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358 pensieri (2656-2657-2658)



*   Καὶ τῷ ὄντι τὸ ἄγαν τὶ ποιεῖν, μεγάλην φιλεῖ εἰς τοὐναντίον μεταβολὴν ἀνταποδιδόναι, ἐν ὥραις τε καὶ ἐν φυτοῖς καὶ ἐν σώμασι, καὶ δὴ καὶ ἐν πολιτείαις οὐχ ἥκιστα. Platone, de rep., l. VIII, p. 563. Il qual luogo è riportato da Cicerone, de rep. I, 44, p. 111-112 (citato il  (2657) nome di Platone fin dal cap. prec., p. 107), esprimendolo liberamente cosí: Sic omnia nimia, cum vel in tempestate vel in agris vel in corporibus laetiora fuerunt, in contraria fere convertuntur, maximeque (suppl. cum Maio, id) in rebus publicis evenit. Le quali sentenze fanno a quella mia, che il troppo è padre del nulla. Infatti, come seguono a dire Cicerone e Platone, dalla troppa libertà nasce la servitú, cioè, dicon essi, il contrario della libertà, ed io dico, il nulla della libertà, cioè la fine; la niuna libertà (19 dicembre 1822).


*   Quoties g est ante n, toties memini me videre in antiquis codd. si quando vocabulum divideretur (nel fine o della riga o della pag), litteram g adhaerere priori vocabuli parti, n autem posteriori. Ergone Hispani Angli et Germani melius quam Itali pronunciare haec verba videntur? Maius ad Cic. de re publ. II, 19, p. 165, v.7 (dove la pagina del codice finisce in mag., e la seguente comincia in na;1 cioè magna), not. b (20 dicembre 1822).  (2658)


*   Nella republ. di Cicerone succitata, al c.37 del lib. II, p. 203, v. 1-2, dove l’edizione ha res publica richiedendosi in fatti il nominativo, il codice ha republica, quasi fosse italiano. Dal che apparisce che anche anticamente s’usava di tralasciare l’s finale nel pronunziare le voci latine, come si lascia nelle nostre lingue (21 dicembre 1822). Infatti è nota l’apocope della s nella fine delle voci presso gli antichi poeti latini. Vedi la p. 2656, margine.

  1. Bisogna però vedere in che paese sieno stati scritti questi codd.: come, per esempio, in Ispagna. Vedi p. 3762.