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nota 411

sua volta il Salza1, facendo suo questo «quasi», ne tenta una specie di dimostrazione. In altre parole, fondandosi sulle abitudini deH’Ariosto, vorrebbe dar la preferenza ad un paio di lezioni del Tipo 1°. Può parer strano che il Poeta, facendo rifare un mezzo foglio, commettesse la balordaggine, fra lezioni da lui reputate definitive, di cacciarcene dentro delle nuove contro il suo gusto: pare ed è strano, e noi per parte nostra non ci crediamo affatto.

Quanto a seguitò Tipo 1°, contro sequitò Tipo 2° I 46, 4, è bensí vero che l’Ariosto scrive generalmente seguitare, e che un sequitava di A diventa seguitava BC II 71, 6; ma nota seguitò A sequitò BC XXI 66, 1: e pertanto su questa variante non si può concluder nulla. L’altra riserva si riferisce ai rabuffati dossi (II 5, 6) dei due «can mordenti», cosí in AB e in C (Tipo 1°), che diventano ribuffati in C (Tipo 2°). Il Poeta parla altrove di «chioma rabuffata» ABC XXIX 60, 3, di «capelli rabuffati» ABC VIII 39, 2; ma in un passo, per dire che Rinaldo respinge Ruggiero, usa ribuffa, e correggendo: rabuffa AB ribuffa C XXXIX 3, 4. Mi par probabile che la lez. «ribuffati dossí’» rappresenti un progresso, ed in questa opinione ho con me, alleato gradito, il Lisio. Egli osserva che l’Ariosto dovette pensare che rabuffati «non esprimeva con esattezza l’idea dei peli irti lungo il filo della schiena, a contropelo», e che meglio era ribuffare respingere, ribattere; onde i dossi ribuffati, cioè col pelo respinto all’insú, irto. Per l’ultima obiezione sará da riguardare il passo. Rinaldo e Sacripante sono di fronte pieni d’ira e d’orgoglio, strette le spade, intenti ai primi colpi:

suona l’un brando e l’altro, or basso or alto: il martel di Vulcano era piú tardo ne la spelonca affumicata, dove battea all’incude e’ folgori di Giove II 8, 5-8.

Questi quattro vv., se ne togli un’inezia che ora non interessa, sono uguali in AB e in C (Tipo 1°), mentre C (Tipo 2°) nel v. 7 scrive spelunca. Son d’accordo col Salza quando osserva che di norma il Poeta usa spelonca, ma non m’indurrei mai, in omaggio ad una norma, a privare il verso che sbozza il fosco antro di Vulcano, d’una squisita pennellata latineggiante, che certo rappresenta la

  1. Per il testo critico dell’Orlando Furioso, in Studi cit., pp. 237-8.