Rime (Stampa)/Rime d'amore/CCXLII

Rime d'amore

CCXLII

../CCXLI ../CCXLIII IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poesie

Rime d'amore - CCXLI Rime d'amore - CCXLIII

[p. 133 modifica]

CCXLII

Egli è alla guerra: ella ne trema,

e rimpiange l’età che non conobbe guerre.

     Da piú lati fra noi, conte, risuona,
che voi sèt’ito, ove disio d’onore
sotto Bologna vi sospinge e sprona,
     per mostrar ivi il vostr’alto valore:
valor degno di tanto cavaliero,
ma non degno però di tant’amore.
     Io, quando a la ragion volgo il pensiero,
godo meco, e gioisco, e vo lodando
che cosí prode amante i ciel mi diéro.
     Ma quando poi ritorno al senso, quando
penso ai perigli, onde la guerra è piena,
che Marte a’ figli suoi va procacciando,
     di timor in timor, di pena in pena
meno questa noiosa e mesta vita
(mentre voi foste qui, dolce e serena),
     me accusando ch’io non fossi ardita
di finir con un colpo i dolor miei,
anzi che voi da me fèste partita.
     Felice è quella donna, a cui li dèi
han dato amante men illustre in sorte,
e men vago di spoglie e di trofei;
     col qual le sue dimore lunghe e corte
trapassa lieta, avendol sempre a lato,
fido, costante, valoroso e forte.
     Felice il tempo antico e fortunato,
quando era il mondo semplice e innocente,
poco a le guerre, a le rapine usato!
     Allor quella beata e queta gente,
sotto una amica e cara povertate,
menava i giorni suoi sicuramente.

[p. 134 modifica]

     Allor le pastorelle innamorate
avean mai sempre seco i lor pastori,
dai quai non eran mai abbandonate.
     Con lor dai primi matutini albori
scherzavan fin al dipartir del sole,
lietamente cogliendo e frutti e fiori.
     Ed or di vaghe rose e di viole
tessevan vaghe ghirlandette e care,
come chi sacri altari onora e cole.
     Né la quiete lor potea turbare
l’émpito de le guerre amaro ed empio,
che l’umane allegrezze suol cangiare:
     guerre che fan di noi sí crudo scempio,
guerre che turban sí l’umano stato,
guerre suggetto d’ogni crudo essempio.
     Ben fu fiero colui, per cui trovato
fu prima il ferro, causa a tanti mali,
quanti il mondo prova ora ed ha provato.
     Le guerre e le battaglie de’ mortali
erano tutte in quella età novella
contra i semplici e poveri animali;
     contra’ quali il pastor, la pastorella
con rete in spalla e con lacci e con cani
givan cingendo questa selva e quella.
     Ma poi quegli appetiti ingordi, insani
di posseder l’altrui robe e l’avere
da l’antica pietà si fêr lontani.
     Quindi si cominciar prima a vedere
le crude guerre e strepiti de l’armi,
che fan, misere noi, tanto temere.
     Allor sonare i bellicosi carmi
s’udirò per citade e per campagne,
contra’ quai ogni stil convien che s’armi.
     Di lor convien ch’io mi lamenti e lagne:
la lor mercede, il mio signor m’è lunge;
per lor non è chi, lassa, m’accompagne.

[p. 135 modifica]

     Voi, se zelo d’Amor pur poco punge,
cavalier onorati, se si trova
alcun, cui Marte dal suo ben disgiunge,
     dimostrate in altrui la vostra prova,
perdonate cortesi al signor mio,
in cui morir e viver sol mi giova.
     L’aspetto suo devria sol far restio
l’émpito d’ogni cruda ed empia mano,
senza che lo chiedessi umilment’io;
     la qual con quanto posso affetto umano
con quanta posso estrema cortesia
(e giunga il prego mio presso e lontano)
     prego ch’ardito alcun di voi non sia
d’offender pur un poco un signor tale,
e turbar seco ancor la vita mia.
     E voi, conte, voi, animo reale,
provato e riprovato in ogni impresa,
deh, se di me pur poco ancor vi cale,
     quando sarà l’aspra battaglia accesa,
andate cauto, ed abbiate rispetto
a me, tutta per voi dubbia e sospesa.
     E pensate che sia nel vostro petto
l’anima mia con la vostr’alma unita,
quasi in suo proprio e suo alto ricetto.
     E sí come pensaste a la partita,
pensate, conte, omai anco al ritorno,
se voi cercate di tenermi in vita;
     ch’io vi vo richiamando notte e giorno.

[p. 136 modifica]