Novelle (Bandello, 1910)/Parte III/Novella XXIII

Novella XXIII - Galeazzo Valle ama una donna, e la fa ritrarre: e quella del pittore s’innamora, e più non vuol vedere esso Galeazzo

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Novella XXIII - Galeazzo Valle ama una donna, e la fa ritrarre: e quella del pittore s’innamora, e più non vuol vedere esso Galeazzo
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IL BANDELLO

al magnifico e vertuoso messer

aloise da porto

salute


Dicesi communemente die il regno ed amore non vuol compagnia, come infinite volte per isperienza s’è veduto. E nondimeno, quando a me stesse a dar la sentenza qual sarebbe men male, io, senza piú pensarvi su, direi che ne la signoria si può sofferir compagno, ma non in amore. Questo tutto il di si vede: che ne le cose amorose chi sopporta il rivale è tenuto non uomo ma bestia. Onde ben disse l’ingegnoso poeta che amore è cosa piena di timore sollecito, che è quel gelato verme di gelosia. E se senza rivale quasi per lo continovo si sta in sospetto, pensi ciascuno come si fa quando la téma è con fondamento. Non si può adunque amare senza temere, come nel suo sonetto disse la dotta e nobile signora Camilla Scarampa, che cosí cantò: Amor e gelosia nacquero insieme, e l’uno senza l’altro esser non suole; giudichi pur ciascun, dica chi vuole, ché di buon cor non ama chi non teme. Ora, quando l’uomo che ama si vede da la sua donna abbandonato e non more, questo, vivendo, soffre pene insopportabili, e mentre l’amor dura è peggio che morto. E chi non l’ha provato non cerchi per isperienza di saperlo, ma stia al detto di tanti che provato l’hanno. Ragionandosi adunque di questa materia qui in Milano ne l’amenissimo giardino dei nobili giovini fratelli Dionisio e Tomaso Palleari questa state, ove erano [p. 278 modifica]27« PARTE TERZA dismontati molti gentiluomini a rinfrescarsi con soavissimi ed odoriferi melloni e soavi e preziosi vini, messer Antonio Maria Montemerlo, dottor di leggi e negli studi d’umanità molto dotto, disse che non credeva esser dolore uguale al dolore che soffre uno che disprezzato si veggia da la donna che egli ama. E su questo ci narrò in brevi parole un accidente avvenuto al nostro gentilissimo messer Galeazzo da Valle: il quale avendo io scritto ed essendo molti di che di me non v’ ho dato nuova dapoi che a Vinegia eravamo insieme, ve l’ho voluto mandare e sotto il vostro nome darlo fuori. Non vi dirò già che voi debbiate accettarlo e leggerlo volentieri, avendo inteso quanto largamente in Vinegia, avendo letta e riletta una mia canzone, quella a la presenza di molti gentiluomini lodaste. Ed ancor che ella non meritasse tante lodi quante le deste, nondimeno a me è molto caro che le cose mie siano lodate da voi, che tra i rimatori di questa età séte dei primi, come le rime vostre fanno piena fede. State sano. NOVELLA XXIII Galeazzo Valle ama una donna e la fa ritrarre, e quella del pittore s'innamora e più non vuol vedere esso Galeazzo. Galeazzo da Valle, cittadino di Vicenza, giovine, come ciascuno di voi, mentre egli in Milano stette, puoté conoscere, molto galante, avendo cerco gran parte di Levante, si ridusse a stare in Vinegia. Egli ha cognizione di cose assai e di tutto parla molto accomodatamente; poi con la lira dice a 1’improviso tanto bene che forse molte cose sue ponno stare a fronte di quelle che alcuni pensatamente scrivono. Ché tra l'altre volte egli in casa de la signora Bianca Lampognana, essendovi il signor Prospero Colonna, cantò a 1’improviso tutto quello che esso signor Prospero gli impose e disse tanto bene, ora in stanze ora in sonetti ed ora in capitoli, che tutti restarono pieni d’infinito stupore. Essendo adunque egli in Vinegia ed assai sovente essendo invitato, in casa di quei magnifici gentiluomini, a le feste che si fanno, a cantare a 1’improviso, avvenne che ad un banchetto egli [p. 279 modifica]NOVELLA XXI11 279 vide una bellissima gentildonna veneziana, il marito de la quale era in ufficio in Grecia. Egli era presso di lei a tavola a sedere e mentre che la cena durò, servendola come è di costume, ragionò sempre seco; e trovatala avvenente e assai piacevole nel ragionare, di lei s’innamorò e cominciò a quella discoprire il suo amore. La donna, che pivi veduto non l’aveva, ancor che bene in ordine e giovine molto appariscente lo vedesse e sommamente il ragionar seco le dilettasse, gli dava certe risposte mozze e poco al proposito di lui. Ora, finita che fu la cena, furono alcuni di quei magnifici che lo conoscevano, che lo pregarono che volesse per ricreazione de la brigata cantar qualche cosa a l’improviso. Egli, fattosi recar la lira, essendo del nuovo amor acceso, cominciò cantare tutto ciò che con la donna a tavola gli era occorso, di tal maniera che nessuno se non la donna l’intese, ma tutti meravigliosamente se ne dilettarono. Ella, che a le parole di Galeazzo che a tavola le disse non s’era punto mossa, al canto di quello si caldamente di lui s’accese che, dopo che egli ebbe finito di cantare e che ciascuno di quella materia parlava che più gli era a grado, a lui s’accostò e, seco entrata in ragionamento, pregandola l'amante che per servidore degnasse accettarlo, si rese a le preghiere di quello pieghevole e sé essere tutta sua gli disse. E perché di rado avviene che ove le volontà sono uniformi non segua di leggero l'opera a la voglia conforme, in breve la donna gli diede il modo di ritrovarsi seco. Onde godevano i loro amori molto pacificamente e con grandissimo piacere d’ambedue le parti. Avvenne dopo alcuni di che a Galeazzo fu bisogno trasferirsi a Padova; il che infinitamente gli spiacque come a quello che molto più la sua donna amava che gli occhi propri. La donna altresì di questa partita ne viveva in continova noia, né si poteva in modo alcuno rallegrare. Le lettere, messi ed ambasciate ogni di da Padova a Vinegia e da Vinegia a Padova volavano. Da l’altro canto si sforzava ogni settimana Galeazzo andar a Vinegia e starsi una notte con la sua donna; del che ella ne riceveva meravigliosa contentezza. Ora, essendo un giorno i dui amanti insieme e di questa loro disaventura, che stessero [p. 280 modifica]28o PARTE TERZA separati, ragionando, la donna quasi piangendo a Galeazzo disse: — Core del corpo mio, io non so già come mi viva quando voi non ci séte, e ogni picciolo indugio che voi state da me lontano mi pare longhissimo. Io vorrei continovamente avervi innanzi gli occhi e poter sempre star con voi ; e certo mi par pur troppo duro di star tanti giorni senza vedervi. Ma chi sa che voi a Padova non abbiate qualche donna che là vi intertenga e vi sia più cara che non sono io? — E questo dicendo piangeva e, mille volte amorosamente basciando Galeazzo, pareva che in braccio gli volesse morire. Egli, dolcemente stringendola, quella ribasciava e con parole amorevoli confortava, promettendole tuttavia di venire più spesso che possibile fosse a visitarla. Assicuravala anco su la fede sua che egli altra donna non amava che lei e che mai non la abbandoneria. — Come — diceva egli — potrei già mai io altra donna che voi amare? io, che tanto v’amo, che tanto vi sono obligato, che conosco che perfettamente voi m’amate e che tutta séte mia, v'abbandonerò? Questo non sarà già mai, e la mia perseveranza e la fedelissima mia servitù ve ne faranno di continovo certa. Ché se necessario fosse, io lasciarci tutte le mie faccende e, ponendo per voi me stesso in oblio, mi ritirerei a star mai sempre in Vinegia. Non dubitate di me, vita de la mia vita e lume degli occhi miei. — E queste cose dicendo, insieme amorosamente si trastullavano. Cadde poi ne l’animo a la donna l’avere il ritratto del suo amante per allegrar la vista quando egli presente non ci era, parendole che più facilmente ella dovesse la lontananza di quello sofferire; e a l’amante questo suo pensiero disse, il che mirabilmente gli piacque. Egli, che di se stesso uno ne aveva, le promise di mandarlo subito che a Padova giungesse, pregando anco lei che fosse contenta di lasciarsi ritrarre, a ciò che medesimamente egli, avendo il ritratto di lei, vedesse con gli occhi la forma di quella che chiusamente nel core portava e con gli occhi de l’intelletto sempre vedeva. — Datemi — rispose ella — un pittore di cui ci possiamo sicuramente fidare, ed io molto volentieri ritrarre in carta, in tela e in asse, come più vi piacerà, mi lascierò. — E cosi d’accordio rimasero. Come Galeazzo [p. 281 modifica]NOVELLA XXIII fu da la donna partito, con l’aiuto d’un amico suo ritrovò un pittore giovine che in cavare dal naturale era appo tutta Vinegia in grandissimo prezzo, e seco convenutosi di quanto da lui voleva, del tutto avvisò la donna; e a Badova ritornato, le mandò il promesso ritratto. La donna, avuto l’ordine de l’amante, si convenne con una sua vicina di cui molto si fidava; e mandato a chiamar il pittore, a certe ore del giorno in casa de la vicina si trovava, ove il pittore anco era. Egli, veduta la bellezza de la gentildonna, in un tratto fieramente se ne imbarbagliò, in modo che, per aver più tempo di vagheggiarla, menava l’opera in lungo e nulla o poco lavorava. E quando deveva ritrarla, entrava in nuovi ragionamenti e nuove ciancie, tuttavia cercando di far la donna accorta del suo amore. Ella, a cui sommamente piaceva il favoleggiare del pittore, che era pieno sempre di nuovi e bei motti, dimenticatasi l'amore di Galeazzo, gli gettò gli occhi a dosso e, parendole un bel giovine, le venne voglia di provare se egli sapeva si bene improntare di rilevo come ritrarre dal vivo. Del che egli, che era scaltrito, subitamente s’avvide, e non mancando a se stesso, in due o tre volte che le parlò, s’accorse molto bene che la donna non era per lasciarlo pregar invano. Onde, facendo de l’audace, dopo qualche amorosette parolucce e qualche atti assai domestichi, egli le basciò il petto e tremando la pregò che ella avesse di lui pietà. La donna, non si mostrando per questo al pittore ritrosa, gli diede animo che egli devesse più innanzi procedere. Il perché, bascia- tala amorosamente in bocca, veggendo che ella rideva, lasciò stare il pennello con cui in tela la pingeva, e gettatala suso un lettuccio che quivi era, con un altro pennello che più le piacque la improntò di maniera che in tutto il primo amante le cadde da cintola. Galeazzo, che a Padova attendeva il ritratto e non vedeva né lettere né pittura, se n’andò a Vinegia, e volendo secondo il consueto andar a nozze, trovò che il convito per altri era apparecchiato e che egli non vi poteva entrare. Né per quanto s’affaticasse, non puoté a la donna parlare già mai; il che molto gli fu discaro come a colui che unicamente l’amava. Ed investigando se poteva intender la cagione di questo cosi [p. 282 modifica]282 PARTE TERZA subito mutamento, intese per buona via che il pittore era entrato in possesso dei beni de la donna; del che egli, morendo di gelosia, ne fu per impazzire. E ritrovando un di il pittore, venne seco a le mani e gli diede due ferite su la testa e lo gettò in un canale, onde fu da Vinegia bandito. Per questo egli venne in Milano ove dimorò più d’un anno, né perciò si sapeva scordar la sua donna. Ed ogni volta che questo caso narrava, ché spesso lo diceva ed anco con la lira lo cantava, si vedeva chiaramente ch'egli n’era fieramente appassionato, come colui che la donna amava di buon core e che più che volentieri sarebbe ritornato in grazia seco. Io non so se mi dica male del pittore, che, essendosi Galeazzo di lui fidato, mai non gli de- veva far questo tratto. De la donna so bene io ciò che dire ne potrei, se io mi dilettassi di dir male de le donne; ma dirò che Galeazzo ebbe poco del prudente, perciò che nessuno fida il topo ne le branche del gatto.