Novelle cinesi tolte dal Lung-Tu-Kung-Ngan/Novella V

Novella V - Un giudice nell'imbarazzo o lo spillone da capelli

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Autori vari - Novelle cinesi tolte dal Lung-Tu-Kung-Ngan (Antichità)
Traduzione dal cinese di Carlo Puini (1872)
Novella V - Un giudice nell'imbarazzo o lo spillone da capelli
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V.


UN GIUDICE NELL’IMBARAZZO

o

LO SPILLONE DA CAPELLI




Al tempo che il giudice Pao-kung visitava la provincia di Nan-ce-li, viveva nella città di Ce-ceu un uomo di ottant’anni; il quale, malgrado l’età sua avanzata, era di piacevoli e belle maniere (1), ma d’animo perverso e artificioso. Questi, che aveva nome Cen-te, avendo vista un giorno certa Lo-xi, giovane vedova d’un parente di lui, vaga e bella come un fiore di primavera, se ne innamorò perdutamente, e divisò possederla. A tal fine aveva preso a circuirla con continue e importune visite, e con replicate protestazioni d’affetto. Ma Lo-xi, che era nel fiore dell’età sua, fresca come un boccino di rosa, non si commosse dapprima agli eccitamenti del vecchio. Un giorno però tanta e tale fu l’eloquenza dell’ottuagenario amante, che la giovane vedova si lasciò persuadere; e di mutuo accordo si stabilì un notturno convegno. All’ora fissata la donna, veduto venire l’innamorato, di subito andògli incontro, lo condusse [p. 54 modifica]in casa, lo accolse nel suo letto: ed entrambi uniti si diedero al piacere (2).

Circa un anno scorse rapidamente, senza che gli amori tra il vecchio e la bella vedova facessero nascere sospetto in alcuno. Finalmente i vicini e i parenti della donna s’accorsero della scandalosa tresca; e fra gli altri, un parente del defunto marito di Lo-xi le fece intendere con buone parole la sconvenienza della cosa. Ma siccome i dolci rimproveri non bastavano a far cessare lo scandalo, i parenti si decisero a ricorrere al giudice Pao-kung, che trovavasi appunto in quel luogo, affinchè egli, coll’autorità sua, facesse terminare quell’intrigo.

Pao-kung, giunto a cognizione del caso, molto si maravigliò; e fra sè stesso pensava, come mai un vecchio di ottant’anni, i cui spiriti sono esausti e debili le forze, potesse avere commercio con femmina. Per togliersi dall’incertezza e dal dubbio, fecesi venire innanzi il vecchio Cen-te, e lo pose alla tortura, affinchè confessasse la verità. Ma non per questo il vecchio confessossi reo; anzi colle lacrime agli occhi si scolpava dicendo: «Vedete bene, o mio signore, come io sia un debole vecchiarello che combatte colla morte, e come appena siami possibile sostenere questo fil di vita, che ancor mi rimane. Ohimè, come volete voi che io sia quel libertino che mi si vuol fare? Pensateci un poco sopra, eccellenza, e v’accorgerete che tratto foste in inganno.» A quel dire, i dubbi del giudice si volsero quasi in certezza; ma non per questo ristette. E cacciato in prigione Cen-te, mandò per la vedova che, giunta al tribunale, fu sottoposta essa pure alla tortura. Piangeva la poverina e pregava, e andava ripetendo a Pao-kung: «Ohimè misera, come fui calunniata! Io, che non usciva mai di casa d’un sol passo! Io aver fatto l’impudica con Cen-te, pel quale avevo tutto il rispetto che l’età sua richiedeva; con quell’uomo tanto riservato e da bene, che conosceva le convenienze (3), e non avrebbe osato dirmi manco una parola un po’ libera! Come, come poteva io avere con lui illecito commercio?.. Ah! vi scongiuro, eccellenza, non precipitate il giudizio; riflettete e conoscerete chiaramente la mia innocenza.»

[p. 55 modifica]A questo modo i due accusati, giustificandosi a vicenda, sopportarono la tortura senza confessar verbo. Pao-kung se ne ritornò a casa tutto pensoso e cogitabondo, sicchè per quel giorno non potè mangiar nulla a desinare. Una sua nipote che teneva seco, vistolo tanto serio, gli chiese perch’ei non assaggiasse nemmeno un boccone. Egli allora le raccontò come, essendo stato chiamato a giudicare sulla reità di due persone, avesse trovato il caso tanto difficile, da non aver potuto pronunziar sentenza: questa era la cosa che lo preoccupava, e gli toglieva l’appetito. La nipote saputo di che si trattava, ardeva dal desiderio di dire la sua opinione in proposito, ma non osava parlare. Onde toltosi dalla testa il suo spillone da capelli, lo confisse in terra, per fare intendere allo zio, che ai desideri amorosi l’età non fa ostacoli, e solo la morte gli spegne (4). Il nostro magistrato capì subito quel che la donna voleva esprimere, nè ebbe più a lambiccarsi il cervello sulla pretesa impotenza del vecchio. Per la qual cosa, tornato subitamente al tribunale, ordinò alle guardie che, tratti di prigione, i due rei fossero condotti innanzi a lui. Giunti, il vecchio e la donna, nell’aula del giudicio ben legati e assicurati, Pao-kung con gran voce, indirizzatosi a Cen— te, disse: «Vecchio impostore, credi tu forse che tenere in non cale la legge e la virtù (5), ingannare la giustizia e disprezzare la morale, sieno cose di poco momento? Tali fatti nemmeno la morte gli espla.» — Quindi rivolgendosi alla donna: «E tu, malvagia femmina, le disse, della cui impudicizia più oramai non dubito, tu, avesti commercio con costui, e osasti ingannarmi, negandolo?»

Dipoi ordinò che si portasse la tortura e le verghe, e che si desse ai colpevoli duecento colpi per ciascuno. E dopo avere strappato dalla bocca stessa dei rei la confessione dei loro amori, li condannò ad altri cento colpi di bastone.

La giustizia avuto così il suo corso, il vecchio ritornò a casa sua; e la donna fu messa sotto la tutela del parente, che aveva portato querela ai tribunali, fino a che ella non si rimaritasse.

A questo modo fu fatta rispettare la legge, e fu punita l’offesa contro i buoni costumi e le convenienze sociali.

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N O T E


(1) In Cinese Fung-sao. Màniéres élégantes, distinguées (Julien, Syntaxe Nouvelle, t. II. p. 302 ).

(2) Qui l’autore cinese, in uno slancio poetico, si dilunga un poco più di quel ch’io faccia nella traduzione. Il testo dice: «Yin-giu zieu-ta; kung-cin tung-kin, kiao-Luan-Huangyu-fei; nun-pao kin-ce giu-Yuen-Yang hi-xiu.» Letteralmente: «Ella, introdottolo nella camera, lo concluse a letto: in sul medesimo capezzale, sotto la stessa coltre, imitarono nel volo gli uccelli Luan e Huang; e si stringevano dolcemente, e leggermente premevansi come gli uccelli Yuen e Yang, quando scherzano insieme sull’acqua.»

Gli uccelli Luan e Huang sono una coppia di animali favolosi, che simboleggiano nella poesia cinese due amanti affettuosi. Gli uccelli Yuen e Jang sono il maschio e la femmina dell’oca mandarina, e sono l’emblema della fedeltà e felicità coniugali. Si dice che l’uno non possa vivere disgiunto dall’altro.

(3) Letteralmente: conosceva i doveri dell’esterno e dell’interno; cioè a dire, sapeva come dovea condursi in ogni circostanza e in ogni luogo.

(4) Lo spillone da capelli, che le Cinesi portano appena sono da marito, personifica la donna. Il senso al quale allude la fanciulla con quest’atto, non è espresso nel testo, ma sibbene in una nota posta dall’editore cinese tra le linee del testo medesimo.

(5) In Cinese: Pei-kuai-kang-cang, distruggere i legami (kang) e le virtù (cang). La parola kang sta per san-kang, i tre legami; e la parola cang per u-cang, le cinque virtù. I san-kang sono i doveri, che incombono ad ognuno come suddito, figlio, coniugato. Le cinque virtù (u-cang) sono Gen, l’umanità, Yi, la giustizia, Li, l’urbanità, Cu, la prudenza, Sin, la sincerità.