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(1227-1228) pensieri 17

ma non sono eleganti. La bella letteratura, alla quale è debito quello che si chiama eleganza, non le deve adoperare se non come voci aliene e come si adoprano talvolta le voci forestiere, notando ch’elle son tali, e come gli ottimi latini scrivevano alcune voci in greco, cosí per incidenza. I diversi stili domandano diverse parole, e come quello ch’è nobile per la prosa è ignobile bene spesso per la poesia, cosí quello ch’é nobile ed ottimo per un genere di prosa, è ignobilissimo per un altro. I latini, ai quali in prosa non era punto ignobile il dire, per esempio, tribunus militum o plebis o centurio o triumvir ec., non l’avrebbero mai detto in poesia, perché queste parole d’un significato troppo nudo e preciso non convengono al verso, benché gli convengano le parole proprie e benché l’idea rappresentata sia non solo non ignobile ma anche nobilissima. I termini della filosofia scolastica, riconosciuti dalla nostra lingua per purissimi, sarebbero stati barbari nell’antica nostra poesia, come nella moderna ed anche nella prosa elegante, s’ella gli avesse adoperati come parole sue proprie.  (1228) E se Dante le profuse nel suo poema e cosí pur fecero altri poeti e parecchi scrittori di prosa letteraria in quei tempi, ciò si condona alla mezza barbarie, o vogliamo dire alla civiltà bambina di quella letteratura e di que’ secoli, ch’erano però purissimi quanto alla lingua. Ma altro è la purità, altro l’eleganza di una voce e la sua convenienza, bellezza e nobiltà rispettiva alle diverse materie o anche solo ai diversi stili; giacché anche volendo trattar materie filosofiche in uno stile elegante e in una bella prosa, ci converrebbe fuggir tali termini, perché allora la natura dello stile domanda piú l’eleganza e bellezza che la precisione, e questa va posposta (del resto, in tal caso la filosofia è l’uno de’ principali pregi della letteratura e poesia, sí antica che moderna, atteso però quello che ho detto a p. 1313, la quale vedi). Io dico che l’Italia dee riconoscere i