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Ma i nostri Economisti (che a guisa dei Romanzieri, van sognando gli uomini eroi, e gridano protezionisti, oscurantisti coloro che vedono l’uomo nell’uomo, e lo giudicano secondo l’inferma natura di lui, e ne traggono le conseguenze che sono della sua essenza, de’ suoi principj) predicano fusione, opere gigantesche, tutto... per poi far che? Nulla.

Noi queste cose abbiam dette nella ipotesi che le linee da Ancona a Roma, da Roma a Napoli, da Roma a Civitavecchia siano, quali il Sig.r Petitti le predica, cattiva, mediocre, pessima. Ci perdoni però l’illustre scrittore se non siamo del medesimo avviso.

Per rispetto alle linee da Roma ad Ancona, e da Roma a Napoli, noi ci varremo del ben diverso parere che lo stesso Sig.r Petitti ne diede nella sua celebratissima opera. Alla pagina 365., parlando della prima, egli diceva = non è da dubitare che sia utilissima ad avvivare il commercio interno dello Stato Pontificio e contribuire ad assicurare l’indicata non interrotta comunicazione dell’Oltre l’Alpi all’Oriente lungo l’intiera penisola. = Non essendoci permesso di sospettare in tant’uomo una contraddizione, ci sarebbe stato caro di udire per quali nuove cagioni egli siasi ricreduto, ed abbia oggi dichiarata cattiva quella strada che disse già utilissima; essendochè le ora addotte delle opere difficilissime, della lunghezza, della popolazione in qualche tratto numerosa sì, ma in altra scarsa anzi che nò, della non grande copia di merci e prodotti, collo scarso commercio, sono cagioni che già esistevano, e che certamente non ignorava, quando diede diversa sentenza. Nè si objetti che l’utilità, di cui egli ragionava, riferivasi al bene universale dello Stato, quandochè il suo giudizio oggi riguarda alla sola utilità degli azionisti; imperciocchè il Sig.r Conte non è uomo da porre in non cale, che quella strada quando fosse utilissima ad avvivare il commercio interno dello Stato, ed alla comunicazione dell’Oltre l’Alpi, utilissima eziandìo sa-