Traduzioni e riduzioni/Da Virgilio

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Da Orazio Favole
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DA VIRGILIO



il simposio



Come dei cibo il disìo fu queto, ritolte le mense,
portano i grandi crateri, inghirlandandoci il vino.
Strepito nasce ne l’aula, per gli atrii echeggiano a lungo
voci di gioia. A la volta dorata sfavillano mille
lampade: vince la fiamma de’ candelabri la notte.
Chiese allor pesante di gemme un calice e d’oro
cui la regina empiè: quel calice d’oro in cui bevve
Belo ed i figli di Belo: si fece silenzio ne l’aule.
“Giove — chè dicono, tu dài debito a li ospiti onore —
questo a’ venuti da Tyro, ed ai rifuggiti da Troia
giorno di giubilo sia! lo ricordino i figli de’ figli!
Bacco col giubilo suo stia qui, qui placida Giuno.
Tyrii, coralmente voi festeggiate il convegno!„
Disse, e in onore de ’l dio versò ne la mensa le stille,
poi, per la prima v’attinse, nè più che a fiore di labbra;
quindi la porse a Bitia, con alacri detti: la coppa
egli votò d’un tratto, coprendosi il viso con l’oro.
Bevvero i principi in fila. Ed Iopa dai lunghi capelli
gl’inni de l’alto Atlante ripete su citara d’oro.
Canta la luna errante, le lunghe fatiche del sole...
.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    

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l’arte di roma



               Con lavorìo più delicato il bronzo
               altri farà spirare, altri dal marmo
               vive sembianze caverà: sia pure.
               Arringherà; disegnerà, val meglio,
               del ciel le corse; col quadrante, gli astri
               narrerà, quando ognun sorga e tramonti.
               Tu dèi, Romano, governare il mondo,
               ricordati, e a civil pace le genti
               piegar. Di Roma è questa l’arte. Al vinto
               perdono, e guerra guerra a chi resiste.

la terra di circe



Cresce la brezza al cader de la notte, ed il lume di luna
mostra la via: raggiando al riverbero tremola il mare.
Or de la terra di Circe le navi radevano il lido,
dove la figlia del Sole, che ricca è d’oro, risuona
con il perpetuo canto gl’inaccessibili boschi;
mentre di notte ne li alti atrii arde l’odore del cedro,
chiaro su lei, che percorre col pettine arguto la tela.
Ringhi, tra’ vincoli, d’ira di reluttanti leoni
erano là: ruggiti nel cuor de la notte: cignali
irti di setole ed orsi empivano d’urla le stalle:
mentre con ululi cupi gemean grandi ombre di lupi.

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i guerrieri musici



Figlio del Mar Messapo, l’infrenator di cavalli,
cui nè co ’l fuoco alcuno nè può toccare co ’l ferro,
popoli in pace da tempo ed oblivïosi di guerra,
chiama d’un subito a l’armi ed il ferro riprende nel pugno.
Sono le Fescennine tribù, son d’Equi Falisci,
sono del gran Soratte, del pian Flavinio le genti:
tengono il lago ed il monte di Cimino, i boschi Capeni.
Ivano in ordini pari, ed il re cantavano in coro,
come, d’un bianco di neve tra limpide nuvole, i cigni
tornano sazi da’ prati, ed il lor flessibile collo
manda gli squilli che via per il fiume e per l’Asia palude
tintinano.
Non ne lo stuolo alcuno sospetta le schiere di bronzo
pronte a la mischia, ma si crede alta dal gorgo del mare,
verso la spiaggia, di gru densarsi una nube che canti.

il galoppo



Era la cavalcata uscita ormai da le porte,
primo tra primi Enea scortato da l’intimo Acate:
principi quindi di Troia: Pallante nel mezzo a la turma,
nella sua clamide bello a vedere, e ne Tarmi dipinte.
Quale la stella del dì spruzzata da Tonda del mare,
stella ch’a Venere è cara su gli altri ardori di stelle,
alza la fulgida faccia da ’l cielo, e le tenebre scioglie.
Pavide stanno le madri su’ muri, seguendo co’ li occhi
là tra la nube di polvere il lampeggiare del bronzo.
Ecco per macchie essi aspre, per giungere prima a la meta,

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vanno armati, ma levano un ululo e, fatta la schiera,
ecco con quadruplo tonfo gli zoccoli pestano il campo.

le api al lavoro



Vegliano a l’opra del cibo alcune, e secondo la legge
vanno a ’l lavoro ne’ campi, o tra le domestiche mura
l’intimo pianto di fiori ed il glutine molle di scorze
pongono a fondamenta de’ favi, e la cera tenace
su vi sospendono; ed altre rallevano i piccoli, pegno
dell’avvenire: ma altre vi stipano il limpido miele
liquide pareggiando con nettare puro le celle.
Trassero a sorte alcune di custodire le porte;
guardano al tempo or l’une or l’altre, se venga una scossa;
prendono il carico a chi sorviene, o postesi in fila
spingono via via da le stalle l’inutile mandra de’ fuchi.
L’opera ferve ed il miele ha un gran fragrare di timo.
Come se il fulmine in fretta con duttili masse i Ciclòpi
fabbricano, che di qua ne li striduli mantici il vento
prendono e soffiano, ed altri di là sfrizzante ne l’acqua
tuffano il bronzo: rimbomba d’un suon d’ancudine l’Etna:
levano con gran forza essi alto alto alto le braccia
tutti d’un colpo, e con forti tenaglie afferrano il ferro.

domizio marso in morte di virgilio e tibullo



Nella campagna de’ pii con Vergilio, a compagno, o Tibullo,
     Morte non giusta, mandò giovane ancora pur te;
che non cantasse più niuno, con gli elegi mesti, l’amore,
     o con il metro guerriero ire e battaglie di re.

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