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nota 409

produzione poetica, — tal che dovrebbero averne «temenza» acclamatissimi poeti presenti e futuri! — non negherò certamente io, cosí, in generale. Ma il castigo, sebbene in complesso meritato, non fu troppo assai rigoroso? E non peccò alquanto nell’equitá, ove si considerino le molteplici ristampe dei Chiabrera e dei Filicaia e di altrettali rimatori, che, in fondo, avevano minore ingegno del M.? Non vi è in costui qualcosa da salvare, una vena di poesia che prosegue, con piú voluttuosa melodia e spesso con nuovi e piú vivi colori, quella del Tasso e del Guarini e precorre la metastasiana? E, soprattutto, non è doveroso possedere conoscenza precisa di una forma letteraria, che per lungo tratto di tempo affascinò gli animi degli italiani, e non di essi soli? Le risposte affermative a questi interrogativi mi hanno persuaso, dunque, alla seguente raccolta.

Raccolta, che è una scelta, perché un poeta della qualitá del M. assai lavora di stereotipia o per mestiere, e sarebbe fastidioso serbare tutte le copie che egli traeva dai suoi originali o tutti i manufatti della sua arte sovente banausica; tanto piú che mancano, verso di lui quei motivi di venerazione o di superstizione, che c’inducono a serbare pur le inezie dei grandi. La scelta stessa, posta la qualitá della produzione marinesca, non poteva essere guidata da un puro criterio estetico, ma da una combinazione di criteri estetico e culturale, quale ho giá adoperata in altri casi simili. A ogni modo, ho dato la prevalenza ai versi di amore (se amore si può chiamare quello cantato dal M.), che sono le sue cose migliori e piú caratteristiche; e non ho escluso da essi alcuni componimenti, confinanti con l’oscenitá o addirittura osceni, non solo per la ragione giá detta, ma perché concorrono a spiegare la fama pornografica, che acquistò quel poeta, e la «leggenda del cavalier Marino»1, che ne sorse e si è propagata fino ai giorni nostri. Mi è doluto, anzi, di non poter includere il Duello amoroso e la Pastorella: il primo dei quali è ricordato dal M. stesso, come una delle sue poesie piú famose, nella Bruna pastorella (v. prologo a questo vol., p. 8); e della seconda scrive il De Sanctis nella Storia della letteratura italiana (ii, 206): «Un idillio del M., di colorito freschissimo e moderno, tutto impregnato di ardente sensualitá, è la sua Pastorella. Chi ricorda la Pastorella di Guido Cavalcanti,

  1. Sulla quale si veda V. Labate Caridi, Il cavaliere Marino nella tradizione popolare, in Rivista abruzzese, di Teramo, anno XII, 1897, fasc. 7.