Novelle (Bandello, 1910)/Parte III/Novella III

Novella III - Un giovine si marita in una semplicissima fanciulla, che la seconda notte al marito tagliò via il piombino e i perpendicoli

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Novella III - Un giovine si marita in una semplicissima fanciulla, che la seconda notte al marito tagliò via il piombino e i perpendicoli
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IL BANDELLO

al magnifico

messer giovan battista oddo

da Matelica


Egli è pur passata un’etá che io di voi nuova alcuna non ho avuta giá mai, avendovi io nondimeno indrizzato di me nuova per due mie lettere. Ed invero io mi persuadeva voi esser andato ne la Marca; ma questi di ricercando io altro, intesi non so come che voi eravate pure in Mantova e che v’eravate in una vedova maritato, che v’aveva dato del ben di Dio. Piacquemi molto questa nuova e subito determinai rallegrarmene con voi; il che ora con questa mia faccio con tutto il core. Voi potrete mò a le muse ed a voi stesso vivere, se tuttavia i molti fastidi che alcuni dicono esser propri a la vita maritale, come il riso e il pianto sono proprietá degli uomini, vi lascieranno godere di quell’ozio che le muse vorrebbero. Sapete che, come dice uno dei nostri poeti, il coro dei poeti ama la solitaria vita e diportarsi per gli opachi e fronduti boschi, e volentieri fugge la pratica e commercio de le cittá. Giovami però credere che avendo voi sposata una vedova — che non può essere che non sia giá vicina a la etá matura, — l’averete trovata modesta e di maturi costumi e che non vorrá se non quello che vorrete voi. Cosi nostro signor Iddio degni concedervi e far di modo che il vostro letto genitale non abbia questione né liti giá mai. Almeno non sarete stato in pericolo d’incorrere ne la fiera disaventura ne la quale non è troppo incorse un giovine inglese. Ed a ciò che sappiate la mala sorte de lo sfortunato inglese, io ve la mando, al nome vostro intitolata, in una mia breve novella. Eravamo questi di molti in una compagnia e si ragionava [p. 138 modifica]138 PARTE TERZA di molti accidenti che impensatamente agli uomini accadeno: quivi si ritrovò Odoardo Fernelich da Londra, mercadante, il quale narrò il pietoso caso si come voi leggendolo intenderete. State sano. NOVELLA III Un giovine si marita in una semplicissima fanciulla che la seconda notte al marito tagliò via il piombino e i perpendicoli. Molti accidenti occorrono tutto il di in vari luoghi, i quali quando si sanno riempiono gli animi nostri di compassione e di stupore, come non è molto in Londra mia patria avvenne. Era in Londra un giovine chiamato Tomaso, il quale, per la morte del padre e de la madre essendo rimaso assai ricco, deliberò di maritarsi. Onde dopo praticate per gli amici e parenti suoi diverse pratiche, ritrovarono una fanciulla d’anni quindeci in sedeci, nata d’onesti parenti, a Tomaso di roba e di sangue uguale, la quale era cosi bella e cosi ben costumata come giovane che in Londra alora si trovasse. Ma, che che se ne fosse cagione, era ella fuor di misura tanto sempliciotta, per non dire sciocca, quanto da persona imaginar si possa. E questo le era per giudicio mio avvenuto per esser stata nudrita purissimamente, senza veruna pratica né conversazione con persona, contra il generai costume di tutta Londra e de l’isola nostra d’Inghilterra, ove s’usa che le figliuole da marito vanno a banchetti e feste e conversano con questi e con quelli, e si rendono avvedute e prontissime a risponder saggiamente quando sono di ciò che si voglia dagli uomini e dagli amanti loro richieste. Questa di cui ora vi parlo fu nudrita da una sua vecchia, che le narrava mille fole e le dava ad intendere le maggior pappolate del mondo, come si suol fare a’ piccioli fanciulli quando si dà loro da le vecchie a credere che le donne gravide gridano nel partorire, perché si taglia loro sotto le ascelle la carne per cavarne fuor la creatura che nasce. Questa adunque, clic Isabetta aveva nome, fu per moglie data con infelici auspici a Tomaso, il quale, vedutala tanto bella, molto se ne rallegrava. Si fecero [p. 139 modifica]NOVELLA III 139 le nozze, a l’usanza nostra, ricche e festevoli. Venuta poi la notte, furono i novelli sposi messi a letto. Tomaso, che era giovine molto gagliardo e ili forte nerbo, essendo ciascuno fuor de la camera uscito, s’accostò a la .sposa che alquanto ritrosetta se ne stava. Egli da l’amore che a lei portava e dal buio fatto ardito e dal caldo de le lenzuola incitato, sentendosi tutto commovere dal concupiscibil appetito, l’abbracciò e cominciò amorosamente e con maritai affezione a basciarla. 11 perché destandosi in lui tale che forse dormiva, tentò di venir a l’ultimo godimento che gli amanti ricercano e cui senza pare che amore resti insipidissimo. Essendo adunque ad ordine per espugnar la ròcca e prender il possesso di quella, si mise a voler rompere i bastioni e ripari che l’entratagli impedivano. Ma come la sciocca e sempliciotta Isabetta, che non sapeva con che corno gli uomini cacciassero, mise la mano per vietar al marito l’entrata, sentendo quella cosa cosi indurata e nervosa, si dubitò non esser da quella come da un pungente pugnale di banda in banda passata, e tuttavia piangendo faceva ogni sforzo a lei possibile per ribattere il suo marito indietro. Tomaso, che in buona parte pigliava la resistenza che ella faceva, non mancava con le mani a far ogni sforzo per vincerla e mettersela sotto, ma non puoté già mai vincerla. Piangeva ella amarissimamente e forte si lamentava, chiamando il marito ladrone, traditore e beccaio. Ora veg- gendo Tomaso l’ostinata resistenza e il gran rammaricarsi e querelarsi che la scemonnita moglie faceva e il tutto pigliando in buona parte, deliberò tra sé per quella notte non le dar battaglia ma lasciarla riposare; onde mezzo stracco, ritiratosi in una banda del letto, attese a dormire il rimanente de la notte. Ella nulla o ben poco dormi, non le possendo uscir di capo che il marito con quel suo piuolo non la volesse guastare. Si lamentava la semplice scioccarella di quello che altre vie più sagge di lei si sarebbero molto contentate e ringraziato Iddio che dato loro avesse un marito di cosi forte nerbo e si ben fornito di masserizia per bisogno di casa. Levossi la matir.a Tomaso e lasciò la moglie in letto, per cagione di lei poco allegra, anzi di tanta mala contentezza piena che più esser non poteva. Levata poi che [p. 140 modifica]140 PARTE TERZA ella fu, tutta di mala voglia, altro non faceva che piangere e rammaricarsi. Vennero alcune sue parenti e vicine che invitate erano al desinare; e trovatala cosi lagrimosa e malinconica, le domandarono la cagione di tante sue lagrime e rammarichi che faceva. Ella alora più dirottamente piangendo, cessate alquanto le lagrime e raffrenati i singhiozzi che il parlare le impedivano, rispose che non senza cagione si ritrovava disperata, perché le avevano dato in vece di marito un carnefice che l’aveva voluta svenare e uccidere. Rimasero quelle donne quasi stordite, e consolandola la ricercavano che narrasse loro il modo col quale il marito svenar la voleva. Alora ella disse che il marito aveva un « cotale » lungo, grosso e duro, e che non tentava altro se non di cacciargliene nel ventre, ma che ella s’era gagliardamente diffesa, e che erano stati a le mani più di due ore grosse, e che l'aveva date punture molto terribili, e che in effetto, se non fosse stata la gran resistenza che fatta aveva, ella senza dubio ne rimaneva morta. Risero tra sé pur assai le donne de la sciocchezza de la sposa, e ci furono di quelle a cui le veniva la saliva in bocca e averebbero voluto esser state in quella scaramuccia, stimando una eccellente e gran vittoria Tesser state vinte e soggiogate. Ora veggendo Isabetta le donne ridere di quello che ella stimava un’estrema sciagura, ed imaginando che quelle credessero che ella la verità non narrasse, con giuramento affermava la cosa esser precisamente passata come loro narrata aveva. Cominciarono le donne a consolarla e con amorevoli parole ad essortarla che non si sgomentasse di cosa che il marito le facesse, assicurandola che egli non le farebbe veruno male e che a la fine se ne troveria assai più che contenta. Ma elle cantavano a’ sordi. Ella non la voleva a patto nessuno intendere. Il che veggendo una baldanzosa più de l’altre, e burlandosi de la sciocchezza de la sempliciotta giovane, le disse beffandosi: — Se io fossi ne la tua pelle, come egli assalisse con quel suo spuntone io subito glielo tagliarei via. — La donna disse le parole di gabbo e mezza in còlerà, veggendo tanta melensaggine in una giovane; ma la sposa le prese dal meglior senno che avesse e parve che si rappacificasse alquanto. Venne l'ora del desinare, e si desinò assai allegramente e vi furono di quelle [p. 141 modifica]NOVELLA III die stranamente si misero a motteggiare lo sposo, avendo forse più voglia di giostrar con lui che di mangiare. Dopo che si fu desinato, ebbe la sposa modo d’aver un tagliente coltello, deliberata ne l’animo suo di far un malo scherzo al marito. Si cenò secondo il consueto, e dopo cena si fecero di molti balli e poi s’andò a dormire. Aveva la indiavolata sposa nascoso il coltello sotto il capezzale del letto da la sua banda. Essendo il marito con lei corcato, prima le disse molte buone parole per indurla a! suo volere: che stesse forte, che non le faria male nessuno, e simili altre ciancie, a le quali ella nulla rispondeva. Ma volendo poi piantare il piuolo, ella, preso il coltello, diede si fatta ferita in quelle parti al povero e sfortunato marito, che oltra che gli tagliò, quasi, via tutto il mescolo, gli fece anco una profonda piaga nel ventre, di modo che egli gridava quanto più poteva. Levati al romore quelli di casa ed entrati dentro la camera con candele accese, trovarono il meschino che, nel suo sangue involto, spasimato se ne moriva, di maniera tale che in meno d'un’ora mori. Il romore fu grande, e la sposa con un viso rigido altro non diceva se non che il marito la voleva ancidere. Fu da quei di casa tenuta sotto buona custodia e la matina messa in mano de la giustizia, la quale quella, udita la sua confessione, condannò ad esserle mózzo il capo. Il re Enrico ottavo, intesa la cosa come era seguita, rimise il giudizio a la reina e a le dame de la corte. Elle, fatti sovra ciò lunghi discorsi, mosse a pietà de la semplicità d’Isabetta, la assolsero, conoscendo per la morte di lei non poter tornar la vita a Tomaso; il che fu dal re approvato. Altri vogliono questo accidente esser avvenuto a Roano, città primaria di Normandia, e fu de la medesima sorte di questo che ora v'ho narrato. Ma dei nomi del marito e de la donna non mi sovviene. Medesimamente sono in differenza questi che dicono esser il caso occorso a Roano, perché altri lo narrano fatto sotto il re Francesco primo di questo nome, ed altri sotto il presente re Enrico secondo. Tutti però affermano il re dopo la condan- nagione del parlamento aver la sentenza commessa a le madame de la corte e la micidiale esser stata assolta. Pigliate mò qual voi volete, ché in libertà vostra è di prenderne una che più vi piaccia. 1 . IL BANDELLO. al molto gentile, vertuoso ed onorato monsignor GIOVANNI GLORI ERO tesonero di Francia Non fu mai dubio, monsignor mio onorato, appo gli uomini saggi che tutti i disordini che al mondo avvengano, dei quali tutto il di infiniti ve ne veggiamo accadere, non nascano perciò che l’uomo si lascia vincere e soggiogare da le passioni e dagli appetiti disordinati. Onde da l'utile e piacere, che indi cavarne spera, accecato, gettatasi dopo le spalle la ragione, che di tutte l’azioni nostre deveria esser la regola, segue sfrenatamente il senso. Chi non sa che amore è cosa buona e santa, cui senza non si terrebbe il mondo in piedi? Ma chi da lascivo e falso amore si lascia irretire e quello a sciolta briglia séguita, non s’è egli veduto questo tale bruttarsi le mani nel sangue del suo rivale, e dai serpentini morsi de la velenosa gelosia ammorbato incrudelire col ferro ne la vita de la povera donna amata? Chi anco da l’ira sottometter si lascia, spesse volte dal furore de la còlerà trasportato a spargere il sangue umano e tórre la fama a questi e a quelli, pare che goda e che usando crudeltà inusitata trionfi. Ora se io vorrò discorrer per