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Monarchia/Libro II/Capitolo VI

Libro II - Capitolo VI

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Dante Alighieri - Monarchia (1312)
Traduzione dal latino di Marsilio Ficino (1468)
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Che ·cchi pretende el fine della rag[i]one, chon la ragione proccede.

Due cose sono dichiarate: prima, che ·cchi atende al bene della repubrica attende al fine della ragione; l’altra, che ’l romano popolo, sobg[i]oghando a ·ssé la terra, pretende el fine della ragione. E però così argumentiamo: chi pretende el fine della ragione, con la rag[i]one proccede; el romano popolo, sobg[i]ogando a ·ssé la terra, pretende al fine della ragione, come nel capitolo di sopra è provato: adunque el popolo romano, sobg[i]ugando a ·ssé la terra, lo fece con ragione, e però degnamente s’aquistò lo ’nperio. E per confermare meglio la detta rag[i]one si vuole dichiarare quel detto che ’cchi attende al fine della ragione, con la rag[i]one procede’. Per questo si debba considerare che c[i]ascuna cosa è a qualche fine; altrimenti sarebbe hotiosa, la quale cosa essere non può. E ·ccome c[i]ascuna cosa è al propio fine, così hogni propio fine ha qualche ·ccosa di che è fine; onde è inpossibile che due cose, in quanto elle sono diferenti, tendino a uno fine medesimo, perché seguiterebbe lo inconveniente medesimo che ·ll’uno di que’ due fusse invano. Adunque, perch’egli è qualche fine della rag[i]one, è necessario che, posto el fine, si pongha la ragione, conciosiaché esso fine sia propio effetto della ragione. E perch’egli è inpossibile inn–ogni conseguenza avere l’antecedente sanza el conseguente (come avere lo huomo sanza lo animale), come è manifesto nello affermare et nel neghare, è inpossibile cerchare el fine della ragione sanza essa ragione, perché c[i]ascuna cosa è disposta al suo fine come el conseguente a lo antecedente; inperò che non si può avere buona abitudine de’ menbri sanza la sanità. Sicché è manifesto che bisognia che qualunque intende al fine della ragione, con la ragione proceda; e non vale quella hobgetione che ·ssi trae delle parole d’Aristotile quando dice che d’un falso argumento in qualche modo se ne conchiude el vero. Inperò che questo è per accidente, in quanto esso vero s’inporta per le voci della conseguenza; perché, secondo sé medesimo, el vero del falso non seguita, ben è vero che’ segni del vero seguitano alcuna volta de’ segni del falso, come aviene nelle operationi; inperò che, bene che ·ladro del furto sovengha el povero, questa suventione non si debba chiamare limosina, ma è huna hoperatione la quale, se fussi fatta di propria sustanza, arebbe forma di limosina. Così del fine della ragione; perché se alcuna cosa s’ottenessi come fine di ragione sanza essa ragione, in tal modo sarebbe fine di rag[i]one come è la soventione fatta di furto limosina. E ·cconciosiaché nella propositione si dica del fine della ragione vero, none apparente, non si può a questo hopporre.