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nota 427

tradurre dallo spagnuolo in italiano un’opera di questa mole, nella dedicatoria non se ne sarebbe fatto un merito e, soprattutto, non avrebbe usato maggior diligenza linguistica. Ma quel che piú importa, concordemente riferiscono l’opera essere stata scritta in italiano gli scrittori ebrei del tempo, come Baruch Usiel Chaschetto (1551), Gedaljah ibn Jachjah (1560 ca.), Azariah de’ Rossi (1570-’75), Jsaac Alatrini (1605), Joseph Baruch da Urbino (1659)1; e non meno importa che la ritenessero scritta originariamente nel nostro volgare il Varchi, il Muzio, e il Cervantes2.

Di fronte a tali e tante testimonianze, non vi è alcuna notizia discorde, da quella del Montesa in fuori: la quale è troppo incerta e oscura, anche di per sé stessa, per meritare ulteriore considerazione. Resta l’ipotesi dell’ebraico, che ora velatamente ha avanzata il Pflaum3: ma, per quanto possa apparir naturale, essa urta non men dell’altra contro l’asserto concorde dei dotti israeliti, che certo non avrebbero ignorato un dato cosí essenziale per loro, e non trova alcun appoggio concreto, se si eccettui una trascrizione di νόμος con nimos (come nella trascrizione ebraica), svista o licenza spiegabilissima da parte di un ebreo4. Sicché l’originaria italianitá dei Dialoghi resta inconcussa; e d’altra parte è uno stato di fatto senza possibilitá di rimedio anche per chi si ostinasse a negarla: né toglie però che si pensi, se proprio non se ne vuol fare a meno, ad abbozzi o appunti o primi saggi di stesura in ispagnuolo o in ebraico.

La struttura dell’opera è semplice, e non suggerisce in questa sede particolari considerazioni, se non quelle poche che seguono. Filone è l’autore stesso: e possiamo pensare che egli scegliesse

  1. Tutte queste citazioni, in genere puramente laudative, sono riportate integralmente dal Pflaum, op. cit., pp. 150-151: ma si noti che due di questi autori, il Jachjah e il da Urbino, tradussero anche il nostro testo, l’uno in ispagnuolo e l’altro in ebraico, (v. oltre).
  2. B. Varchi, L’Ercolano (1560): «Se i Dialoghi di Leone Ebreo fossero vestiti come meriterebbero, noi non aremmo da invidiare né i Latini né i Greci» (ed. princ. Firenze, 1570, p. 27): G. Muzio, Battaglie per difesa dell’italica lingua (1560): «Leone Ebreo scrisse quei suoi tre Dialoghi d’Amore, dei quali il secondo è per due volte grande come il primo, e il terzo è per due volte grande come il secondo, ed è di lunghezza fastidiosa (ed. di Napoli, 1742, p. 31); Cervantes, Don Quixote, prol. (ed. princ. 1605): «Con dos onzas que sepais de la lengua toscana, topareis con Leon Hebreo».
  3. Op. cit., p. 157 n.
  4. Vedi a p. 337, l. 6, di questa ed.