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Pagina:Martini - Trattato di architettura civile e militare, 1841, I.djvu/212

192 trattato

stanca aveva formato una città, e nella destra una fonte nella quale tutte le acque del predetto monte si riducevano. Il qual bisogno considerato da Alessandro, fu domandato se nel monte erano i campi dove si potesse seminare le biade per il vitto degli abitanti: e a questa domanda rispondendo il pittore di no, e che era di bisogno le vittuarie ad essa città per mare essere portate, Alessandro, come espertissimo uomo in ogni scienza, benchè il sito detestasse, assimilando quello ad un fanciullo senza latte, laudò però grandemente quella forma e similitudine del monte o città al corpo umano, avvegnachè ancora questa fosse difettiva, perchè essa città debba non di un membro, ma di tutto il corpo avere similitudine, perchè come la parte alla parte, così il tutto al tutto debba essere equiparato (1).


CAPO I.

Economia generale delle città.

Volendo al presente dichiarare le proprietà e parti delle congregate abitazioni, prima è da sapere che di due parti si debba ordinatamente considerare, cioè delle parti estremali, come la circonferenza ovvero mura della città, e delle parti intrinseche come sono strade, piazze e altri luoghi pubblici. Ma perchè la prima parte è più di considerazione del libro quinto che di questo, a quello riferendomi giudico in questo luogo essere da dichiarare le convenienze della seconda, circa alla notizia della quale è prima da vedere le proprietà comuni e a tutte le città competenti, e dopo questo alcune altre più particolari o proprie, secondo varii siti occorrenti (2).

  1. La storiella di Dinocrate (il quale, se ogni cosa è vera, doveva avere dello strano anzichè no) accennata più o meno a dilungo da Vitruvio, Plinio, Solino, Strabone ed altri antichi, fu a sazietà ripetuta dai moderni e dall’autor nostro nella dedica a Federigo d’Urbino dell’opuscolo De architectura (v. Catalogo de’ codici, n.o V).
  2. Dopo l’esempio di Vitruvio parve legge agli scrittori d’architettura d’intrattenersi della struttura d’una intiera città: e quest’uso scusabile ancora pei nostri quattrocentisti, è ridicolo negli architetti de’ tempi e paesi nostri. Parlarono delle città l’Alberti, il Filarete, il Cataneo, il Palladio, il Floriani, il Milani, lo Scamozzi, l’Ammannati, il Buontalenti ed