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Sommario II
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ORIGINE

DELLA LINGUA ITALIANA



I.


Non paia strano ch’io cominci il mio ragionamento col combattere il titolo, che io stesso gli ho dato.

Le parole: Origine della Lingua italiana, presentano la questione nel modo come è concepita dai più, e sono anche il titolo più comune, col quale viene trattata. Io quindi le ho messe nel frontespizio, per non rendermi singolare, ma insieme per aver subito occasione di dimostrare, che esse non rispondono bene a una trattazione rigorosa della materia, e conducono necessariamente fuori di strada chi le accetta per guida.

Infatti, è o non è lingua italiana quella usata da monsignor Giovanni della Casa nel suo famoso Galateo? Sicuro, è lingua italiana; e così bisogna [p. 4 modifica]chiamarla, non foss’altro, perchè non si saprebbe chiamare diversamente.

Eppure, io trovo che la prima parola di codesto libro è un conciossiacosachè, parola che di certo non fu mai usata parlando; e trovo che il cavalier Lionardo Salviati, volendo fare il maggiore degli elogi al medesimo libro, dice che in esso, “cosa che appena par da credere, l’Autore la moderna legatura delle parole, ed il moderno suono, mentre continuo l’aveva nell’orecchie, si potette dimenticare.„ 1

Quindi, accanto a quella usata dal Casa, e da essa più o meno diversa per vocaboli e per costrutti, c’era un’altra lingua italiana, cioè la parlata. Di quale, dunque, di queste due lingue dovrò io raccontare l’origine?

Della parlata, soprattutto, — mi par di sentirmi rispondere. E sta bene.

Ma, parlata, dove? È chiaro che la lingua parlata, a cui il Salviati contrappone la scritta del Casa, è la fiorentina, o tutt’al più la toscana. Ma perchè dovrei io restringermi a discorrere della sola parlata fiorentina o toscana, se quelle di Torino, di Venezia, di Genova, di Bologna, di Roma, di Napoli, di Palermo, e via dicendo, hanno tutte in fondo la medesima origine? Non sarebbe questo un piantar male la questione, di maniera che tutto il ragionamento ne rimarrebbe poi, più o meno, viziato? [p. 5 modifica]

Perciò io dico che tratterò dell'Origine degl’idiomi italiani.

E non basta. Questi idiomi, per comune consenso oramai, son derivati dal latino. Ma dal latino son derivati ugualmente (salvo il basco e il neoceltico, che conservano ancora gran parte del loro antico fondo originale, e dei quali faremo un cenno più innanzi) tutti i cento o mille idiomi parlati in Portogallo, in Spagna, in Francia, in tutto il sud-est del Belgio e in più parti della Svizzera e della Penisola Balcanica. Dunque, sarò più esatto, se dico che tratterò dell’Origine degl’idiomi neolatini in generale, e particolarmente degl’italiani, e giacchè è quasi impossibile parlar della specie, senza toccare un poco anche del genere.

Il seguito del mio discorso proverà, spero, che questi preliminari erano tutt’altro che oziosi. Qui intanto basterà aggiungere, che comunemente però, e per delle buone e anche delle cattive ragioni, s’usa dire che le lingue neolatine, o romane, o romanze, son sei: italiano,2 — francese, — provenzale,3 — spagnolo, — portoghese, — rumeno o valacco. [p. 6 modifica] [p. 7 modifica]


Note

  1. Salviati, Degli avvertimenti della lingua sopra il Decamerone; Venezia, 1584; vol. I, lib. II, pag. 94.
  2. Dopo gli studi dell’Ascoli (Archivio Glottologico, vol. I), il ladino è definitivamente considerato, non più come un dialetto italiano, ma come un sistema dialettale a sè, con caratteri suoi speciali; e comprende tre gruppi distinti: all’est, il friulano, parlato da più di quattrocentocinquantamila persone, dalle rive del Tagliamento in Italia fino a Gorizia in Austria. Al centro, il ladino, parlato da più di novantamila persone, in due punti del Tirolo, a qualche distanza dalle due rive dell’Adige. All’ovest, il romancio, che si stende trasversalmente sulla maggior parte del Canton de’ Grigioni, ed è parlato da circa quarantamila persone.
  3. Molti separano il catalano dai dialetti provenzali, ma i suoi caratteri specifici non paiono sufficienti per rendere obbligatoria questa separazione. Sufficienti invece sono certamente quelli che l'Ascoli ha scoperto in un altro tipo idiomatico, che tramezza tra il francese e il provenzale, e che da lui perciò è stato chiamato franco-provenzale. Ecco le parole con cui l'insigne glottologo cominciava il suo saggio: “Chiamo franco-provenzale un tipo idiomatico, il quale insieme riunisce, con alcuni suoi caratteri specifici, più altri caratteri, che parte son comuni al francese, parte lo sono al provenzale, e non proviene già da una tarda confluenza di elementi diversi, ma bensì attesta la sua propria indipendenza istorica, non guari dissimile da quella per cui fra di loro si distinguono gli altri principali tipi neo-latini. L'ampia distesa di dialetti, in cui è ancora e per ora dato riconoscere il tipo franco-provenzale, ammette e richiede, come ogni altro complesso neo-latino, suddistinzioni parecchie; ma costituisce, anche nell'ordine geografico, un tutto continuo. La cura di determinare rigorosamente gli estremi confini del complesso franco-provenzale, dev'essere riservata a studj ulteriori. Qui intanto si mostrerà, come questa serie di vernacoli si stenda, nella Francia, per la sezion settentrionale del Delfinato (dipartimento dell’Isera); indi passi il Rodano in doppia direzione: verso ponente, per occupare una parte, e forse la maggior parte, del Lionese; e verso tramontana, per far sua la sezion meridionale della Borgogna (dipartimento dell'Ain); onde poi, come in colonna longitudinale, appar che s'incunei, non senza patire molti danni, tra il francese a ponente ed a levante, tanto da attraversare l’intiera Franca-Contea e metter capo ben dentro al territorio lorenese (sezioni dei dipartimenti del Jura, del Doubs, dell’Alta Saona — si raggiunge anche l’Alsazia con la varietà di Giromagny, distretto di Belfort — e dei Vogesi). Ma Francia è oggidi anche la Savoja, tutta franco-provenzale; e son franco-provenzali, nella Svizzera, i dialetti proprj dei cantoni di Ginevra, del Vaud, di Neufchâtel con un piccolo tratto di quel di Berna (tra il Jura e il lago di Bienne, ma son francesi, all’incontro, i vernacoli del Jura bernese), della maggior parte del cantone di Friburgo, e della sezione occidentale del canton Vallese. Di qua dall’Alpi, finalmente, spettano a questo sistema i dialetti romanzi che sono proprj della Valle d’Aosta, e quello della Val Soana.„ (Arch. Glott., vol. III, pag. 61-62.)