Lettere (Campanella)/LXXXIII. A monsignor Niccolò Claudio Fabri di Peiresc

LXXXIII. A monsignor Niccolò Claudio Fabri di Peiresc

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LXXXIII. A monsignor Niccolò Claudio Fabri di Peiresc
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LXXXIII

A monsignor Niccolò Claudio Fahri di Peiresc

Si dispiace che la sua non sia stata recapitata, e dá notizia de’casi del giorno e delle persone loro conoscenti.


          Illustrissimo e reverendissimo
               signor padrone osservandissimo,

Dopo scritto l’ultima, nel sequente giorno mi giunse la gratissima di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima, dove m’avvisa che. quando le scrisse il signor Deodato dell’opere del Cremonino, io non l’ho scritto forse per occupazion de favori che questi signori mi fanno. Vorrei che fosse persuasa ch’io piú stimo ed amo una virtú vera che tutti beni del mondo — i quali la necessitá naturale e non l’elezione razionale mi fa amabili — de’ quali pur da lei io con quella partecipo. In veritá li risposi subito il medesimo giorno; e perché ci era il signor Deodato e li communicai quel che mi scrivea, si pigliò il carico di risponder di quei duoi libri de’ quali egli avea piú notizia ch’io. [p. 296 modifica]

Scrissi della mia Metafisica ch’ancora non s’era recuperata da quello stampatore che la prese dal Favilla per istamparla. Adesso li dico che s’è ricuperata con pagarli trenta scudi — pazienza! — e mi viene con gli altri nel baullo che capiterá in mano di Vostra Signoria illustrissima. Io scrissi una cartella allora al signor Gastines e Lamberti dentro quella di Vostra Signoria, perché pensavo fossero piú sollecite le galere al viaggio; e quella di Vostra Signoria era intra un’altra del signor Roberto Galilei. E lui mi scrive che non l’ha ricevuta: e di ciò n’accuso me stesso che quella volta non mandai le lettere a monsignor di Sanfloro né alli signori De Puy e Thou, al procaccio, per man del servitore del convento, sendo una sola.

Mi ammiro poscia che Vostra Signoria dice volermi mandare quelle poche curiositá, mentre io a Vostra Signoria le donai, a cui devo per le cortesie assai gran cose, e per la virtú ciò ch’io vaglio: e spero in Dio testificarlo presto al mondo, come adesso lo fo in Parigi con onorarmi del suo nome. Or questo fu causa ch’io riscrivessi al signor Gastines, avendo avuto nova dal signor Galilei che non avea ricevuto la mia. Quanto a quel che dice delle pistòle, io ne resto mortificato, perché scrissi al signor Roberto Galilei questo lo trattasse col signor Rossi senza dir altro a Vostra Signoria, imaginandomi quel che dal suo genio poteva succedere; e perché non avevo risposta, ché non ci andò, lo scrissi poi a Vostra Signoria, pensando ch’ella avesse scritto al Galilei che di ciò non mi desse risposta. E non fu cosí; ma in vero egli non ebbe la mia, e fin alla settimana santa non me ne accertai.

Gli avvisi che mi dá, mi saran dogmi pitagorici; e la ringrazio assai, e cosí fo. Il re parte dimane per Piccardia; il principe di Condé per Lotaringia. Roano è giá intrato in Valtellina; Cricchi mi chiamò ieri e ragionammo etc.: va in Italia. Il Sassonia scrive al re sottoponendosi a Sua Maestá se vorrá aiutarli. Io sto bene al suo comando, e comincio a godere con la stagione novella le delizie di Parigi. Credo sará tornato il signor Gassendo: lo saluto caramente. Vostra Signoria illustrissima ha fatto da quel ch’è col Galileo Galilei; ed io scrissi [p. 297 modifica]al Novaglia mio signore ed a qualch’altro, che secondino le filosofiche ragioni di Vostra Signoria illustrissima. È finita la stampa della traduzione dei dialoghi, e verranno altri libri. Mi spiace che il signor Gaffarelli passando per Lione non abbia mandato a me un libro delle Medicinali — e per mio rispetto ebbe il privilegio senza cui egli non averia avuto il frutto suo dal libraro, — e piú mi spiace che non mandò a Vostra Signoria illustrissima un esemplare. Forse lo fará al ritorno di Roma.

Resto al suo comando e fo umil riverenza al signor barone [di Rians] e tutti suoi. Qua si parla della magnificenza etc., da Vostra Signoria al signor Cardinal Lione [fratello del Richelieu], e dona a me occasione di parlare piú. A dio.

Parigi, 15 aprile 1635.

Di V. S. illustrissima e reverendissima
servitore obligatissimo e divotissimo
Tomaso Campanella.


All’illustrissimo e reverendissimo signor
     l’abbate Fabri, monsieur de Peresc,
          presidente del parlamento, padrone osservandissimo,
in Aix.