttavia spandeva tanta luce, e tante speranze racchiudeva? Diamo il catalogo delle principali opere di Elisabetta Kulmann.

I.º I suoi Saggi Poetici in tre volumi publicati dall’Accademia Imperiale russa, l’anno 1833. Essa scrisse queste poesie in russo, tedesco e italiano, e la stessa Accademia ha publicato l’edizione tedesca, alla quale è stato aggiunto un quarto volume contenente le poesie da lei composte all’età di dodici, tredici e quattordici anni.

II.º Le sue Novelle in tre volumi col titolo: Novelle russe; Novelle d’oltremare; e la Lampada meravigliosa, novella orientale, divisa in otto serate. L’origine di questa è degna d’osservazione. Non ebbe per comporla altra guida che la sua memoria, non avendola mai letta, ed altro non sapendone che quanto gliene avea raccontato la madre [p. 35 modifica]o il signor Grossheinrich. Era sopra tutto in questo genere di composizione, in ch’ella poteva lasciar libero il campo al suo genio, che si ammira ad ogni passo la copia, la bellezza e la novità delle sue finzioni, e quella sua sorprendente pieghevolezza a conformarsi alle esigenze del tempi, de luoghi e delle persone che poneva ne’ suoi argomenti: imperocchè ella seppe con arte riempire delle sue proprie invenzioni i vuoti che avevano lasciati coloro che le aveano narrate.

III.º Ecco le sue traduzioni. Dal greco in russo e in versi, oltre le odi di Anacreonte già menzionate, alcuni idilli di Bione: in prosa alcuni frammenti di Eliano, di Senofonte e di Erodoto. Dall’italiano in russo e in versi la tragedia di Alfieri, il Saul, e alcuni squarci di Metastasio. Dal russo in tedesco e in versi, le quattro tragedie di Oserof, alcune odi di Lomonossof, alcune altre di Derjavin, dei frammenti scelti di Dmitrief, di Batiuschkoff e di Karamsin. Dall’italiano e in versi quattro tragedie di Alfieri. Dall’inglese molti squarci di Milton, dallo spagnuolo le favole d’Iriarte, dal portoghese trenta odi di Manoel, il tutto in versi. In italiano molte odi di Orazio e alcuni frammenti dell’Iliade. Senza annoverare abbozzi di componimenti, dopo la morte di lei trovati fra le sue carte. Ciò che v’ha di strano è, che quantunque versatissima nella letteratura francese, ella non abbia mai nulla tradotto da quella lingua, eccettuate dieci meditazioni di Lamartine, ed alcuni frammenti di Delille.

Ma quali furono le circostanze che influirono allo sviluppo del suo genio? Furono tali da secondare lo slancio delle sue facoltà, ovvero ad esser loro di ostacolo? La soluzione di simile problema è assai più difficile che non si crede in generale. La debolezza umana è sempre pronta a condannare al nulla qualunque potenza intellettuale, ogni qual volta questa si trova costretta a combattere l’avversa fortuna. «Non potrà resistere, è vicina a cedere,» dicesi tosto che si vegga condensarsi qualche nube intorno a quella. Perchè calunniare così la natura umana che disgraziatamente è per sè stessa di già troppo degna di compassione o di biasimo, senza accusarla per anco di debolezza, di servitù, di vanagloria in quelle qualità istesse che [p. 36 modifica]le sono argomento di onore, e che valgono a farla grande agli occhi nostri? Non le togliamo la gloria di essere ella stessa autrice de’ suoi trionfi, come lo è delle sue disfatte. Se l’uomo comune dopo i combattimenti che dee sostenere nella vita non sa ritrovare il suo cuore in tutta la sua purezza virginale, né credere alla propria dignità, volgiamo almeno lo sguardo verso quegli esseri dotati d’un’anima più perfetta e forte. Ne insegneranno a sopportare i capricci del destino, e co’ loro sforzi non interrotti ne mostreranno come si mantenga la pace ne’ petti nostri, e come si proceda sempre verso una maggiore perfezione. La loro vita e i loro sforzi ne dimostreranno evidentemente che le circostanze possono influire sul modo di percepire, possono modificare la nostra attività, ma che però non han forza bastante per slontanarci dalla meta che ci siamo prefissa, né render vani in noi quel doni che il cielo ne ha accordati, a meno che noi stessi non ci compiacciamo a calpestarli. Seneca dice che il più bello fra tutti gli spettacoli è quello di veder l’uomo combattere contro il destino. Elisabetta ebbe a sostenere tutto il peso delle miserie, e ciò in quella età in che ne è più sensibile il dolore delle privazioni e l’attrattiva de’ piaceri.

Abbiam veduto con quale commovente candore ella ci narra che fosse priva perfino di inchiostro adatto nelle sue letterarie occupazioni, e noi abbiamo ritrovato fra suoi scritti delle frazioni di carta sulle quali per economia era costretta di scrivere. Il signor Grossheinrich l’aiutava quanto il poteva, era previdente e premuroso a fornirla di carte geografiche, di libri di studio e di letteratura, di quanto era necessario pel disegno: ma ella si sforzava di celargli di quanto ancora abbisognasse, e ciò non per una vergogna di amor proprio offeso, ma per temenza di abusare di un amico per tante prove conosciuto, e sempre disposto a colmarla di doni, quantunque egli stesso altri mezzi non avesse che quelli che gli fornivano le sue onorevolissime fatiche. Spesse volte Elisabetta sospendeva lo studio della carta geografica della Grecia, e passava a deporre una bracciata di legna nel fuoco, poichè non avea servi in casa. L’Iliade spesse volte [p. 37 modifica]dové cedere il luogo alle faccende domestiche: spesso accadeva che dai fornelli ove apprestava un meschino desinare per sé e per la madre, ella accorresse al tavolino onde scrivere pochi versi felici che spontanei le si erano affacciati alla mente. La madre di delicatissima salute il più delle volte era impedita di prestarle il più piccolo aiuto. Quelle frequenti indisposizioni raddoppiavano le occupazioni di Elisabetta. E non crediate già che svogliatamente, o lagnandosi, adempisse a tutte quelle cure materiali e volgari che così poco erano confacenti alla sua vocazione. Ella non rassomigliava punto agli esseri mediocri che sono sempre pronti ad accusare il cielo e la terra d’ogni contrarietà di questa nostra vita: ponendo a carico del destino tutte le difficoltà che sono incapaci di vincere: che ogni piccolo ostacolo gridano esser colpa del loro nemici, o di una persecuzione, cogliendo avidamente il più leggero pretesto di rinunziare ad un lavoro che li attedia, perché l’aveano intrapreso spinti da un effimero capriccio, e non mossi da una reale ispirazione, felici di attribuire agli uomini o alle circostanze la loro sconfitta. Elisabetta amava la poesia e le scienze non per iscelta volontaria, ma per le naturali disposizioni del cuor suo e del suo spirito, che in quello studio le faceano scoprire la sorgente de godimenti i più puri, e per lei così dolci, da farle dimenticare ogni pena, ogni sofferenza. Preparando il suo povero desinare, ovvero occupandosi delle minuzie del suo vestiario, ella sorridendo si rammentava che figlie dei re dell’antichità, malgrado la loro grandezza, sapevano adattarsi ad un lavoro assai più penoso sulle sponde de fiumi. «Io non mi stimo già poca cosa,» ella disse un giorno al signor Grossheinrich, mostrandogli tenere in una mano un grande cucchiaio di legno, e nell’altra una penna, «questi sono gli attributi della mia potenza sovrana nella sfera domestica, e nel dominio della mente.»

Proviamci di dipingere con poche parole il suo fisico e il suo carattere. La natura avea radunato in lei quanto può innalzare al di sopra degli altri, quei mortali che predilige. Elisabetta era oltre ogni credere dotata di una bellezza rarissima. Grande e snella, la [p. 38 modifica]fronte alta, di carnagione bianchissima, cui dava maggior risalto una larghissima capigliatura castana. Le sue forme erano di un bello ideale così difficile ad incontrarsi, che in veggendola era impossibil cosa di non crederla una di quelle creature che non sono fatte per questa terra. I suoi occhi celesti erano spesse volte sfolgoranti col lampo del genio, e tutta l’espressione di quella fisionomia veramente greca, riempiva l’anima di un affetto potentissimo che di gran lunga superava il piacere prodotto dalla regolarità de’ suoi tratti. Scorgevi in tutta la sua persona una dignità così pura che attraeva lo sguardo e gli omaggi di ognuno. Il suo sguardo grave e meditabondo ti imponeva, ma il suo sorriso era di una dolcezza inesprimibile. La sua voce flessibile e sonora era sopra ogni cosa rimarchevole, perchè chiaramente rendeva tutte le sensazioni e tutti i moti dell’anima sua, e le accresceva una forza irresistibile: quando specialmente ella parlava con effusione di cuore, niuno al certo poteva essere bastante mente insensibile per resisterle. Cantava e declamava magistralmente. Avvrebbesi detto che il genio dell’antica Grecia animandola colle sue idee di perfezionamento, aveva anche prodigata sovra tutta la sua persona le attrattive di una bellezza perfetta, come ne vediamo i modelli nelle scolture antiche. I suoi bei modi compivano le attrattive che destavano i suoi vaghissimi tratti. Ella era di una facondia inesauribile, massimamente quando il soggetto della conversazione era di qualche interesse. Trovavi nel suo discorso una originalità soavissima. Scherzava con gusto e con ingegno, ma in generale la sua elocuzione era naturalmente oratoria. La sua immaginazione le somministrava ad ogni tratto figure analoghe al suo argomento, così che ascoltandola parlare lungamente nei momenti d’ispirazione, avresti creduto che improvvisasse sopra un argomento obbligato. Parlando della sua ispirazione non sapremmo passar sotto silenzio una osservazione fatta da tutti coloro che l’hanno conosciuta.

In quei momenti solenni, ne’ quali era assorta in quella idea che si proponeva sviluppare, stava immobile, lo sguardo fisso verso un solo oggetto, la fronte oscurata; la vedevi impallidire, il suo volto [p. 39 modifica]diveniva austero e grave, tutto sembrava dinotare che era in uno stato di sofferenza. Parea quasi che fosse sotto l’influenza di una forza misteriosa, e di un potere irresistibile. Ma quello stato non era di lunga durata. In breve tempo, lo sguardo ritornava sereno: e lasciato impetuosamente il posto ov’era seduta, percorreva rapida mente la sua stanza; tutto il suo corpo riprendeva la sua sveltezza, ed il suo volto fatto maestoso diveniva sfavillante di gioia e di vita. In quel momento l’anima sua trionfante in quell’ora per lei sacra, potea dire: «L’opera mia è compita.» E qui ne giova osservare un fatto fisiologico, assai straordinario: in quei momenti le sue mani si facean freddissime, e passeggiando ella le stropicciava sempre insieme onde riscaldarle.

E pur tuttavia, chiunque l’ha conosciuta, e ne ha dati questi pochi cenni intorno la vita sua, ne ha accertati, che a fronte di tante qualità, Elisabetta era timida, a meno che un impulso estraneo la muovesse. Famigliarmente conversando con lei niuno avria potuto credere intrattenersi con una donzella ricca di tante cognizioni, e che parlava in quasi tutte le lingue dell’Europa moderna, e versatissima nel greco antico e nel latino. Quell’anima virginale non conosceva il prestigio degli encomi, tributo concesso ai grandi ingegni: essa amava la gloria, ma non il chiasso. La scorgevi spesso pensierosa, alcune volte animatissima, ma però sempre modesta, cortese e lontana da qualsiasi pretesa. Era impossibil cosa il tenerla per autrice. Ella copriva col più profondo secreto i frutti delle sue poetiche ispirazioni. Il solo signor Grossheinrich conosceva e partecipava a quelle preziose offerte ch’ella deponeva sull’altare delle Muse. No, essa non avea nulla che dinotasse in lei una donna sapiente, e forse è morta appunto onde non acquistare quelle apparenze. Essa era soltanto una carissima creatura, che occupava il luogo il più eminente nella vasta umana famiglia. La ricchezza del cuor suo la spronava a scrivere: ella desiderava che un giorno il suo nome fosse noto, i suoi scritti fosser letti. E chi non nutre il desio d’esser inteso ed apprezzato? Ella era un angiolo sceso sulla terra, che il cielo ne rapì al suo [p. 40 modifica]diciassettesimo anno, appunto onde non perdesse mai la sua angelica forma.

Elisabetta giudicava delle cose con una sorprendente sagacità. Il suo colpo d’occhio, la prontezza e la varietà con che sviluppava le proprie idee, erano un carattere distintivo del suo ingegno sempre lucido, e posto a tale altezza donde un vastissimo orizzonte si schiudeva dinanzi a lei. Abbiamo sempre avuto a riconfermare ciò che veniamo di asserire in tutto lo sviluppamento delle sue facoltà intellettuali. Dotata dalla natura d’uno squisito sentimento del bello, ella seppe perfezionarlo collo studio assiduo de’ classici di quasi tutte le nazioni che sono giunte ad un alto grado di civiltà. Quantunque ella godesse di imitare lo stile dei Greci, pure ne suoi giudizi non si lasciò mai dominare dallo spirito delle scuole classica e romantica. L’ascoltavi rendere piena giustizia al merito de’ tragici francesi, Corneille e Racine, ma l’autore che a tutti preferiva in quel genere era Schiller. A parer suo fra le tragedie di Corneille, Polyeucte era la prima, e il Cid la seconda. Alcune persone le fecero osservare, che convenia pur dare la preferenza agli Orazj e a Cinna. «Certo,» ella rispose, «quelle tragedie sono più animate, vi trovi più sublimità e maggior arte, ma le prime parlano più al cuore.» Delle composizioni di Schiller, quelle che preferiva erano Giovanna d’Arco e Guglielmo Tell. Stimava come capolavoro di Goethe il suo Egmonte, e giudicava esser il più debole di tutti, Clavigo. Non affezionava la commedia in generale, ed il solo autore che leggesse con piacere si era Molière. Pare che non conoscesse Shakspeare: almeno non trovi alcun indizio che se ne occupasse particolarmente: stimava immensamente Milton. Nelle ore di riposo, leggeva con grande diletto le descrizioni dei viaggi: vi attingeva con avidità le nozioni interessanti de’ costumi e degli usi del popoli, e di questi spesso s’intratteneva con quelli che la avvicinavano.

Trovasi nell’indole di Elisabetta una qualità che possiede chiunque è destinato a compiere quaggiù grandi cose, voglio dire, la perseveranza negli sforzi per ottenere l’adempimento dello scopo che si [p. 41 modifica]prefiggeva. Era impossibil cosa il distorglierla da una impresa dicendole: «Abbandonate il vostro progetto, è troppo difficile.» Simile consiglio ad altro non serviva fuorché a concentrare tutta la sua attività sopra quel solo oggetto. Tutto nel suo lavoro non era facile: nonostante le sue eminenti qualità, la parte meccanica le offriva degli ostacoli che non vinceva che dopo lunghissimi sforzi. Ma nelle circostanze, nelle quali lo spirito solo dovea soccombere, la volontà ferma trionfava. Niuno, più di lei, sapea disporre con economia del tempo. Dormiva sette ore: si alzava alle sei del mattino quasi sempre: facea la sua preghiera con un fervido raccoglimento e colla più umile devozione. Quantunque si vestisse con decenza, e potria dirsi anche con eleganza, in pochi minuti era sempre pronta. La colazione era breve, e spesso brevissima, perchè spesso le mancava il necessario. La prima occupazione che sceglieva era quella che esigeva i maggiori sforzi, e la maggiore tensione di spirito, occupazione alla quale si dedicava fino all’ora in che dovea preparare da sé stessa il parco desinare, del quale si sbrigava facilmente, vista la sua povertà. Il dopo pranzo era esclusivamente consecrato alla letteratura, ed a quelle opere che doveano estendere il circolo delle sue cognizioni. Di tanto in tanto leggeva qualche cosa unicamente per distrarsi. La sera stava o colla famiglia del comandante del Corpo delle miniere, o con sua madre e col suo vecchio amico e precettore. L’ordine il più esatto era l’anima delle sue occupazioni: per lei ogni occupazione avea il suo tempo, e ogni oggetto il suo luogo, e spesso si vantava ridendo, di essere in ciò superiore a Franklin, poichè egli stesso confessava in un’opera sua che gli riusciva immensamente penoso dover porre dell’ordine nelle cose sue.

Noi narreremo due fatti che provano quanto delicata e quanto buona ella fosse. All’esposizione delle belle arti vi erano, fra gli altri, tre o quattro dipinti di un giovine Persiano, che Abbas-Mirza aveva mandato in Europa per studiare la pittura, e niuno pose mente a quei quadri, che non erano senza merito: l’autore era nella stessa sala frammisto agli spettatori, fra quali si trovava anche Elisabetta. [p. 42 modifica]Ella compianse quello straniero, dicendo: «Conserverà di ritorno nella sua patria una dolorosa rimembranza della nostra ospitalità: perchè non indirizzargli qualche parola lusinghiera sovra gli oggetti che tanto devono premergli?» Dopo averli ammirati e lodati con intelligenza, perchè ella stessa disegnava con maestria, rivolta all’artista lo felicitò e gli parlò con interesse de’ suoi viaggi, del suo soggiorno in Inghilterra donde era tornato, e finalmente lo richiese qual paese preferisse fra l’Inghilterra e la Russia. Il pittore cortesemente rispose: la Russia. «Io capisco perchè,» soggiunse Elisabetta, «qui siete più vicino alla patria vostra. Oltre la gioia del ritorno, quanti godimenti colà vi aspettano! Voi, secondo ogni apparenza, siete il primo artista persiano che abbia viaggiato per l’amore dell’arte.» Lo straniero ascoltò estatico quella giovine fanciulla che ringraziò caldamente della sua bontà. – Essa avea fatti grandi progressi nel disegno della figura sotto un maestro abilissimo, ma che non era egualmente abile nel paesaggio. Quantunque ella preferisse questo genere a quello, fu impossibile a persuaderla di lasciarsi dirigere da un valentissimo paesista. «I miei progressi saranno più lenti,» essa rispondeva, «ma rifiutando il secondo maestro, proverò al primo tutta la gratitudine che gli professo per le cure che mi ha prodigate.»

I suoi trionfi più belli furono nel quattordicesimo, decimoquinto o decimosesto anno del viver suo. Ma il suo destino s’avvicinava al termine, la tomba l’attendeva. In quei momenti in che l’anima sua innalzavasi al di sopra di tutto ciò che v’ha di terrestre, un presentimento inesplicabile e tristo veniva a spegnere le sue più dolci sensazioni. Ella divenne pensierosa. Una malinconia frenata da una religiosa rassegnazione, si sparse sovra quel suo leggiadro volto. Il cuore della povera madre rispondeva a quella mestizia: una previdenza d’istinto produceva un angoscia secreta che era figlia del timore di perdere subito e per sempre Elisabetta. Questi funesti presagi, queste misteriose predizioni della natura si avverarono troppo presto, e quel fiore fu reciso allorquando stava per ischiudersi interamente, pieno di freschezza e di beltà. Forse i nostri lettori [p. 43 modifica]crederanno che ella fosse vittima dello studio spinto al di là del dovere? No: le sue forze morali sarebbero state troppe anche per una più lunga carriera, e lo studio le era sempre sorgente di gaudio e non di fatica, ed in casi simili la natura è molto più forte che la non si crede volgarmente. Non fu per vie così ritorte che il destino la condusse al sepolcro. Si servi di un mezzo più efficace dell’indigenza. Verso la metà dell’ottobre, allorchè il clima di Pietroburgo semina a piene mani nella classe povera i germi delle malattie d’autunno, che forniscono alla morte una ricca messe, Elisabetta che non avea potuto procurarsi un mantello conveniente alla rigidità dell’inverno di questi paesi, venne alle nozze d’una sua parente. Leggermente vestita, dovè aspettare dopo la cerimonia, lungo tempo, una vettura, e trattenersi esposta al freddo e al vento sul peristilio della chiesa. Ella rabbrividì, e da quel giorno apparvero leggeri sintomi della incurabile malattia che la rapì agli amici, alle scienze e alle arti. Da principio, con quella indolenza propria di chi è sano, ella sprezzò i primi segni d’un male che conveniva combattere appena comparso. Il 7 di novembre del 1824 ebbe luogo l’inondazione così funesta a Pietroburgo. Il Vassil-ostrof soffrì più che le altre parti della città, ed Elisabetta avendo corsi pericoli ed il terrore di quella funesta giornata, s’aggravò da quel momento in poi in modo sensibile. Così incominciò quella febbre di languore che divorando a poco a poco la sua vittima, la conduce con lenti progressi al sepolcro e ne fa essa stessa testimonio del suo giornaliero deperimento. I rimedi dell’arte furono vani, e divenne impossibile di salvarla dalla consunzione che la distruggeva. Le auguste madri d’ogni infelice, l’imperatrice Maria e l’imperatrice Elisabetta conoscendo i talenti della giovine Kulmann, ed instrutte dello stato in che si trovava per mezzo dal segretario di Stato signor Longhinos, si affrettarono di farle dare tutti i soccorsi possibili: ma la providenza avea fissata l’ora della sua fine, e l’umano potere non bastò ad allontanarlo.

L’ultimo anno del viver suo ne presenta lo spettacolo commovente di una pazienza eroica, e di una rassegnazione umile e cristiana. Ella [p. 44 modifica]comprese il suo stato e si familiarizzò coll’idea della morte e di una miglior vita. Ecco ciò che scrisse ad una amica della sua infanzia, in sul principio della sua malattia.

«Ho sognato che da lungo tempo io viveva in cielo, ed era già avvezza al mio nuovo stato: avea delle ali leggerissime, e mi compiacea nell’ammirare i loro uniformi movimenti: volava sotto il sole d’Eden, del quale potea fissare i raggi risplendenti più dolci assai del mio primo sole; m’immergeva nell’azzurro puro e sereno di firmamento meraviglioso per la sua bellezza.

Colà non vi era differenza di giorni: scorrevano recandomi sempre gli stessi godimenti; il mio cuore era certo che chiunque ami sotto quel nuovo cielo, non cesserebbe giammai d’amare.»

Ella celò sempre religiosamente alla madre il segreto che un incerto presentire le avea svelato da prima, e che poi s’era fatta certezza: ella sosteneva quella convinzione rassegnatamente, e con una fiducia senza limiti nella bontà divina, e non restava mai di consolar sua madre, cercando d’ispirarle la speranza di una pronta guarigione: e colla tranquillità di un’anima pura e con una costanza cristiana ella pervenne ad allontanare dalla mente di lei l’angosciosa idea d’una sventura inevitabile. Ma fu più sincera col signor Grossheinrich, quantunque ancor egli si abbandonasse alle lusinghe della speranza. Un giorno mentre egli la consolava dicendo che la sua malattia era pressochè al termine, e che potrebbe dar l’ultima mano alle sue belle opere, Elisabetta sorridendo amaramente, recitò il verso di Schiller nella Sposa di Messina: «La morte è un possente mediatore,» poi aggiunse: «Due miei fratelli sono morti in battaglia, ancor essi erano giovinetti, io non debbo mostrarmi meno coraggiosa di loro.» La mente di lei in mezzo ai tormenti, e già vicina al termine del viver suo, non stava inoperosa. In quel corpo moribondo, il cuore battea pur anco con tutta la sua violenza, e quella mente affidava ancora alla carta tutte le idee che pur tuttavia abbondavano. Molte fra le sue poesie sono parto di malinconica ispirazione, vero canto del Cigno, preludio della morte. [p. 45 modifica]Quando non potè più scrivere, dettò: rivide tutti i suoi scritti, compì le traduzioni che ne avea fatte in tedesco e in italiano, rilesse le opere de’ suoi autori prediletti. Il corpo che racchiudeva quella bella vita era consunto, ma l’anima in tutto il suo vigore spandeva intorno gli ultimi lampi d’una fuggente luce: tutto ad un tratto le sue forze ritornarono: ella offrì lo spettacolo sublime del trionfo dello spirito sulla materia. L’anima sua più che mai attiva pensava e operava quasi che ignorasse che il compagno del suo pellegrinaggio quaggiù, stava per abbandonarla per sempre.

Il 19 novembre (1825) molti fra suoi conoscenti circondavano il suo letto di dolore. Sentendosi tutto ad un tratto venir meno in modo inusitato, pregò la madre e gli astanti di andare in un’altra stanza, e poco dopo richiese un sacerdote. Apparve: ed avendogli già amministrato i sacramenti, ella lo pregò di leggerle, in quell’ora che sapeva esser l’estrema, la preghiera degli agonizzanti. Mentre il sacerdote leggeva, ella si volse su di un lato, appoggiò la testa ad una mano, mise un sospiro, e di Elisabetta Kulmann, altro non rimase fuorchè un cadavere pallido e consunto.

Nel cimitero detto di Smolensk, s’innalza un monumento in marmo di Carrara eseguito da Alessandro Triscorni abile scultore, che seguendo il gusto de’ bei tempi della Grecia ha rappresentata una vaga e giovine donzella stesa sul suo sepolcro, colla testa appoggiata sulla mano sinistra: tutto il sarcofago è ornato di foglie d’acanto, in mezzo alle quali scorgesi una rosa svelta dallo stelo. Sui quattro lati del piedestallo sono incise delle iscrizioni in lingua slava, greca, latina, e in tutte le lingue dell’Europa. Fra le altre ve n’è una spagnuola, della quale ecco il senso:

«Dio l’inviò sulla terra, non per lasciarvela, ma per mostrarci l’opera sua.»

Sotto quel monumento riposano le spoglie mortali d’Elisabetta Kulmann. È dovuto alla munificenza di S. M. I. l’imperatrice Alessandra, e di S. A. imperiale la granduchessa Elena.