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Libro I - Capitolo XVIII

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Dante Alighieri - Monarchia (1312)
Traduzione dal latino di Marsilio Ficino (1468)
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Come Cristo nel suo avenimento elesse el tenpo della tranquilla pace overamente la dispuose.

A tutte le ragioni di sopra scripte una memoriabile experienza fa testimonianza. Questo è quello stato de’ mortali, el quale el figliuolo di Dio, per la salute degli huomini assumendo lo huomo, aspettò, overamente, quando volle, lo dispuose. Inperò che, se noi ci rivolgiano per la mente le dispositioni et tenpi degli huomini dalla trasgressione de’ primi genitori, la quale dette prencipio a tutti e nostri errori, non troveremo mai el mondo essere stato quieto se non sopto Cesare Aughusto, che ·ffu monarcha di monarchia perfetta. Et che allora la humana generatione fusse felice nella tranquilità della universale pace ne danno testimonianza tutti gli storiografi et gli inlustri poeti; questo ancora testimonia lo scriba della mansuetudine di Cristo; et ancora Paulo chiamò quello stato felicissimo «prenitudine del tenpo». Veramente el tenpo et le cose tenporali allora furono adenpiute, perché nessuno misterio della felicità nostra manchò al mondo. Ma in che modo sia el mondo disposto da quel tenpo in qua che ·lla vesta inconsutile fu stracciata dalle hunghia della cupidità, noi lo possiamo leggere: Dio volessi che noi no ·llo potessimo vedere. O generatione humana! quante tenpeste, danni et ruine se’ costrepta a patire, mentre che ·ttu se’ fatta bestia di molti capi, e per questo ti sforzi collo infermo intelletto per in diverse cose ravolgerti, avendo erore nello intelletto speculativo et nel pratico, et errando nello affetto: et non curi lo intelletto supperiore che ha in sé rag[i]oni insuperabili, et non raguardi el volto inferiore della sperienza, né ancora l’affetto dolce della divina persuasione, quando per la tronba del santo spirito t’è sonato: «Ecco quanto buono et quanto g[i]ocondo è che e fratelli abitino inn–uno».


Finito el primo libro