Poesie (Campanella, 1938)/Poesie postume/II. Sonetti letterari e filosofici/3. Grecia e Italia

3. Grecia e Italia

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[Grecia e Italia]

Grecia, tre spanni di mar, che, di terra
cinto, superbia non potea mostrare,
solcò per l’aureo vello conquistare
e Troia con piú inganni e puoca guerra.
Poi di menzogne e favole ne atterra
tutte le nazion per inalzare
sue false laudi. Or, standola a mirare,
contra sé Italia e contra Dio quanto erra?
ella, che trionfò del mondo tutto
con senno ed armi sotto la gran Roma,
dove anco ha Dio suo tribunal costrutto;
ella, che novi mondi trova, e doma
dell’Ocean vago ogni tremendo flutto
(impresa, che trascende ogni gran soma)?

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Né pur s’ammira o noma
Cristofaro Colombo, il cui sagace
valor sapientissimo ed audace
ne schernisce e disface
di fisici, teologi e poeti
i libri, e i matematici decreti,
Erculi, Giovi e Teti,
veggendo e’ piú con la corporea salma
che col pensier veloce altri dell’alma,
degno d’eterna palma.
Ad un mondo dai nome tu, Americo,
del nido a’ buon scrittor cotanto amico;
ma il favoloso intrico
de’ falsi eroi e de’ bugiardi dèi
fa che senza poema ancor tu sei.
Quanti dir ne potrei!
Il gran dottor della legislatura,
Pittagora, e il suo Numa, chi l’oscura?
Italia, sepoltura
dei lumi suoi, d’esterni candiliere,
onde il gran Cosentin oggi non chiere,
e lo Stilense fere
di nuovi affanni, di cui sol l’aurora
gli antichi occupa, e quella patria onora,
che poi lui dissonora.
Colpa e vergogna della nostra gente,
che al proprio mal, all’altrui ben consente,
né pur anche si pente!
Privata invidia ed interesse ammaga
Italia mia, né mai piú si dismaga
di servir chi la paga
d’ignoranza, discordia e servitute,
sempre contrarie alla commun salute!
Ahi! nascosa virtute
a te medesma, e nota a tutto il mondo,
sotto l’imperio soave e giocondo

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del Lazio almo e fecondo
di prole generosa, poich’e’ solo
in lettere ed in arme fe’ piú stuolo
che l’universo insieme
con veritá, ch’or sotto il falso geme.