Lettere (Campanella)/LXXXII. Al medesimo

LXXXII. Al medesimo

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LXXXI. Ad Urbano VIII LXXXIII. A monsignor Niccolò Claudio Fabri di Peiresc
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LXXXII

Al medesimo

Vizi, tradimenti, ribellioni,
ruberie e delitti del generale fra Niccolò Ridolfi.

Santissimo Padre,

Baciati i santi piedi e ringraziatola della continuazion del favore — il che stimo piú che un regno, — e ripregatola che mi lasci stampar i suoi poemi col Commento, e che lasci correr i miei libri tanto necessari e falsamente calunniati, come la Sorbona giudicará, li vengo ad avvisare stimolato dalle nove persecuzioni che qui mi fa il padre Ridolfi generale, non senza providenza divina, perch’io non taccia piú il gran mal che egli fa alla religione ed all’onor di Vostra Beatitudine, e ch’ordisce in futuro a casa Barberina, a molti noto, chi temono dirlo. [p. 283 modifica]

Non li basta quel che mi fece in Roma, quando mi vide in grazia di Vostra Beatitudine, e dubitò ch’io fossi inalzato da Vostra Beatitudine a quel grado ch’esso aspetta di cardinalato e di papato, come udirá appresso, onde cercò ogni via, per consulta di suo fratello, abbassarmi il credito ed astraermi dalla conversazion di Vostra Beatitudine, seminando per tutto ch’era vergogna ch’io trattassi con Vostra Beatitudine, e che si dicea che tratto di astrologia e peggio, e contra li regno di Napoli: e mi dava a creder che ciò si dicea per tutto; ed essi eran autori di tal fama. Il che ha detto poi in Bologna, come mi fu scritto, e poi dal padre Bergamaschino quando venne a predicar alla Minerva — e l’avea piú volte sentito da lui. E questo stesso ha seminato in Francia, sin alle orecchie del re; ed ha scritto al padre Carrèo, sua spia, che mi facesse questo mal ufficio, il qual mi lacera per tutto; e mi mandò a dire co ’l mio priore ed altri frati, che non cessará di subissarmi, solo perché ho detto ch’il generale è d’animo spagnolo e non francese.

E pur io non ho ancora detto ciò a questi signori. Ma lui sí l’imagina da quel che ho scoverto di lui in Roma nei monopolii fatti con Borgia e con l’ambasciatori; e dalle persecuzioni chi mi ha ordito con li spagnoli in Napoli per via del fratello, facendo morir Pignatello senza causa vera ma fitta e per estorsioni solo, perché, tormentato come cadavero, dicesse ch’io ero consapevole de tali calunnie di tossico e chiamata d’olandesi, come può a quest’ora Vostra Beatitudine avere scoverto ed inteso da quel vescovo che confortò Pignatello a morir bene, ed alloggia mo’ nella Minerva; ed alle riprensioni publiche che mi ha fatto, pensando che non solo io abbia fatta la risposta al distico fatto contra il re cristianissimo, ma anche il Dialogo della presente fortuna di Spagna e Francia. Ma in vero, inanti ch’io venissi qua, era notorio a questi signori che lui è spagnolo, e l’annunciâro gli ambasciatori Bettunes, Brassach, Novaglia e Cricchi; né ci è persona in corte che non lo tenga per dissimulato, bugiardo, doppio, chi vol parer a francesi francese — e però ne porta [p. 284 modifica]l’abito, e le cerimonie di qua ha trasferito alla Minerva, — e spagnolo a spagnoli. Alli quali è con veritá addetto, e sempre negozia per loro, e la notte va a Borgia ed agli altri spagnoli, e finge a frati che va a San Sisto, e poi la mattina da quei di San Sisto sapeamo il contrario. E quando nel dicembre del [16]33 Vostra Beatitudine stette indisposto, lui con Borgia ed altri fecero di notte il novo papa. Ci intervenne Ubaldino. Io lo seppi da Giovanni Battista Fabi, e questo dal Ranuccini suo nepote.

Ma perché s’intenda al filo quel ch’egli è, e perché opera cosí, sappia Vostra Beatitudine che da tutti specolativi è tenuto per ateista e dalla maggior parte de’ frati. E me l’avvertí da principio il teologo d’Ubaldino, sendo da lui gabbato nella promessa del vicariato generale. E mi rivelò li precetti che esso Rodolfi e fra Pietro Giustiniano ebbero da fra Grigorio Servanzio lor maestro ateista — ed eran questi fra gli altri robba del Macchiavelli: «screditate ognuno che vi può andar avanti; tradite, ingannate, date bone parole, e non rompete mai del tutto». De li medesimi precetti mi rivelò il vescovo di San Sepolcro, quando era frate. E lui venendo a star nella Minerva, fu avvisato che stesse in cervello con questi discepoli del Servanzio macchiavellisti; item ch’il cardinale Pietro Aldobrandino, per certa suspizion d’esser tradito, ha intercetto una lettera del Servanzio fatto giá vescovo, e che ci trovò dentro li medesimi precetti repetiti alli due prefati a’ quali andava la lettera, e mi disse il come. Ed in veritá si conosce dal suo operare ch’è cosi; perché in lui non ci è religiositá se non finta, né veracitá né caritá né amicizia; ma tanto mostra amar uno quanto n’ha bisogno, e poi subito lo trade. Saria lungo a dar altri (?) esempi di ciò, e de’ suoi falsi giuramenti e promesse infedeli.

E per confermazione può vedere Vostra Beatitudine una lettera venuta da Bologna al padre Firenzola di cose nefande ch’ha fatto il generale, scritta da un padre maestro vecchio di bona vita, che si mettea in poena talionis se non provava quanto era in essa circa il governo e vita del generale. [p. 285 modifica]Narrava la lascivia con monache perpetuamente, e con suor Agata in Monte Magnanapoli, sua antica carissima, e con peggio; e l’arti ch’ha usato per esser provinciale; e come fa tutto per violenza contra le nostre leggi, fingendo aver l’oraculo di Vostra Beatitudine in omnibus, il che pur vedo aver fatto in Francia non poco; e come fu fatto mastro del sacro palazzo da Ludovisio, anche per aiuto di secolari. E poi fu fatto da Vostra Beatitudine vicario generale — contra le costituzioni nostre che favoriano solo al padre Madaleni, miglior di lettere, di vita e di governo, — con l’aiuto di francesi gabbati da lui. Ed in quante maniere ha ingannato la corte con aiuto e consiglio di Ludovisio ed Ubaldino, e del modo violento e rapace con che regna. Questa lettera il Firenzola non l’ha data a Vostra Beatitudine, ma la mostrò a noi, perché volea ch’altri la presentasse. La vide il signor contestabile; e dicea fosser per obedienza da Vostra Santitá sopra ciò esaminati il Candido e ’l Bartoli e li piú buoni padri della Minerva che lo conoscon ab initio: come perseguita tutti buoni non aderenti a lui e permette a’ suoi satelliti tutte le sceleraggini, come modernamente fe’ ai Cianti, al Silvestro ed a Fiatino e maestro Donati ed a fra Latino Pagani, con scandalo publico e múrmore di tutti frati.

Subito che lui fu fatto generale, perch’avea promesso all’ambasciatore di Spagna Monterey di far suo vicario uno spagnuolo, che fu il Manrichez, e farlo succeder al generalato, perché lui con aiuto loro propose andar all’imperatore e farsi nominar al cardinalato; trattò anche questo con Bettunes, ambasciator di Francia, dicendo: «Io son generale fatto da voi; e perché si lamentano li spagnoli, bisogna dar loro sodisfazione con far un vicario spagnolo». Ciò sapendo un vostro servo fidele, disse al Bettunes che lui era ingannato, e ch’aiutò un tristo e suo nemico contra il Madaleni bono ed amico; e ci mostrò esser vero con dirli la dependenza di suoi fratelli e servitú perpetua con Spagna; e come avea fatto provincial di Terra santa e compagno uno spagnolo subito, e commissario per tutta Spagna il nepote del cardinale Bandini, se ben per [p. 286 modifica]denari ut infra; ed avea fatto dui regenti spagnoli alla Minerva, e dui altri in Napoli in San Tomaso d’Aquino ed un regente a San Domenico di Napoli, spagnolo diventi sette [anni] con la zazzara come femina, alla barba di quattro o cinque maestri vecchi e dottissimi: e perché non si lamentassero, lor promise cose grandi e li gabbò.

E perché questo non bastava, fece per breve apostolico provincial in Napoli il padre Ignazio Ciantes spagnolizante, ad istanza del Cardinal Borgia, nelli cui servizi stava e sta un zio d’esso Ciantes, chiamato Giordano, che ordío questo — del detto Ciantes si servío il generale per manico de’ suoi negozi, — e perché non si potesser lamentare li napoletani, non s’avendo capo di loro ma un forastiero fatto dal papa, e perché questo Ciantes trattasse sempre col viceré com’ha fatto, e rubbasse per tutti ut infra. E di ciò sendo chiarito Bettunes per relazion di molti, e che non avea fatto officiale pur un francese ma tutti spagnoli, supplicò a Vostra Beatitudine che non permettesse che il generale andasse in Germania né facesse il vicario spagnolo. E disse a chi l’avvisò, che lui conobbe i Ridolfi per ateisti — tante bugie e giuramenti falsi l’avean detto — e si lamentò col generale, il qual per mitigarlo fece il padre Ghirardello francese provincial d’Anglia e suo terzo compagno. E questo morto, tornò a far lo spagnolo Ciantes strumento di tanti suoi misfatti.

Fatto generale, ingannò tutti quelli che l’avean aiutato, e me in particolare; perché non solo mi contradisse alle stampe, avendomi promesso lui e fattomi far la fede dal suo cardinale Ubaldino d’aiutarmi, ma cominciò a machinar ch’io non venissi in palazzo. E commosse li nepoti di Vostra Beatitudine per sé e per altri; ed alti spagnoli ch’aspettavan la morte di Vostra Beatitudine, disse ch’io feci il libro De fato siderali vitando per Vostra Beatitudine; e colligato col Mostro a cui io avea inprestato il libro, lo fecero stampare per mettermi in disgrazia di Vostra Beatitudine e de nepoti e de spagnoli. E però io dimandai giudici a Vostra Beatitudine tanto per veder s’il libro contiene soperstizione, quanto per chiarirsi [p. 287 modifica]ch’essi l’hanno stampato per via del Brogiotti, e non io; e fu giudicato per me in tutti dui i punti, come il padre Marino giudice sa. E di piú non mi lasciò difender conclusioni né mi donò lezione per screditarmi secondo li suoi precetti macchiavellistici, e non potendo altro, diceano ch’io non era tomista; io mostrai il contrario, e dimandai lezione per far vedere ch’essi san pochissimo di san Tomaso dalla mia lettura; esso me la negò sempre perché non entrasse in obligo di dir poi il contrario, e di piú spargea voce ch’io son ben voluto da principi e da Vostra Beatitudine solo per l’astrologia.

Santissimo Padre, «Confiteor Deo etc.», quando io ero carcerato per il palazzo del Santo Offizio, il Rodolfi, essendo maestro del sacro palazzo, mi visitava spesso, solo per l’astrologia, alla quale i suoi fratelli, cioè il marchese e Ludovico ed Ottavio, che fu cardinale, erano deditissimi; e stavano in castel di Napoli dove era accasato il marchese ed io carcerato; e spesso con loro conversavo e con tutti signori, e pareva a loro ch’io ne sapessi assai. Però il padre Rodolfi mi venne con certi giudici fatti d’altri sopra la vita di Vostra Beatitudine che dicean ch’a settembre del 1628 avea a morire.

Io li provai che non era vero, e feci uno scritto contra; poi vedendo lui che avevo accertato, mi mostrò la sua nativitá. Io li dissi che al [16]29 in giugno potea esser cardinale, e non fu; ma fu fatto generale per la morte dell’antecessore. Videro li fratelli ed Ubaldino e Ludovisio questa nativitá, e fra Rafael Visconte — che poi per questo fu compagno del Mostro ad insegnargli astrologia; — e li conclusero ch’avea da esser papa per un satellizio in occidente di tutti pianeti in Scorpione: e questo l’ha fatto baldanzoso, come il pronostico di Ticone al re di Svezia chi non credea poter esser vinto né morire. Si fece colleggio fra tutti astrologi di Roma, quando io ero infermo, in Santa Prassede, con intervento di Ludovico Rodolfi e del Mostro e suo compagno [Visconte], il qual promette il papato al Rodolfi ed al Mostro, un dopo l’altro. E perché chi ne sa assai di questa arte, ci crede poco, e chi [p. 288 modifica]poco, assai; essi s’ingolfâro nella credenza che Vostra Beatitudine avesse a morir l’anno [16]30 in febraro, non ostante lo scritto ch’io avevo fatto in contrario nel Santo Offizio. E lo scrissero per tutto; e Ludovico conducea di giorno il fra Rafaele per tutti principi e di notte a spagnoli, perché dicesse di questa morte e del successore chi sará; e volean commover gli animi di cardinali a fare quel papa che mostravan le stelle; e si disse per tutte stazioni questo oracolo loro. E tornando il cardinale Colonna di Napoli, mi disse con doglia sua che questo era tenuto per sicuro da tutti in Napoli; io lo consolai e li mostrai il contrario. E ’l padre Rodolfi chi m’avea credito, mi disse che tutti li astrologi avean concluso la morte del papa per febraro, scongiurandomi ch’io ci lo dicesse, ché m’averia favorito sempre. Io negai con ragioni; lui credendo che per li mali uffici fattimi non volevo dirci la veritá, mi fe’ venir in presenza il detto fra Rafaele che portò molte ragioni a provar la morte di Vostra Beatitudine. Io le ributtai, e li mostrai che sapevan poco; e quando questo Rafael fu ritenuto come gli altri astrologi, fece per discolparsi un’altra nativitá di Vostra Beatitudine e si servío delle ragioni mie, per mostrar che non avea consentito, e sfuggir la galera; e fu mandato in Viterbo a penitenza poi, dove il generale lo favorío e non li facea far la penitenza datali. Tutte queste cose sa il signor contestabile, chi n’era tenero e mi dimandava di ciò.

E quando poi il Borgia ed altri, mossi da dicerie di streghe e di sante finte e d’astrologi mossi per un ecclisse che si facea sopra la direzion del sole di Vostra Beatitudine, fece venir li cardinali di Spagna per far novo papa, io scrissi contra quelli, e come l’arte è fallace ed essi pur l’ignoravano. Perché Mercurio interregnante era in favor di Vostra Beatitudine Giove: e donai lo scritto a monsignor Ceva, e consolai lio nostri e mostrai l’error loro al Cardinal Spinola, figlio del marchese, mio discepolo olivi, ed al contestabile. Confesso a Vostra Beatitudine, ch’io non ho fatto nativitá ad alcuno in Roma, etiam avanti la bolla, se non al generale ed ad un altro che m’aiutò in Santo Offizio. [p. 289 modifica]

Tornando dico che — il padre generale partendo per Lombardia dopo deluso dagli astrologi, non potendo far vicario spagnolo e Vostra Beatitudine avendo fatto procuratore il Firenzola, — Vostra Beatitudine li mandò a dir con monsignor Ceva che lasciasse vicario il padre Candido. Lui ingannò Vostra Beatitudine con mandarli a dire che restava al governo il Candido col Firenzola e Bartoli, e ch’esso non andava fuor d’Italia etc.; e fe’ di modo che restasse delusa l’intenzion di Vostra Beatitudine. Né volle far mai vicario se non fosse spagnolo; e quando si trattava per il Candido, lui spargea fama che non era di governo, quantunque sempre si mostrò ottimo nelle spirituali e temporali; e con tutto ciò li mandò patente per Germania al governo di tanti populi stravaganti, per cacciarlo da Roma, come sempre fa di quelli che pònno parer miglior di lui: e Vostra Beatitudine ordinò si fermasse.

Poi Vostra Beatitudine fece vicario il padre Firenzola; e lui irato scrisse a tutte le provincie che non fosse obedito, e si lesse la lettera sua in ospizio della Minerva dal procurator generale contra Vostra Beatitudine e in San Domenico di Napoli dal Ciantes ed in Lombardia, allegando ch’il Firenzola si facea indipendente da lui, solo perché il Firenzola disse al vicario generale de’ carmeliti — che li volea tôrre il luogo in cappella, dicendo ch’era vicario fatto da Vostra Beatitudine, — che lui anche era vicario fatto da Vostra Beatitudine; né però ha trasgredito i precetti del suo generale. Fecemo diligenza che questa lettera contra l’ordine di Vostra Beatitudine venisse in sua mano, e non credo sia venuta perché treman della sua tirannide; la vide il contestabile.

Per mantenersi nella tirannide usa grande arte, e prodigalitá per star in grazia di principi e di lor cortigiani; e perché non arrivino a Vostra Beatitudine le querele de’ frati, intercipe le lettere di sospetti, e mette in carcere quei che vengon a Roma senza sua licenza, anche che l’avesser dal Cardinal vicario e mille ragioni tenessero; e li mette in carcere e li tramanda di notte con le feluche, come fe’ a frate Agostino di Montecorvino ed a molti siciliani e calabresi; e [p. 290 modifica]con donativi si captiva li cortigiani supremi, perché l’avvisino quanto corre in palazzo e che li fa contra. E per questo si forza nelle provincie mandar officiali forastieri dipendenti da sé; overo sostentar alcuno con farlo indipendente dai provinciali, perché li sia spia di frati e di principi, e ladro per buscarli denari; e fa far ogni officiale e maestro per denari, e per lo piú per mezzo di Ludovico Rodolfi che compone con molta arte; e ’l Ranuccini è un’altra manica. Di cui suol dire a’ frati ricchi, ch’è tanto bello che il padre Mostro disse che se esso generale fosse papa, ognun goderia di presentarlo; e con queste parole invitò il padre Sosa portoghese ed altri a darli danari per quel mezzo: ed in casa d’esso Ranuccini tiene sessantamila scudi rubbati dalla religione, come mi disse per certezza un Cardinal vecchio da bene, e lo sa il signor contestabile.

Non mai nella religione di san Domenico s’è trovato questo nome d’«erario» ch’ha fatto lui; e manda commissari per le provincie che spogliassero i frati di quanti denari hanno in casa ed appo secolari: e questi commissari, sendo furbi, tolsero li denari tutti ed anche quelli che teneano i frati in deposito commune, secondo le nostre leggi concedono. Talché solo da Sicilia un frate Girardi — suo compagno olim, che poi s’è sfratato, — portò al generale quasi quattromila scudi tolti per forza: e Vostra Beatitudine sa che li denari di proprietari toccano de iure al convento che li alimenta e di cui son figli; ed esso li appropria a sé e finge che li volea per canonizar i santi nostri e per la stampa d’Alberto Magno, né mai spese egli un denaro per questi effetti. E facendoli io istanza che voglio prender la fatica per tale stampa e correger, non ha voluto. Tutto si rimborsò.

Anzi, di piu, tutti i gran ladroni che dominâro molto tempo le provincie, ha voluto sapere; ed in luoco di punirli, si fa dar denari secretamente e poi li fa collettori del suo erario nella provincia loro, e li dá commoditá di piú rubbare, come fe’ con Silvestro Zagaresi, in Calabria ladro maggiore, e con altri altrove. [p. 291 modifica]

Venne in Roma un converso dall’Indie: e sapendo ch’avea denari, sendo infermo, non permise che l’ascoltasse la confessione altri che lui; e si pigliò da quello ottocento scudi contanti ed una gran catena d’oro, e tremila scudi in polize: e sempre usa quest’arte.

Item, per far maestri ed altri graduati, ha rubbato tesori:

e per questo interesse si lamentò che il Firenzola, vicario suo, fece alcuni maestri — i quai non fûr piú che cinque, sendo pur comandato per breve apostolico a farli, — e non da sé, e tutti dotti. All’incontro il Firenzola fe’ venir da Lombardia una lista di venticinque maestri, fatti dal padre generale in quella provincia, la maggior parte giovani ed ignoranti: pensa dell’altre provincie tutte, e tutti per danari, tanto che solo il padre Paulano, che fu suo compagno in Lombardia, si buscò tremila scudi, com’è notorio. E poi in Roma avendo ripreso il Firenzola, perch’avea fatto predicator il padre Mazzarini giovanetto, e sgridò che lo volea cancellare; pur, venendo io in Francia, perché monsignor Mazzarini, fratello di colui, mi facesse mali offici in Francia e con Vostra Beatitudine, lui di predicator lo fece maestro e suo compagno e commissario, benché fanciullaccio.

Item, fe’ in Roma baccelliere il padre Sosa portoghese per mille scudi, e di piú li donò due pendenti di sua madre, che valea[n] seicento scudi; e poi per farlo maestro, il seguente anno 1634, li fe’ dir dal Ciantes che volea tre altri mila scudi, perché era ricchissimo il detto frate e senza lettere. Questo frate disse a me che ci li darebbe, se fosse certo che non lo gabbasse; e fecero rottura e murmurio: e per questo di notte lo fe’ partire da Roma, perché non parlasse a Vostra Beatitudine questo frate. Lui si nascose in San Cosma e Damiano, dove io lo visitai secretamente, e mi pregò che per mezzo del contestabile io facessi saper questo a Vostra Beatitudine. Io li donai solamente consiglio: e mi narrò lui e fra Gonzales suo compatrioto ed altri portoghesi li gran latrocini ch’ha fatto in Ispagna per dar offici e dignitá.

Ma dei rubbamenti di tai suoi commissari è notorio in [p. 292 modifica]Ispagna; ed io vidi lettera nelle mani del signor cardinale Colonna, mandatali da alcuni maestri spagnoli, che di queste rubbarie l’avvisavano e cercavan giustizia. Ed è notorio che lui ebbe, dal principio del generalato, dal padre Cavalcanti, mandato commissario a Spagna, piú di duemila scudi, e dal padre Manrichez, per farlo provincial di Terra santa e vicario suo — ma li fu impedito, — tremila scudi); e di quel che fe’ detto padre, in Ispagna da lui mandato, può saperlo da quel padre che, fuggito dal carcere, venne in Roma l’anno passato a lamentarsi ch’il Manrichez per amor del generale lo privò del priorato e li tolse settecento scudi e lo pose in carcere; e la Santa Congregazione, cognita causa, condennò il padre Manrichez e ’l generale che li tornassero li denari ed il priorato.

Ah se potesser venir gli altri tirannizati, ed in particolare li siciliani e calabresi e regnicoli, direbbe[r] mirabilia. Ma lui li tribula, li fuga, carcera, trabalza ed usa arti diaboliche perché tacciano. Di piú fe’, ad istanza di Borgia, provincial di Napoli il padre Ciantes, che subito si scoperse publico latrone. Ed in veritá non venia dal Regno alcun frate, etiam converso, che non narrasse alcun latrocinio di quello, e che gli offícii e dignitá eran venali, ed anche per ogni assignazione volea almen due doppie. E la maggior parte di questi denari si davan a Ludovico Rodolfi, con cui si consultava e stava a spasso sempre in Posilipo con piaceri obsceni; lor venia la robba da’ conventi; e solo una volta donò mille scudi d’argenteria al Rodolfi, e per questo fu fatto commissario e visitator di tutte le provinole di Napoli e di Sicilia.

E li frati non potean parlare per la potenza del fratel del generale e del viceré, che si fa guidar da lui etiam nel mover l’armi contra Benevento e contra la chiesa e sbravare, perché Vostra Beatitudine accorato si morisse presto. Ed essendo accusato il Ciantes d’aver rubbato dalle provincie sedicimila scudi, il generale non fece comparir il querelante in Roma, e con darli quel che desiava, e con minacce e per via del viceré l’ha fatto desistere: il medesimo fe’ con li siciliani. E di piú, il Ludovico è pur generale, ed ha in carta bianca lettere patenti di [p. 293 modifica]priorati, di magisteri ed altri uffici, e li vende da quando si partí il generale per Lombardia; e però fa passar per man sua e li manda lui tutti i frati ricchi. Ed insieme col Ciantes mangiavano sempre caponi e delicatezze dei conventi, e li presenti di vini e caponi e zuccarami li vendeano.

Cose da stupire contano li regnicoli etc.; e per questo il generale finge la riforma ed è nemico di reformati che non li fruttano. Però in Francia si mostrò odiar a morte questi riformati; ed in capitolo generale fe’ uscir decreto che siano estinti; e fûr aiutati dall’ambasciator Betunes, perché in vero sono buoni religiosi ed osservanti e studiosi, come adesso io lo provo.

Ma il generale per distruggerli ha eretto contra loro, dividendo altare contra altare, un noviziato, togliendo le lemosine di questi padri; e gabbò questi principi, perché non si son vestiti quattro in tanto tempo, e ricevea per asilo i mal contenti d’altri conventi solamente e non han mandato pur uno ai conventi che non pònno vestir frati. E ’l padre fra Giovan Battista Carrèo è prior di questo suo noviziato, uomo ignorante, cerebroso, spia di tutti negozi della corte, e scrive ogni settimana tutto al padre generale che se serve a pro de’ spagnoli.

E questo fa tutto il possibile per mantener il generale in credito che sia francese, perché, scoverto il contrario, lui perderia il suo papato: perché il generale non solo lo fece esente d’ogni obedienza ed immediate soggetto a lui solo, ma anche li die’ autoritá papale di svestir e scacciar li frati senza consiglio di padri, come comandan le nostre leggi. Indusse novo canto, nove cerimonie. Non vol che i frati si parlin l’un l’altro, perchè l’un all’altro non avvisi il mal che lui fa; li tratta con asprezza; e lui mangia pernici e capponi, dice, con licenza del medico. Sol il nepote del generale è ben trattato. Né potrá durare in quanto fa contra la regola: dice aver autoritá apostolica dal padre generale e fa cento spropositi con questa autoritá.

Questo frate mi mandò a dire che s’io dico ch’il general non è francese, mi soffonderá; e senza questo fa il possibile: è versipelle. E credo che il generale pur li scriva qualche cosa di spagnoli per far creder al Cardinal duca che lui è francese; [p. 294 modifica]ed invero è doppio, ma di core spagnolo: e si tiene in Roma un fra Carlo converso francese, di faccia e d’opere spagnolo, che li serve per mostrar che per servi ha, se non officiali, qualche francese. Questo fra Carlo è spia a lui in casa degli ambasciatori e signori francesi che son in Roma. Scrive ogni settimana a questi padri dove sto, che l’avvisino quel che dico, che fo; e minacciò il priore che non mi tenesse in convento, e le lettere paion dettate dal padre generale. E perché serve di spia in cose scelerate, si piglia licenza di comandar in sua provincia e dimandar denari da tutti conventi, chi abonda[n] di donativi chi li fanno per aver grazie dal generale; e vol mettere un suo fratello in casa del Cardinal di Ceche per spia del generale, e scrisse fin qua. Di piú, quando si fan i priori e provinciali de’ suoi seguaci ed a suo gusto, benché ci sian difetti nell’elezione o nel magisterio, lui supplisce con autoritá papale; ma se non sono a suo gusto, non li conferma e lor fa suscitar lite da altri e per ogni apice di nostre leggi li fa inabili. Vostra Beatitudine interroghi li padri in coscienza.

Nella religion né con esempi né con fatti nè con dottrina ha fatto alcun bene, e mali assai. Tutti si lagnano; non ha stampato altro che il breviario e missali per suo guadagno, proibendo tutti; ché non comprino altri che li suoi, pieni di quattrocento errori, ed un grosso teologico condennato da santo Agostino, mettendo «virginem fecundatam» che santo Agostino lo riprende, volendo si dica «impregnatam», come dice san Luca; e guastò l’inni volendo a suo capriccio ammendarli, e non ammesse la correzione utile e dotta di Vostra Beatitudine; lasciò li numeri falsi e sessanta carte soverchie. Tiene la religione per suo peculio e scala d’ascendere a dignitá soprema; e dice che solo esso e ’l general de’ gesuiti son veramente signori; e tutto fa per interessi e per aver favori di potentati. Si tiene ch’ha da esser papa. Tratta sempre con spagnoli e con Ubaldino ed altri la caduta di casa Barberini e Colonna nel novo papato.

Questo è notorio. Ed a me disse che morto Vostra Beatitudine, coram patribus lui mi porrá in perdizione; ed io risposi [p. 295 modifica]— questo fu a tempo de l’astrologi: — «Desiderium peccatorum peribit; ed a dispetto loro il papa viverá etc.». Così l’anno passato disse ch’era ben per la cristianitá s’era morto [il| re di Francia, come si dicea: lo sa l’ambasciatore. Per deprimer il Bartoli, omo di gran spirito, procurò il provincialato al Candido, benché odiatissimo; ma per manco male, e lo ligò con mille astuzie. Lo sa il Firenzola. Se Vostra Beatitudine non lo abbassa in modo che non possa piú ascendere, li vostri nepoti si pentiranno. Non ho lena di copiare. Vostra Beatitudine s’informi da tutti e pensi che né anche i suoi non li son tanto fedeli quanto io servo vostro eterno, egreggio, leale.

Parigi, 9 aprile 1635.

Tomaso Campanella.