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con l’opera, co’ versi. Così trovò alla vita un degno scopo, che gli prometteva gloria, lo ingrandiva nella stima degli uomini e di sè stesso. Lo scopo era difficilissimo, perchè tutto gli mancava ad ottenerlo. E la difficoltà gli fu sprone, e glielo rese più caro. Vi spiegò quella sua energia indomabile, esercitata fino allora nei cavalli e ne’ viaggi. Per disfrancesizzarsi e intoscanirsi visse il più in Toscana, ristudiò il latino, si pose in capo i trecentisti, contento di spensare per pensare, fece suoi compagni indivisibili Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso. Copiò, postillò, tradusse, s’inabissò nel vortice grammaticale, e, non guasto dalla scuola, e tutto lui, si fece uno stile suo. Scrisse come viaggiava, correndo e in linea retta: stava al principio e l’anima era già alla fine, divorando tutto lo spazio di mezzo. La parola gli sembra non via, ma impedimento alla corsa, e sopprime, scorcia, traspone, abbrevia; una parola di più gli è una scottatura. Fugge le frasi, le circonlocuzioni, le descrizioni, gli ornamenti, i trilli e le cantilene: fa antitesi a Metastasio. Tratta la parola come non fosse suono, e si diletta di lacerare i ben costrutti orecchi italiani, e a quelli che strillano dà la baia:

Mi trovan duro?
     Anch’io lo so,
     Pensar li fo.
Taccia ho d’oscuro?
     Mi schiarirà
     Poi libertà.

All’Italia del Frugoni e del Metastasio dice ironicamente:

Io canterò d’amor soavemente:
     Molle udirete il flauticello mio
     L’aure agitare armonïosamente
Per lusingare il vostro eterno oblio.