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Canto ventesimoprimo

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Canto 20 Canto 22

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CANTO VENTESIMOPRIMO


 1
     Né fune intorto crederò che stringa
soma cosí, né cosí legno chiodo,
come la fé ch’una bella alma cinga
del suo tenace indissolubil nodo.
Né dagli antiqui par che si dipinga
la santa Fé vestita in altro modo,
che d’un vel bianco che la cuopra tutta:
ch’un sol punto, un sol neo la può far brutta.

 2
     La fede unqua non debbe esser corrotta,
o data a un solo, o data insieme a mille;
e cosí in una selva, in una grotta,
lontan da le cittadi e da le ville,
come dinanzi a tribunali, in frotta
di testimon, di scritti e di postille,
senza giurare o segno altro piú espresso,
basti una volta che s’abbia promesso.

 3
     Quella servò, come servar si debbe
in ogni impresa, il cavallier Zerbino:
e quivi dimostrò che conto n’ebbe,
quando si tolse dai proprio camino
per andar con costei, la qual gl’increbbe,
come s’avesse il morbo sí vicino,
o pur la morte istessa; ma potea,
piú che ’l disio, quel che promesso avea

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 4
     Dissi di lui, che di vederla sotto
la sua condotta tanto al cor gli preme,
che n’arrabbia di duol, né le fa motto;
e vanno muti e taciturni insieme:
dissi che poi fu quel silenzio rotto,
ch’ai mondo il sol mostrò le ruote estreme,
da un cavailiero a venturoso errante,
ch’in mezzo del camin lor si fe’ inante.

 5
     La vecchia che conobbe il cavalliero,
ch’era nomato Ermonide d’Olanda,
che per insegna ha ne lo scudo nero
attraversata una vermiglia banda,
posto l’orgoglio e quel sembiante altiero,
umilmente a Zerbin si raccomanda,
e gli ricorda quel ch’esso promise
alla guerriera ch’in sua man la mise.

 6
     Perché di lei nimico e di sua gente
era il guerrier che con tra lor venia:
ucciso ad essa avea il padre innocente,
e un fratello che solo al mondo avia;
e tuttavolta far del rimanente,
come degli altri, il traditor disia.
— Fin ch’alla guardia tua, donna, mi senti
(dicea Zerbin), non vo’che tu paventi.—

 7
     Come piú presso il cavallier si specchia
in quella faccia che sí in odio gli era:
— O di combatter meco t’apparecchia
(gridò con voce minacciosa e fiera),
o lascia la difesa de la vecchia,
che di mia man secondo il merto péra.
Se combatti per lei, rimarrai morto;
che cosí avviene a chi s’appiglia al torto. —

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 8
     Zerbin cortesemente a lui risponde
che gli è desir di bassa e mala sorte,
et a cavalleria non corrisponde
che cerchi dare ad una donna morte:
se pur combatter vuol, non si nasconde;
ma che prima consideri ch’importe
ch’un cavallier, com’era egli, gentile,
voglia por man nel sangue feminile.

 9
     Queste gli disse e piú parole invano;
e fu bisogno al fin venire a’ fatti.
Poi che preso a bastanza ebbon del piano,
tornarsi incontra a tutta briglia ratti.
Non van sí presti i razzi fuor di mano,
ch’al tempo son de le allegrezze tratti,
come andaron veloci i duo destrieri
ad incontrare insieme i cavallieri.

 10
     Ermonide d’Olanda segnò basso,
che per passare il destro fianco attese:
ma la sua debol lancia andò in fracasso,
e poco il cavallier di Scozia offese.
Non fu giá l’altro colpo vano e casso:
roppe lo scudo, e sí la spalla prese,
che la forò da l’uno all’altro lato,
e riversar fe’ Ermonide sul prato.

 11
     Zerbin che si pensò d’averlo ucciso,
di pietá vinto, scese in terra presto,
e levò l’elmo da lo smorto viso;
e quel guerrier, come dal sonno desto,
senza parlar guardò Zerbino fiso;
e poi gli disse: — Non m’è giá molesto
ch’io sia da te abbattuto, ch’ai sembianti
mostri esser fior de’ cavallieri erranti;

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 12
     ma ben mi duol che questo per cagione
d’una femina perfida in’avviene,
a cui non so come tu sia campione,
che troppo al tuo valor si disconviene.
E quando tu sapessi la cagione
ch’a vendicarmi di costei mi mene,
avresti, ognor che rimembrassi, affanno
d’aver, per campar lei, fatto a me danno.

 13
     E se spirto a bastanza avrò nel petto
ch’io il possa dir (ma del contrario temo),
io ti farò veder ch’in ogni effetto
scelerata è costei piú ch’in estremo.
Io ebbi giá un fratel che giovinetto
d’Olanda si partí, donde noi semo,
e si fece d’Eraclio cavalliero,
ch’allor tenea de’ Greci il sommo impero.

 14
     Quivi divenne intrinseco e fratello
d’un cortese baron di quella corte,
che nei confin di Servia avea un castello
di sito ameno e di muraglia forte.
Nomossi Argeo colui di ch’io favello,
di questa iniqua femina consorte,
la quale egli amò sí, che passò il segno
ch’a un uom si convenia, come lui, degno.

 15
     Ma costei, piú volubile che foglia
quando l’autunno è piú priva d’umore,
che ’l freddo vento gli arbori ne spoglia,
e le soffia dinanzi al suo furore;
verso il marito cangiò tosto voglia,
che fisso qualche tempo ebbe nel core;
e volse ogni pensiero, ogni disio
d’acquistar per amante il fratel mio.

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 16
     Ma né sí saldo all’impeto marino
l’Acrocerauno d’infamato nome,
né sta sí duro incontra borea il pino
che rinovato ha piú di cento chiome,
che quanto appar fuor de lo scoglio alpino,
tanto sotterra ha le radici; come
il mio fratello a’ prieghi di costei,
nido de tutti i vizii infandi e rei.

 17
     Or, come avviene a un cavallier ardito,
che cerca briga e la ritrova spesso,
fu in una impresa il mio fratel ferito,
molto al castel del suo compagno appresso,
dove venir senza aspettare invito
solea, fosse o non fosse Argeo con esso;
e dentro a quel per riposar fermosse
tanto che del suo mal libero fosse.

 18
     Mentre egli quivi si giacea, convenne
ch’in certa sua bisogna andasse Argeo.
Tosto questa sfacciata a tentar venne
il mio fratello, et a sua usanza feo;
ma quel fedel non oltre piú sostenne
avere ai fianchi un stimulo sí reo:
elesse, per servar sua fede a pieno,
di molti mal quel che gli parve meno.

 19
     Tra molti mal gli parve elegger questo:
lasciar d’Argeo l’intrinsichezza antiqua;
lungi andar sí, che non sia manifesto
mai piú il suo nome alla femina iniqua.
Ben che duro gli fosse, era piú onesto
che satisfare a quella voglia obliqua,
o ch’accusar la moglie al suo signore,
da cui fu amata a par del proprio core.

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 20
     E de le sue ferite ancora infermo
l’arme si veste, e del castel si parte;
e con animo va constante e fermo
di non mai piú tornare in quella parte.
Ma che gli vai? ch’ogni difesa e schermo
gli disipa Fortuna con nuova arte:
ecco il marito che ritorna intanto,
e trova la moglier che fa gran pianto,

 21
     e scapigliata e con la faccia rossa;
e le domanda di che sia turbata.
Prima ch’ella a rispondere sia mossa,
pregar si lascia piú d’una fiata,
pensando tuttavia come si possa
vendicar di colui che l’ha lasciata:
e ben convenne al suo mobile ingegno
cangiar l’amore in subitane sdegno.

 22
     Deh (disse al fine), a che l’error nascondo
c’ho commesso, signor, ne la tua absenzia?
che quando ancora io ’l celi a tutto ’l mondo,
celar noi posso alla mia conscienzia.
L’alma che sente il suo peccato immondo,
paté dentro da sé tal penitenzia,
ch’avanza ogn’altro corporal martire
che dar mi possa alcun del mio fallire;

 23
quando fallir sia quel che si fa a forza:
ma sia quel che si vuol, tu sappi! anco;
poi con la spada da la immonda scorza
scioglie lo spirto imaculato e bianco,
e le mie luci eternamente ammorza;
che dopo tanto vituperio, almanco
tenerle basse ognor non mi bisogni,
e di ciascun ch’io vegga, io mi vergogni.

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 24
     Il tuo compagno ha l’onor mio distrutto:
questo corpo per forza ha vïolato;
e perché teme ch’io ti narri il tutto,
or si parte il villan senza commiato. —
In odio con quel dir gli ebbe ridutto
colui che piú d’ogn’altro gli fu grato.
Argeo lo crede, et altro non aspetta;
ma piglia l’arme e corre a far vendetta.

 25
     E come quel ch’avea il paese noto,
lo giunse che non fu troppo lontano;
che ’l mio fratello, debole et egroto,
senza sospetto se ne gía pian piano:
e brevemente, in un loco remoto
pose, per vendicarsene, in lui mano.
Non trova il fratel mio scusa che vaglia;
ch’in somma Argeo con lui vuol la battaglia.

 26
     Era l’un sano e pien di nuovo sdegno,
infermo l’altro, et all’usanza amico:
sí ch’ebbe il fratel mio poco ritegno
contra il compagno fattogli nimico.
Dunque Filandro di tal sorte indegno
(de l’infelice giovene ti dico:
cosí avea nome), non sofrendo il peso
di sí fiera battaglia, restò preso.

 27
     — Non piaccia a Dio che mi conduca a tale
il mio giusto furore e il tuo demerto
(gli disse Argeo), che mai sia omicidiale
di te ch’amava; e me tu amavi certo,
ben che nel fin me l’hai mostrato male:
pur voglio a tutto il mondo fare aperto
che, come fui nel tempo de l’amore,
cosí ne l’odio son di te migliore.

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 28
     Per altro modo punirò il tuo fallo,
che le mie man piú nel tuo sangue porre. —
Cosí dicendo, fece sul cavallo
di verdi rami una bara comporre,
e quasi morto in quella riportano
dentro al castello in una chiusa torre,
dove in perpetuo per punizione
condannò l’innocente a star prigione.

 29
     Non però ch’altra cosa avesse manco,
che la libertá prima del partire;
perché nel resto, come sciolto e franco
vi commandava e si facea ubidire.
Ma non essendo ancor l’animo stanco
di questa ria del suo pensier fornire,
quasi ogni giorno alla prigion veniva;
ch’avea le chiavi, e a suo piacer l’apriva:

 30
     e movea sempre al mio fratello assalti,
e con maggiore audacia che di prima.
— Questa tua fedeltá (dicea) che valti,
poi che perfidia per tutto si stima?
Oh che trionfi glorïosi et alti!
oh che superbe spoglie e preda opima!
oh che merito al fin te ne risulta,
se, come a traditore, ognun t’insulta!

 31
     Quanto utilmente, quanto con tuo onore
m’avresti dato quel che da te volli!
Di questo sí ostinato tuo rigore
la gran mercé che tu guadagni, or tolli:
in prigion sei, né crederne uscir fuore,
se la durezza tua prima non molli.
Ma quando mi compiacci, io farò trama
di racquistarti e libertade e fama. —

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 32
     — No, no (disse Filandro) aver mai spene
che non sia, come suol, mia vera fede,
se ben contra ogni debito mi avviene
ch’io ne riporti sí dura mercede,
e di me creda il mondo men che bene:
basta che inanti a quel che ’l tutto vede
e mi può ristorar di grazia eterna,
chiara la mia innocenzia si discerna.

 33
     Se non basta ch’Argeo mi tenga preso,
tolgami ancor questa noiosa vita.
Forse non mi fia il premio in ciel conteso
de la buona opra, qui poco gradita.
Forse egli, che da me si chiama offeso,
quando sará quest’anima partita,
s’avedrá poi d’avermi fatto torto,
e piangerá il fedel compagno morto. —

 34
     Cosí piú volte la sfacciata donna
tenta Filandro, e torna senza frutto.
Ma il cieco suo desir, che non assonna
del scelerato amor traer construtto,
cercando va piú dentro ch’alla gonna
suoi vizii antiqui, e ne discorre il tutto.
Mille pensier fa d’uno in altro modo,
prima che fermi in alcun d’essi il chiodo.

 35
     Stette sei mesi che non messe piede,
come prima facea, ne la prigione;
di che il miser Filandro e spera e crede
che costei piú non gli abbia affezïone.
Ecco Fortuna, al mal propizia, diede
a questa scelerata occasione
di metter fin con memorabil male
al suo cieco appetito irrazionale.

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 36
     Antiqua nimicizia avea il marito
con un baron detto Morando il bello,
che, non v’essendo Argeo, spesso era ardito
di correr solo, e sin dentro al castello;
ma s’Argeo v’era, non tenea lo ’nvito,
né s’accostava a dieci miglia a quello.
Or, per poterlo indur che ci venisse,
d’ire in Ierusalem per voto disse.

 37
     Disse d’andare; e partesi ch’ognuno
lo vede, e fa di ciò sparger le grida:
né il suo pensier, fuor che la moglie, alcuno
puote saper; che sol di lei si fida.
Torna poi nel castello all’aer bruno,
né mai, se non la notte, ivi s’annida;
e con mutate insegne al nuovo albóre,
senza vederlo alcun, sempre esce fuore.

 38
     Se ne va in questa e in quella parte errando,
e volteggiando al suo castello intorno,
pur per veder se credulo Morando
volesse far, come solea, ritorno.
Stava il dí tutto alla foresta; e quando
ne la marina vedea ascoso il giorno,
venia al castello, e per nascose porte
lo togliea dentro l’infedel consorte.

 39
     Crede ciascun, fuor che l’iniqua moglie,
che molte miglia Argeo lontan si trove.
Dunque il tempo oportuno ella si toglie:
al fratel mio va con malizie nuove.
Ha di lagrime a tutte le sue voglie
un nembo che dagli occhi al sen le piove.
— Dove potrò (dicea) trovare aiuto,
che in tutto l’onor mio non sia perduto?

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 40
     E col mio quel del mio marito insieme,
il qual se fosse qui, non temerei.
Tu conosci Morando, e sai se teme,
quando Argeo non ci sente, omini e dèi.
Questi or pregando, or minacciando, estreme
prove fa tuttavia, né alcun de’ miei
lascia che non contamini, per trarmi
a’ suoi disii, né so s’io potrò aitarmi.

 41
     Or c’ha inteso il partir del mio consorte,
e ch’al ritorno non sará sí presto,
ha avuto ardir d’entrar ne la mia corte
senza altra scusa e senz’altro pretesto;
che se ci fosse il mio signor per sorte,
non sol non avria audacia di far questo,
ma non si terria ancor, per Dio, sicuro
d’appressarsi a tre miglia a questo muro.

 42
     E quel che giá per messi ha ricercato,
oggi me l’ha richiesto a fronte a fronte,
e con tai modi, che gran dubbio è stato
de lo avvenirmi disonore et onte;
e se non che parlar dolce gli ho usato,
e finto le mie voglie alle sue pronte,
saria a forza, di quel suto rapace,
che spera aver per mie parole in pace.

 43
     Promesso gli ho, non giá per osservargli
(che fatto per timor, nullo è il contratto);
ma la mia intenzïon fu per vietargli
quel che per forza avrebbe allora fatto.
Il caso è qui: tu sol pòi rimediargli;
del mio onor altrimenti sará tratto,
e di quel del mio Argeo, che giá m’hai detto
aver o tanto, o piú che ’l proprio, a petto.

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 44
     E se questo mi nieghi, io dirò dunque
ch’in te non sia la fé di che ti vanti;
ma che fu sol per crudeltá, qualunque
volta hai sprezzati i miei supplici pianti;
non per rispetto alcun d’Argeo, quantunque
m’hai questo scudo ognora opposto inanti.
Saria stato tra noi la cosa occulta;
ma di qui aperta infamia mi risulta. —

 45
     — Non si convien (disse Filandro) tale
prologo a me, per Argeo mio disposto.
Narrami pur quel che tu vuoi, che quale
sempre fui, di sempre essere ho proposto;
e ben ch’a torto io ne riporti male,
a lui non ho questo peccato imposto.
Per lui son pronto andare anco alla morte,
e siami contra il mondo e la mia sorte. —

 46
     Rispose l’empia: — Io voglio che tu spenga
colui che ’l nostro disonor procura.
Non temer ch’alcun mal di ciò t’avenga;
ch’io te ne mostrerò la via sicura.
Debbe egli a me tornar come rivenga
su l’ora terza la notte piú scura;
e fatto un segno de ch’io l’ho avvertito,
io l’ho a tor dentro, che non sia sentito.

 47
     A te non graverá prima aspettarme
ne la camera mia dove non luca,
tanto che dispogliar gli faccia l’arme,
e quasi nudo in man te lo conduca. —
Cosí la moglie conducesse parme
il suo marito alla tremenda buca;
se per dritto costei moglie s’appella,
piú che furia infernal crudele e fella.

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 48
     Poi che la notte scelerata venne,
fuor trasse il mio fratei con l’arme in mano;
e ne l’oscura camera lo tenne,
fin che tornasse il miser castellano.
Come ordine era dato, il tutto avvenne;
che ’l consiglio del mal va raro invano.
Cosi Filandro il buono Argeo percosse,
che si pensò che quel Morando fosse.

 49
     Con esso un colpo il capo fesse e il collo;
ch’elmo non v’era, e non vi fu riparo.
Pervenne Argeo, senza pur dare un crollo,
de la misera vita al fine amaro:
e tal l’uccise, che mai non pensollo,
né mai l’avria creduto: oh caso raro!
che cercando giovar, fece all’amico
quel di che peggio non si fa al nimico.

 50
     Poscia ch’Argeo non conosciuto giacque,
rende a Gabrina il mio fratei la spada.
Gabrina è il nome di costei, che nacque
sol per tradire ognun che in man le cada.
Ella, che’l ver fin a quell’ora tacque,
vuol che Filandro a riveder ne vada
col lume in mano il morto ond’egli è reo:
e gli dimostra il suo compagno Argeo.

 51
     E gli minaccia poi, se non consente
all’amoroso suo lungo desire,
di palesare a tutta quella gente
quel ch’egli ha fatto, e nol può contradire;
e lo fará vituperosamente
come assassino e traditor morire:
e gli ricorda che sprezzar la fama
non de’, se ben la vita sí poco ama.

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 52
     Pien di paura e di dolor rimase
Filandro, poi che del suo error s’accorse.
Quasi il primo furor gli persuase
d’uccider questa, e stette un pezzo in forse:
e se non che ne le nimiche case
si ritrovò (che la ragion soccorse),
non si trovando avere altr’arme in mano,
coi denti la stracciava a brano a brano.

 53
     Come ne l’alto mar legno talora,
che da duo venti sia percosso e vinto,
ch’ora uno inanzi l’ha mandato, et ora
un altro al primo termine respinto,
e l’han girato da poppa e da prora,
dal piú possente al fin resta sospinto:
cosí Filandro, tra molte contese
de’ duo pensieri, al manco rio s’apprese.

 54
     Ragion gli dimostrò il pericol grande,
oltre il morir, del fine infame e sozzo,
se l’omicidio nel castel si spande;
e del pensare il termine gli è mozzo.
Voglia o non voglia, al fin convien che mande
l’amarissimo calice nel gozzo.
Pur finalmente ne l’afflitto core
piú de l’ostinazion potè il timore.

 55
     Il timor del supplicio infame e brutto
prometter fece con mille scongiuri,
che faria di Gabrina il voler tutto,
se di quel luogo se partian sicuri.
Cosí per forza colse l’empia il frutto
del suo desire, e poi lasciar quei muri.
Cosí Filandro a noi fece ritorno,
di sé lasciando in Grecia infamia e scorno.

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 56
     E portò nel cor fisso il suo compagno
che cosí scioccamente ucciso avea,
per far con sua gran noia empio guadagno
d’una Progne crudel, d’una Medea.
E se la fede e il giuramento, magno
e duro freno, non lo ritenea,
come al sicuro fu, morta l’avrebbe;
ma, quanto piú si puote, in odio l’ebbe.

 57
     Non fu da indi in qua rider mai visto:
tutte le sue parole erano meste,
sempre sospir gli uscian dal petto tristo;
et era divenuto un nuovo Oreste,
poi che la madre uccise e il sacro Egisto,
e che l’ultrice Furie ebbe moleste.
E senza mai cessar, tanto l’afflisse
questo dolor, ch’infermo al letto il fisse.

 58
     Or questa meretrice, che si pensa
quanto a quest’altro suo poco sia grata,
muta la fiamma giá d’amore intensa
in odio, in ira ardente et arrabbiata;
né meno è contra al mio fratello accensa,
che fosse contra Argeo la scelerata:
e dispone tra sé levar dal mondo,
come il primo marito, anco il secondo.

 59
     Un medico trovò d’inganni pieno,
sufficiente et atto a simil uopo,
che sapea meglio uccider di veneno,
che risanar gl’infermi di silopo;
e gli promesse, inanzi piú che meno
di quel che domandò, donargli, dopo
ch’avesse con mortifero liquore
levatole dagli occhi il suo signore.

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 60
     Giá in mia presenza e d’altre piú persone
venia col tòsco in mano il vecchio ingiusto,
dicendo ch’era buona pozione
da ritornare il mio fratel robusto.
Ma Gabrina con nuova intenzïone,
pria che l’infermo ne turbasse il gusto,
per tòrsi il consapevole d’appresso,
o per non dargli quel ch’avea promesso,

 61
     la man gli prese, quando a punto dava
la tazza dove il tòsco era celato,
dicendo: — Ingiustamente è se ’i ti grava
ch’io tema per costui c’ho tanto amato.
Voglio esser certa che bevanda prava
tu non gli dia, né succo avelenato;
e per questo mi par che ’l beveraggio
non gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio. —

 62
     Come pensi, signor, che rimanesse
il miser vecchio conturbato allora?
La brevitá del tempo sí l’oppresse,
che pensar non potè che meglio fòra;
pur, per non dar maggior sospetto, elesse
il calice gustar senza dimora:
e l’infermo, seguendo una tal fede,
tutto il resto pigliò, che si gli diede.

 63
     Come sparvier che nel piede grifagno
tenga la starna e sia per trarne pasto,
dal can che si tenea fido compagno,
ingordamente è sopragiunto e guasto;
cosí il medico intento al rio guadagno,
donde sperava aiuto ebbe contrasto.
Odi di summa audacia esempio raro!
e cosí avvenga a ciascun altro avaro.

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 64
     Fornito questo, il vecchio s’era messo,
per ritornare alla sua stanza, in via,
et usar qualche medicina appresso,
che lo salvasse da la peste ria;
ma da Gabrina non gli fu concesso,
dicendo non voler ch’andasse pria
che ’l succo ne lo stomaco digesto
il suo valor facesse manifesto.

 65
     Pregar non val, né far di premio offerta,
che lo voglia lasciar quindi partire.
Il disperato, poi che vede certa
la morte sua, né la poter fuggire,
ai circonstanti fa la cosa aperta;
né la seppe costei troppo coprire.
E cosí quel che fece agli altri spesso,
quel buon medico al fin fece a se stesso:

 66
     e sequitò con l’alma quella ch’era
giá de mio frate caminata inanzi.
Noi circonstanti, che la cosa vera
del vecchio udimmo, che fe’ pochi avanzi,
pigliammo questa abominevol fera,
piú crudel di qualunque in selva stanzi;
e la serrammo in tenebroso loco,
per condannarla al meritato fuoco. —

 67
     Questo Ermonide disse, e piú voleva
seguir, cotn’ella di prigion levossi;
ma il dolor de la piaga sí l’aggreva,
che pallido ne l’erba riversossi.
Intanto duo scudier, che seco aveva,
fatto una bara avean di rami grossi:
Firmonide si fece in quella porre;
ch’indi altrimente non si potea tòrre.

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 68
     Zerbin col cavallier fece sua scusa,
che gl’increscea d’averli fatto offesa;
ma, come pur tra cavallieri s’usa,
colei che venia seco avea difesa:
ch’altrimente sua fé saria confusa;
perché, quando in sua guardia l’avea presa,
promesse a sua possanza di salvarla
contra ognun che venisse a disturbarla.

 69
     E s’in altro potea gratificargli,
prontissimo offeriase alla sua voglia.
Rispose il cavallier, che ricordargli
sol vuol, che da Gabrina si discioglia
prima ch’ella abbia cosa a machinargli,
di ch’esso indarno poi si penta e doglia.
Gabrina tenne sempre gli occhi bassi,
perché non ben risposta al vero dassi.

 70
     Con la vecchia Zerbin quindi partisse
al giá promesso debito vïaggio;
e tra sé tutto il dí la maledisse,
che far gli fece a quel barone oltraggio.
Et or che pel gran mal che gli ne disse
chi lo sapea, di lei fu instrutto e saggio,
se prima l’avea a noia e a dispiacere,
or l’odia sí che non la può vedere.

 71
     Ella che di Zerbin sa l’odio a pieno,
né in mala voluntá vuole esser vinta,
un’oncia a lui non ne riporta meno:
la tien di quarta, e la rifá di quinta.
Nel cor era gonfiata di veneno,
e nel viso altamente era dipinta.
Dunque ne la concordia ch’io vi dico,
tenean lor via per mezzo il bosco antico.

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 72
     Ecco, volgendo il sol verso la sera,
udiron gridi e strepiti e percosse,
che facean segno di battaglia fiera
che, quanto era il rumor, vicina fosse.
Zerbino, per veder la cosa ch’era,
verso il rumore in gran fretta si mosse:
non fu Gabrina lenta a seguitarlo.
Di quel ch’avvenne, all’altro canto io parlo.