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IV VI


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EBE



statua in marmo


V.


Oh! sii pur la ben venuta dal Cielo, bella e vezzosa Coppiera di Giove, amabile Dea dell’eterna gioventù! Dove, le disse quel sì soave e sì industre Poeta,

Dove per te, celeste ancella, or vassi,
     Che di te l’aurea, eterna mensa or privi?
     Come degni cangiargli astri nativi
     Con questi luoghi tenebrosi e bassi?
O Canova immortal, che indietro lassi
     L’Italico Scarpello, e il Greco arrivi,
     Sapea che i marmi tuoi son molli e vivi,
     Ma chi visto t’avea scolpire i passi?
Spirar qui vento ogni pupilla crede,
     E la gonna investir, che frettolosa
     Si ripiega ondeggiando, e indietro riede.
E Natura, onde legge ebbe ogni cosa,
     Che pietra e moto in un congiunti vede,
     Per un istante si riman pensosa.


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Ignuda le morbide spalle ed il ricolmo petto, la parte inferiore del suo bel corpo è vestita d’un leggerissimo velo rassettato sotto del petto con maravigliosa finezza di minutissime pieghe, e scendente fino al ginocchio. Una fascia gentilmente la stringe, e va con grazia ad annodarsele dietro alle reni, formando un vago nastro. Questa veste gelosa, spinta però indietro dall’aria resistente, come accade a chi corre con velocità, è tanto sul nudo compressa, che lo ricuopre sì, ma non lo cela allo sguardo avido di contemplarla. Qual mossa divina! quanta morbidezza di carni; quanta delicatezza! Nè più felice che qui mi parve altrove mai Canova con quel suo meraviglioso artificio, col quale egli sa rendere morbido, molle, ed al color vero ed al moto quasi delle vive carni similissimo, il suo lavoro. I capelli folti ed inanellati, ove pare che con leggerissimo soffio Zeffìro per entro scherzi e li divida, sono contenuti da un gentil diadema d’oro che le cinge le tempie. Ella sta nell’atto di prepararsi a versar l’ambrosia, alzando il braccio destro nella di cui mano tiene un bel vaso d’oro, ed adattandovi sotto un elegante nappo dello stesso metallo, che tiene con la sinistra. La sua dolce fisionomia è lieta, ma composta. E come nol sarebbe? Fa essa attentamente il suo ufficio, e dee comparire innanzi al Re degli uomini e degli Dei. Affrettiamoci però di contemplarla; essa sta nell’atto di partire; eccola che [p. 20 modifica]già move, e t’accresce, col timore che ti desta di perderla, il piacere che provi nell’ammirarla. Ebe divina, se pur mortale tu fossi, ah! non avresti duopo d’un sì gentile artificio.