Poesie varie (Maffei)/III. Per la morte del Principe di Baviera

III. Per la morte del Principe di Baviera

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III. Per la morte del Principe di Baviera
II. Per la venuta a Roma de la regina di Polonia nel 1699 IV. Nell'anno 1700, poco prima della morte del re di Spagna

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III

Per la morte del Principe di Baviera

poco dopo essere stato dichiarato successore a la monarchia di Spagna.

     Alma real, che la tua frale spoglia
sdegnando e i nostri bassi alberghi e questi
tanto carchi d’error pensier mortali,
spiegando anzi il tuo di le rapid’ali
l’eccelso volo inver colá prendesti,
dove al fine s’adempie umana voglia:
da quella eterna soglia
mira il gran genitor che ancor ricusa
udir conforto e a nome ancor ti chiama
e ’l contrario de’ fati ordine accusa
e a te sol pensa e di seguirti ha brama.
Mira poscia, o beato
spirto, il tuo acerbo lagrimevol fato
di quanto duol tutte le fronti adombra
e di quanti sospiri il mondo ingombra.
     Deh se d’arbor gentil frutto non mai
vien colto in suo fiorir, né mai recide
se non adulta l’arator sua messe,
perché crudel funerea falce oppresse
germe augusto reai, che pur si vide
spuntare a pena e aprirsi a’ primi rai?
Quanti nembi di guai
sorger vedransi, or che colui si giace
che vincer solo il reo destin potea!
Colui che, spenta a discordia la face,
re di tante favelle esser dovea,
da cui de’ mali i semi

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eran tolti, per cui da’ casi estremi
credeasi Europa or or secura a pieno.
Quanto è fallace immaginar terreno!
     Che se dovea si tosto esserne tolto
l’amato pegno, perché in quella salma
fecer natura e ’l ciel tutte lor prove?
Qual fu a mirar quel regio aspetto, e dove
piú vivi lumi e del valor de l’alma
videsi mai piú ben impresso un volto?
Ah ch’ei fra l’armi avvolto
certo sen giva un di, volgendo gli anni,
per gran possanza e per gran core altero
l’Asia superba a ricoprirvi d’affanni
e a far gridar mercede al turco impero.
O nostri voti assorti!
Non sia chi in Tracia la novella porti,
perché al nostro martir la gente infida
non insulti e nel duol nostro non rida.
     Ma il gran tesor che Parca empia ne fura
fra noi piangasi ogn’or, ché non fur visti
piú bei sospir, né fu piú giusto il pianto:
E benché in mesto aspetto e ’n fosco ammanto
gente infinita senza fin s’attristi
non agguaglia il dolor l’alta sventura.
Sorte spietata e dura!
Giacque il regio fanciul, qual fior sul campo
suol per crudo cader ferro reciso.
Duro veder la bella spoglia, il lampo
spento dei lumi e tutto morte il viso,
cinta d’eterno gelo
dir quasi: — E perché anch’io non vado al cielo? —
Ahi sembianza, onde morte ancor s’infranse!
Di che mai piangerá chi allor non pianse?
     L’alto duce che ’n cento e cento imprese
portò fra’ piú crudeli orror di morte
sicuro petto e imperturbabil fronte,

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qual argin vinto cui gran rio sormonte,
col duol che le grand’alme assai piú forte
tutto il cor cesse, allor che ’n le distese
membra lo sguardo intese.
— Ahi figlio (disse) ahi non piú mio, qual’empio
destin te prese e me lasciò? Che strana
legge te spense e vuol ch’io viva esempio
de’ padri sventurati? O speme vana
che i cor d’inganno pasci!
Dove, figlio, ten vai, dove mi lasci?
io non so come ancor resista il core
e veggio ben ch’uom di dolor non more.
     Deh qual fu teco e senza te qual fia
mia vita! In grembo io giacerò del duolo
sempre, né vedrò piú sereno un giorno.
E quando e di sua luce adorno
e quando involto è d’ombre cieche il suolo,
te cercherò, te chiamerò qual pria;
che se tal doglia oblia
padre giá mai, ben di soffrirla è degno.
Iniqua sorte a ciò dunque serbasti
il viver mio che tra ’l fulmineo sdegno
d’armi nemiche illeso ognor lasciasti?
Sono questi gl’imperi,
onde m’empievi or or tutti i pensieri?
Ahi destino crudel, tu ben m’intendi;
tienti i tuoi regni e ’l figlio mio mi rendi. —
     Ma sciolto intanto il lieto spirto e scarco
fendea con l’ali sue le vie serene
e tea di sé meravigliar le sfere.
Volgeansi al suo apparir quell’alme altere,
e tal dicea: — Come giá le terrene
cose lascia, né porta a questo varco
segno del frale incarco? —
Ed altra soggiugnea: — Di lui privarsi
finse per brevi di l’eterno amante;

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ché ponno ben sì rare alme mostrarsi,
ma lasciarsi non ponno al mondo errante.
Ei trapassava e lunge
giungea colá dove pensier non giunge;
quivi da l’alta parte ov’eí s’assise
chinò il guardo e mirò suoi regni e rise.
     Ma quest’occhi mortai che nulla sanno
un lagrimoso allor nembo coperse,
e suonò d’ogn’intorno il dolce nome.
Qual le afflitte donzelle e l’auree chiome
oltraggio fèr di gran pallor cosperse,
e quanti non s’udir gridi d’affanno!
Ma indarno ancor sen vanno
pur d’ogni parte al ciel voci dogliose,
ché lamenti e sospir morte non sente.
Or chi col grembo pien di gigli e rose
corre a l’urna, per cui sempre dolente
fia ogni bell’alma e spande
acanto e mirto e d’ogni fior ghirlande
sul marmo alter che ’n breve giro or serra
lui che nacque a regnar, ma non in terra.
     A l’alta donna de l’Etruria bella
vanne, o flebil canzon; ma se la scorgi
turbarsi al negro ammanto,
perché nuovo dolore e nuovo pianto
al cor non le ritorni e ’l sen le inondi,
fuggi misera allor, fuggi e t’ascondi.