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Rime 175

     Avea veduto, e l’arme1 avea posate;
     E a bene sperar quella beltate,5
     Ch’al mondo non n’è par2, non che maggiore,
     M’invitava talor con lo splendore
     Che ’n inferno faria l’alme beate.
Quando, per nuovo isdegno3, mi trovai
     Sanza ragion4 nel mio misero stato,10
     Nel qual mi struggo, come neve al sole5,
     In pianti e in sospiri, in doglia e ’n guai;
     Né a me cridar mercé, poscia, [à] giovato
     A chi pur morto, e non altro, mi vole.


Le nevi sono e le pioggie cessate,
     L’ira del ciel6 le nebbie e le freddure;
     I fior le frondi e le fresche verdure,
     I lieti giorni e le feste7 tornate.
     Le donne son più che l’usato ornate,5
     E tutte quasi Amor le creature
     Trastulla e mena per le sue pasture,
     Nel nuovo tempo8, credo, inamorate.
Per ch’io conosco ciò ch’io non vorrei9:


  1. Usate fino allora da lui contro il poeta, come è detto in XXX, 1-3.
  2. «Eguale.»
  3. Cfr. in particolare XLIII, 11 e la mia n. 2 a p. 81.
  4. «Senza colpa.» In LII, 4-8 il Boccacci ammette la possibilità che il suo errore entri per qualche cosa nello sdegno di Fiammetta.
  5. Non v’è bisogno di considerar questa similitudine derivata dalla dantesca di Par., XXXIII, 64.
  6. Le tempeste della stagione invernale.
  7. Da sottintendere sono.
  8. Cfr. p. 176, n. 6.
  9. «Per la qual cosa vedo quel che non vorrei:» ciò ch’è detto nei due versi seguenti.