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di vittorio alfieri 203


Non cosí, no, chi inestinguibil fuoco
Dall’alma traboccava1
Forse a pro d’altri: abbenché ognor pur poco
11 Giovi altrui l’alto dire in terra prava.2
Poco è l’uom sempre: ma piú molto è assai
Pur del Ciclope chi cantonne i lai.3

Epodo IV.

Ah sí, per quanto labile4
Sia l’esser nostro, io pur gli sguardi addentro
Nell’avvenir palpabile:
E scerno (o spero) la piú tarda gente5
(Poiché sol uno e stabile
6 Sempre fia ’l ver dell’uman cuore in centro)6
Al mio pianger piangente,
Se avverrà mai che in denso ampio teatro
Una qualch’abil Mirra o Elettra o Alceste7
Scolpisca il dolor atro,


  1. 9. Il verbo traboccare, anche in prosa, è usato dall’A. transitivamente: «Amante io ed amico, riamato da entrambi i soggetti, traboccava da ogni parte gli affetti» (Aut., III, 6°).
  2. 11. Terra prava: Dante (Inf., XVI, 8 e segg.):
    «Sostati tu, che all’abito ne sembri
    Essere alcun di nostra terra prava».
  3. 13. Chi cantò i lai — altro che lai! — del Ciclope fu Omero nel 9° libro dell’Odissea.
  4. 1. Labile, fuggevole.
  5. 4. La piú tarda gente, gli ultimi nepoti, avrebbe detto il Leopardi.
  6. 5-6. Poiché la verità è per gli uomini di tutti i tempi sempre la stessa: fu opinione assai diffusa nel sec. xviii questa della invariabilità de’ sentimenti umani, ma altrettanto erronea, perché essi mutano e si rinnovano come tutto quello di cui sono il prodotto.
  7. 9. La Mirra, nonostante i suoi difetti, una, a parer mio, delle piú commoventi tragedie dell’A., fu scritta nel 1784 e dedicata alla Contessa d’Albany con questo sonetto, che riproduco perché manca a tutte le edizioni del Canzoniere alfieriano, mentre trovasi in un esemplare delle tragedie, che ha la data Italia, MDCCCIX:
    Vergognando talor, che ancor si taccia,
    Donna, per me, l’almo tuo nome in fronte
    Di queste omai già troppe, e a te ben conte
    Tragedie, ond’io di folle avrommi taccia;
    Or vo’ qual d’esse meno a te dispiaccia
    Di te fregiar: benché di tutte il fonte
    Tu sola fossi, e il viver mio non conte
    Se non dal dí, che al viver tuo si allaccia.
    Della figlia di Ciniro infelice
    L’orrendo a un tempo ed innocente amore
    Sempre da’ tuoi begli occhi il pianto elice.
    Prova emmi questa, che al mio dubbio core,
    Tacitamente imperiosa dice
    Che di Mirra consacri a te il dolore.

    Questa tragedia ebbe in tempi piú vicini a noi un’insuperabile interprete in Adelaide Ristori, che degli sforzi compiuti per giungere ad impadronirsi dell’intera anima di quel personaggio, lasciò ricordo nelle sue pagine autobiografiche (Ricordi e studi artistici, Torino, Roux, 1887); Elettra ha parte in due tragedie dell’A., nell’Agamennone e nell’Oreste (1776) e forse l’A. ha voluto riferirsi all’una e all’altra, ma non so che alcuna attrice siasi particolarmente segnalata in questa parte: Alceste è l’ultima tragedia composta dal nostro Poeta, dopo che ebbe letta e tradotta l’Alcestide euripidèa.