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XXXI

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XXX XXXII


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SOCRATE

MORTO




basso rilievo in gesso


XXXI.

In questa dell’istoria d’un sì grand’uomo ultima scena, si vede Socrate nella medesima prigione steso supino sopra un rozzo letticciuolo, con le membra irrigidite, e nel momento appunto in cui l’anima lo ha già abbandonato. Un suo domestico, o il carceriere, che Socrate solca chiamare uomo di buon cuore, alza dolorosamente il lino da cui è coperto, ed osserva attentamente se pur gli rimane qualche resto di vita. Critone, il più caro dei suoi giovani amici, vincendo per un momento sè stesso, gli rende il mesto ufficio di chiudergli le palpebre. Un altro dei suoi discepoli, la testa appoggiata ai piedi del maestro, e lasciata in abbandono tutta la persona, dimentico di sè, sembra immerso nel più profondo dolore. Due vecchi filosofi stanno seduti, e sembrano assorti in grave meditazione. L’uno si cuopre il [p. 92 modifica]volto con ambe le mani e con un lembo della veste: l’altro tiene una mano sopra dell’altra, e tutte due abbandonate sopra le proprie ginocchia. Due altri meno attempati guardano Socrate, alzando uno le mani in atto di meraviglia grande, e l’altro con ambe stringendo un bastone, ed appoggiandovi sopra mestissimamente la faccia. Tutti dimostrano di compiangere la fine di un sì grand’uomo; e i loro ingrati concittadini forse più ancora compiangono, che abbreviarono sacrileghi una vita, della quale anzi chieder ne doveano riverenti al Cielo la prolungazione. Un filosofo di età provetta, con quella soavità che consiglia l’affetto ed il dolore, priega un giovinetto, che alla sua profonda afflizione lo crederei volentieri l’amoroso Lamprocleo, a togliersi da quel luogo funesto; già qui, gli dice, vedi, ormai tutto per sempre è perduto!