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Trattato - Libro 4 - Capo 2

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CAPO II.

Parti interiori dei templi.

Dopo il parlare delle parti esteriori, debba immediate seguire quello delle medie, volendo per ordine procedere dalla cella, parete, lati, ovvero circonferenza principale del tempio: e per questi vocaboli facilmente si può intendere la sua definizione, cioè quello che importi questo vocabolo, cioè cella: dove è da sapere che tre sono le principali figure d’essa, alle quali infinite altre figure si possono ridurre, secondo infinite invenzioni che nella mente dell’architetto possono venire. La prima e più perfetta delle altre è la figura rotonda. La seconda angolare, ovvero a facce di più rette linee composta. La terza e ultima composta di queste due e, come mezzo, dell’una e dell’altra partecipa. Delle quali volendo avere perfetta notizia bisogna dimostrare quali siano le debite loro dimensioni. E benchè la predetta divisione di tre sia sufficiente e vacui (sic) la natura del definito, nientedimeno altra divisione bisogna seguire volendo con facilità dichiarare le proporzioni delle dimensioni.

Dico adunque che due sono le figure le quali ricercano diverse proporzioni. La prima è la rotonda con tutte le figure composte di linee rette che al tondo traggono, come la esagona, pentagona, ortogona e così in infinito moltiplicando gli angoli, non diminuendo. La seconda è la figura oblunga, cioè quadra inequilatera, con tutte le altre figure che a questa si assomigliano. E benchè si potesse assegnare il terzo modo o figura, cioè quello che partecipa dell’una e dell’altra, nientedimeno questa è da pretermettere, perchè, dichiarate le condizioni e proprietà delle due prime, la terza per sè rimane chiara e manifesta: perocchè le parti traenti al tondo, secondo le regole e norme del primo membro, e le oblonghe secondo il secondo membro sono da essere ordinate.

Queste divisioni premesse, è da avvertire che se il tempio fosse rotondo ovvero simile ad esso, l’altezza sua può essere in due modi poco fra sè differenti: il primo che l’altezza sia quanto il diametro della larghezza del tondo, e i due terzi più, sicchè la latitudine debba essere [p. 223 modifica]i tre quinti dell’altitudine: dunque viene ad avere con la latitudine proporzione superbipartienstertia. Il secondo modo è che l’altezza sia la larghezza e i sette undecimi d’essa, sicchè la latitudine sia undici diciottesimi ovvero decimi ottavi, che ne risulta la proporzione superseptipartiens undecima. E perchè quest’altezza debbe essere ornata di due recinti e altre parti, è da intendere quella in tre parti doversi dividere, delle quali la suprema si dia alla cupola ovvero tolo, e le altre due divise per i detti recinti o cornici: delle quali parti al presente è tempo e loco dichiarare le proporzioni. Dico adunque che la suprema parte al tolo attribuita sempre senza eccezione alcuna debba essere il mezzo del diametro del circolo, cioè avere proporzione subdupla a quello (1): il residuo poi debba in due parti ineguali esser diviso, nel mezzo delle quali debba il mezzo della prima cornice essere locato, e nella sommità della superiore l’altra cornice: sicchè immediato sopra il secondo recinto il tolo, ovvero tiburio (2), si posi. Delle dette due inferiori parti la simetria o commensurazione debba essere in uno dei due modi validi e approvati; il primo, dividasi l’altezza loro in undici parti eguali, e di queste sei sene attribuisca all’inferiore, e cinque alla superiore; il secondo modo è dividendo quella in nove parti eguali, e di queste cinque dandone all’infima, e quattro alla media fra questa e il telo. E per più chiara intelligenza delle predette commensurazioni è da porre gli esempi in termini di ciascun modo assegnato. Sia posto dunque per caso che il diametro del tempio sia di 55 piedi, in questo caso se l’altezza fusse i 7/11 più del diametro, seguendo il secondo modo, essa sarà piedi 90: e di questi 90, 22 1/2 sene debba trarre e dare al tolo, cioè il mezzo del diametro: e il residuo che è piedi 67 1/2, se vorremo dividere per 11, e 6 alla inferiore e 5 alla superiore attribuire, l’una sarà piedi 30 e 15/22, e l’altra 36 e 18/22 ovvero 9/11, come appare per la figura (Tav. III. 1). E se questo residuo vorremo dividere per 9, e 5 all’una parte e 4 all’altra dare, secondo l’altro modo di dividere, l’una sarà [p. 224 modifica]30 piedi, e l’altra 57 1/2, come per la figura (Tav. III, 2) si dimostra. Ma volendo fare le divisioni medesime secondo l’altra altezza, la quale è detto dovere essere il suo diametro e i due terzi più, posto per caso che il diametro sia 120 piedi, allora per la regola infallante del tolo, esso debba esser piedi 60, e secondo questo modo di altezza questa sarà piedi 200: dunque il residuo dell’altezza, trattone il tolo, sarà piedi 140, il quale volendo dividere per 11, la superiore sarà 63 e 7/11, e la infima 76 e 4/11, come appare per la figura (Tav. III. 3). E volendo dividere il medesimo residuo per 9 la maggior parte sarà 77 e 7/9, e l’altra 62 e 2/9, come si dimostra per la figura (Tav. III. 4). E ripigliando è da dire che in due modi si può formare l’altezza, l’uno per i due terzi più del diametro, e l’altro di sette undecimi più: e parimente la detta altezza in due modi si può dividere, cioè per undici e per nove parti, l’altezza del tolo sempre rimanendo una medesima subdupla proporzione al diametro.

Conseguentemente è da considerare la grandezza ovvero altezza che devono avere le dette due cornici della cella, perocchè non ogni quantità saria conveniente ad esse: ma quella di sotto ricerca la medesima proporzione del capitello, imaginando dalla sommità d’essa insino al solaro pavimento del tempio una colonna, e di questa in luogo del suo imaginato capitello si ponga una vera cornice o veramente recinto: e similmente dalla sommità della detta cornice all’altro superiore termine del tolo, un’altra colonna sia imaginata, della quale la seconda cornice supplisca in luogo di capitello, come fu detto della prima. Parmi conveniente però d’imaginare colonne di quella specie che nel tempio fussero messe in uso: questo dico, che avvegnachè le doriche e ioniche colonne siano usate meno che le corintie, nientedimeno si possono con ragione usare, onde non appare ragionevole in altri luoghi del tempio avere usato colonne doriche e di fuori corintie, ovvero conversamente; ma essendo il tempio tutto un corpo artificiale assomigliato in molte cose all’uomo, i medesimi membri suoi devono avere la medesima commensurazione e non diversa; e per la medesima ragione concludo nel tempio solo una specie di colonne doversi locare, avvegnachè a molti paia il contrario, assegnando questa ragione che tanto è perfetta l’opera quanto [p. 225 modifica]più gradi diversi di perfezione in essa si trova, siccome per questa ragione i teologi provano molte specie di estranei animali ragionevolmente essere creati a maggior perfezione dell’universo. Ma a queste ragioni si risponde facilmente, dicendo, quella avere luogo in un aggregato di più cose accidentalmente, siccome una città saria più formosa quando più varie forme di case, templi e altre parti in essa fussero, ma nelle opere particolari dove le parti sono membri necessari o per l’ornato o per l’essere, non ha luogo la detta ragione, perchè per quella si potria provare l’uomo dovere avere le ali, quando necessariamente concludesse; e molti altri inconvenienti ne seguiria. Conseguentemente è da intendere che la seconda cornice, piacendo all’architetto, si può fare senza zoforo ed epistilio, come in alcuni antichi edifizi ho visto, e fra gli altri nel Panteon (3) volgarmente detto S. Maria Rotonda, e nel tempio di Bacco (4), ed in Averno in più luoghi (5): ma questo non ho mai visto nella prima cornice o recinto, onde presunzione saria usarlo, presupponendo, come è da presupponere, che quest’arte al tempo della felicità de’ Romani fusse in tanta perfezione in quanta è possibile umanamente d’essere. A più chiara notizia delle predette cornici e recinti, è da considerare tre regole le quali sono da essere osservate. La prima, che tutti i recinti e cornici del tempio, di fuori come di dentro, od alquanto più semplice od e converso devono essere formate (6). La seconda, se delle cornici alcuna dovesse essere più ornata dell’altra, quest’ornamento si debba dare a quelle di dentro più presto che all’esteriori. La terza, che tutti gl’imbasamenti, cornici e recinti che nel tempio fussero senza [p. 226 modifica]cuna intersecazione intorno per tutto devono essere continuati: in qual parte molto mancano i moderni architetti, la quale gli antichi servarono inviolata sempre.

  1. Emisferica appunto è la cupola della chiesa del Calcinaio, opera del nostro Cecco.
  2. Voce lombarda. Il cod. Sanese (f.o 51, v.o) legge tolo ovvero cupola.
  3. I disegni del Panteon stanno nel codice de’ monumenti architettonici del nostro autore ai f.i 79 v.o, 80 r.o col nome di S.a Maria Rotonda.
  4. Il foglio 88 r.o del citato codice contiene pianta e sezione della chiesa di S.a Costanza sulla via Nomentana col titolo: Chompositione et drento del tempio di Baccho fore di Roma hornatissimo di muxaicho et commessi.
  5. Siccome il detto codice contiene gli studi fatti da Cecco in sua giovinezza nella città e campagna di Roma, così non v’è monumento alcuno del regno di Napoli dov’egli non fu che in tarda età nel 1491, come fu detto nella vita sua. Argomento novello che codesto trattato III di architettura (ed il II pure) è posteriore alla sua gita a Napoli.
  6. E converso: siano cioè le une più sfoggiate, le altre meno.