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Trattato di architettura civile e militare I/Trattato/Libro 5/Capo 5

Trattato - Libro 5 - Capo 5

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CAPO V.

Avvertenze circa le fondamenta.

In prima il fondamento sia sopra il saldo sasso, o tufo, o terreno tenace e duro; e perchè alcuna volta si trova sottoterra una vena, ovvero filone di pietra tischia (1), o tufo, grossa un piè, o più o meno, e sotto quello il terreno non è stabile e fermo, dove edificando sopra queste cose per il peso dei muri manca il fondamento e mette in ruina tutto l’edifizio, come avvenne a Pienza città in Toscana, dove per la medesima inavvertenza, un edifizio, bellissimo tempio, tutto si aperse (2). Debbasi considerare a questa occulta macula, ed a quella dare rimedio in questa forma: pongasi un vaso pieno d’acqua sopra il fondamento fermo in apparenza, dipoi si abbia un grosso maglio, e fortemente la terra percotendo o pietra che fosse, se del vaso non esce l’acqua senza dubbio il fondamento è buono ancora in esistenza, ma quando l’acqua uscisse fuori significa sotto concavità o terreno non denso, reverberando il colpo colà d’onde sopra a quello non si debba fondare. Ma quando in alcun loco non si trovasse sasso, tufo o saldo terreno, allora si debbano fare i fondamenti in uno dei due sotto descritti modi, a più perfezione d’essi. [p. 259 modifica]

Il primo, comune, è palificando il fondo con spessissimi steli con quelle condizioni che di sopra è dichiarato essere convenienti ai legni che sotto terra in acque debbono esser posti (3), e il vacuo infra questi di ghiara e calcina riempiendo, sopra di questi si edifichi il muro. Il secondo modo, usato dagli antichi in più luoghi, siccome appare in Roma nel tempio di Minerva (4), è questo: pongasi per lungo e per lato legni a questo atti, lunghi, lati e grossi, sicchè l’uno sia transverso all’altro, e sopra questi facciasi nell’estremità e angoli dell’edifizio le pile, e dopo questo facciasi gli archi riversi, e infra l’uno e l’altro arco si facciano altre pile: i quali archi siano con chiavi e leghe incatenati, secondo che nella figura appare manifesto (tav. IV. 12), e sopra a questi archi reversi si fondi altri archi contrarii a quelli, sicchè dei diritti riversi si causi un circolo come di due semicircoli: e sopra a questo di poi si alzi i muri. E universalmente i fondamenti debbano essere più lati in fondo dei muri, egualmente diminuendo insino alla debita distanza, cioè alla superficie della terra. Dopo questo è da sapere che tutti i legni, i quali per leghe o chiavi dei muri sono da porsi, devono essere in prima di frondi di felci coperti, acciocchè da umidità corrosiva della calce non siano lesi; e al medesimo effetto si può dare una coperta ai detti legni di ragia e poco, ovvero di olio di semolino e pece, veramente di sevo e pece: per le quali composizioni lungo tempo senza macula si preservano. In molti altri varii modi in simili luoghi lubrici si può fondare con casse di ghiara o cemento piene, le quali come manco utili tacerò. [p. 260 modifica]

  1. Il cod. Sanese (f.o 21 v.o) legge una vena, ovvero filone di pietra o tufo. Forse scrisse pietra tiglia o tigliosa, cioè di leggeri strati, come altrove parla del tiglio nella vena del ferro.
  2. V. la vita di Francesco di Giorgio al capo I.
  3. Libro I, capo X.
  4. Di questo edifizio, il quale tuttora ritiene il nome antico, e belle pareti laterizie servava vedute dagli antiquari degli ultimi secoli (Nardini, Roma antica, lib. VI, cap. IX), dà la pianta il nostro autore, benchè di fantasia in gran parte, al f.o 85 v.o del cod. de’ monumenti architettonici col titolo: hedifitio per magior parte ruinato dicesi el tempio di Minerua achanto a la Minerua. Una simile descrizione del fondare con archi di tutto circolo è data dal Marchi (cod. Magliab. lib. III, 81), e da Girolamo Cataneo che vi aggiunge la figura (Dell’arte militare, lib. I, cap. 2 ).