Le odi di Orazio/Libro terzo/III

Libro terzo
III

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Quinto Orazio Flacco - Odi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1883)
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III.


D’uom giusto e fermo di cor non furia
    Di cittadini che a colpe incitano,
        Non volto d’istante tiranno
        4Squassa l’animo saldo, non bieco

Austro signore dell’Adria istabile,
    Nè Giove ch’alto dalla man folgora:
        Se infranto precipiti il mondo.
        8Lui tranquillo terran le ruine.

Così Polluce e il vagante Ercole
    Di forza attinse gl’igniti culmini;
        E tra loro adagiato Augusto
        12Berà il nèttar con labbro vermiglio.

Così te, Bacco padre, benefico
    Trasser le tigri che il collo indocile
        Diêro al giogo; così Quirino
        16Schivò Stige su’ marzj cavalli,

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Quando agli accolti numi gradevole
    Parlò Giunone: «Ilio, Ilio in polvere
        Un giudice impuro, fatale
        20E straniera una femina volse,

Dal dì che Laomedonte il premio
    Promesso a’ Numi fallì, col popolo
        E col duce sleale da me
        24E da Pallade casta dannato.

Già non più della spartana adultera
    L’ospite infame splende; di Priamo
        La casa spergiura non frange
        28Per man d’Ettore i Greci agguerriti;

E, da nostre ire protratta, acquetasi
    La guerra. Tosto le nimicizie
        Gravose e il nipote malvisto,
        32Cui produsse l’iliaca Vestale,

Perdòno a Marte: lui nelle lucide
    Sedi venirne, bever del nèttare
        I succhi ed ascriversi al ceto
        36Impassibil dei numi io consento.

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Fin che tra Roma ed Ilio infurj
    Il lungo mare, abbino gli esuli
        Felici ognidove l’impero;
        40Finchè al cippo di Priamo e di Pari

L’armento insulti, e i parti ascondano
    Le belve illese, stia sempre il fulgido
        Campidoglio, ed a’ trionfati
        44Medi Roma guerriera día leggi.

Orrenda il nome propaghi agli ultimi
    Lidi, fin dove l’onda intermedia
        L’Europa dall’Asia divide,
        48E ove i campi il Nil tumido irriga.

L’oro non anco scoverto (oh, il celino
    Sempre le terre!) anzi che torcerlo
        A umani usi con man rapace
        52Fin tra l’are, più forte ella spregi.

Qualunque al mondo si apposer limiti
    Con l’armi attinga, d’indagar cupida
        Di dove prorompano i fuochi
        56E le nebbie e gli umori piovosi.

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Ma tali fati parlo ai belligeri
    Quiriti a un patto: che troppo creduli
        Negli eventi e pii troppo i tetti
        60D’Ilio avita non voglian rifare.

D’Ilio rinata con tetro augurio
    Fia che la trista clade rinnovisi:
        Condurrò le turbe vittrici
        64Io di Giove consorte e sorella.

S’anco tre volte le mura bronzee
    Febo inalzasse, tre volte in polvere
        Trarranle i miei Greci, tre volte
        68Piangerà sposo e figli la schiava!»

Non questo a lira giocosa addicesi:
    Musa, ove tendi? Lascia, caparbia,
        Ridir voci di Numi, ed alte
        72Cose affrangere in umili versi.