Lo schiavetto/Atto terzo/Scena VII

Atto terzo - Scena VII

../Scena VI ../Scena VIII IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Teatro

Atto terzo - Scena VI Atto terzo - Scena VIII


Rondone, Succiola, Nottola, Cicala, Grillo, Corte, Rampino, Alberto, Prudenza

Rondone.
Uh uh? E che dischene sarà con questo Rondone? che vuoi? chi mi vuole?
Nottola.
E questo è Rondone? Da gentiluomo, che mi piace! O che bello e ridicoloso Rondone, eh, eh, eh.
Rondone.
E che diavolo ha costui?
Succiola.
Chètati, chètati, cotesto è un principe, vedi.
Nottola.
Oh? Non mi era di più accorto: Rondone è zoppo ancora.
E che, t’hanno voluto cogliere al laccio, che se’ storpiato?
Rondone.
Eh messere, gli uccellatori solo a gli uccelli grossi uccellano con il laccio, e non a i piccoli.
Nottola.
O che becco cornuto! Questa viene a me del sicuro, buono, buono, buono.
Rondone.
Do’, gobbo boia, tu non fa’ altro che riderti di me? e che hai nella gola?
Rampino.
Che l’ammazzi signore.
Rondone.
Che ammazzare? Son io una pecora, razza di becchi?
Nottola.
Lasciatelo stare, ch’è il mio spasso. O come m’ha piaciuto quel dirmi razza di becco!
Rondone.
O piàcciati, o non piàcciati, non ho paura d’esser da costui ammazzato.
Nottola.
E perché?
Rondone.
Che giorno è oggi?
Nottola.
Che proposito, bisogna ben tanto ridere, eh, eh, eh, eh.
Alberto.
E sua eccellenza non va in collera di coteste parole vituperose?
Nottola.
Si vede bene che non sapete che siano persone grandi: questo è ’l nostro gusto, in farci così dir villanìa, perché sì come non può essere quello che costoro dicono, così ne ridiamo. E più cresce in noi il riso in veggendo che quanto più le villanìe a noi si disconvenghino, ch’uno poi sia tanto sciocco, che non lo conoscendo dica cose tanto allo stato sproporzionate, sì che stimandolo pazzo (come pazzo sarebbe chi dicesse, per far onta al sole, ch’egli sia oscuro) per questa cagione ne fa ridere, e straridere.
Rampino.
In effetto i grandi sono grandi per più capi: grandi perché nascono grandi per nobiltà, per tesoro e per sapere. Che risposta è stata quella, eh?
Rondone.
Tanto che vi piace esser caricato di villanìa?
Nottola.
Sì, da’ pari tuoi.
Rondone.
Eh? Io vuo’ anche, per uomo tanto ridicoloso, che per ridere tollerereste che vi fosse ancora detto villanìa da un commune di villani.
Nottola.
O questo no, da gentiluomo.
Rondone.
Eh, non bestemmiate! Voi gentiluomo? Di tali gentiluomini abbonda l’ospitale ancor de gli Incurabili.
Nottola.
O che furfante, eh, eh, eh, ohimè, mi scoppia la vescica! Un orinale, presto, presto, presto! Non farete a tempo. Or sù, con licenza, piscierò qui io a questo muro.
Alberto.
O che signore ridicoloso.
Rondone.
Di’ pur vituperoso, ché dirai meglio. Non ho veduto mai il più porco io.
Nottola.
Che cosa ha detto? Rampino, dillo.
Rampino.
Il signor Alberto ha detto che sua eccellenza è un signor ridicoloso.
Nottola.
E che ha detto Rondone a quel ridicoloso?
Rampino.
Che sua eccellenza è un signor vituperoso, e che non ha giamai veduto il maggior porco.
Nottola.
Porco? Tu sta’ meco. Voglio ora accoppiare il porco e l’asino in una sola stalla.
Rondone.
Durerete fatica.
Nottola.
Perché?
Rondone.
Sono un asino spiritato, tiro calci a tutti.
Alberto.
Ferma.
Rampino.
Non fare.
Nottola.
O buono.
Grillo.
Ohimè.
Nottola.
Va’ dietro.
Cicala.
O traditore.
Nottola.
Eh, eh, eh.
Rondone.
To’ questi tu, gobbo porco.
Nottola.
Non fare, ferma ferma.
Rampino.
Ferma, che fai?
Rondone.
Che fo, e che diavolo, sète guerci, non avete veduto? Ho dato quattro piedi nel culo al mio compagno signor porco.
Nottola.
Or sù, questo vestimento è tuo, poiché con i piedi l’hai tutto sporcato.
Rondone.
Spogliati, sù.
Alberto.
Ferma là, furfante.
Nottola.
Lasciatelo fare, in ogni modo sono di sotto vestito pur nobilmente.
Rondone.
O quanti, che ho isporcati con i piedi, ho spogliati con le mani! Era boia io, signore, e per questo la fortuna ha voluto ch’io vi ponga le mani intorno, per farvi conoscere che ancor voi siete carne da carnefice e da corbi. Or sù, ora che v’ho spogliato, entro a vestirmi, e vengo or ora, più d’oro carico, che giamai fosse, o lo scotto o ’l fortunato. E con un trattenimentino poi d’un giovinotto di sedici anni in circa da rallegrare ogni svogliato. Così si fa, poltronacci, non bisogna sempre essere intento a vestire il signore, e a serrare i suoi tesori sotto mille chiavi. Imparate da me a spogliarli e a rubargli; in ogni modo sono così galanti, che non vi fanno altro, o vero che per farvi paura vi fanno una sol volta appiccare.
Alberto.
O signore, qual meccenate fu giamai più di sua eccellenza glorioso?
Nottola.
Rampino, portami una di quelle cimarre da camera di quelle sessantaquattro ch’io ho comperate.
Rampino.
Vado, signore, e or ora ritorno.
Alberto.
O poeti, o istorici, se bramate fatti gloriosi, per li quali farvi eterni possiate, pigliate la penna, che con poca pena direte che vana fu questa voce di liberalità ne’ tempi trascorsi, e che realmente allora si ritrovò quando nacque il liberalissimo principe Nottola, esempio di gloria a i prìncipi presenti, e di scorno a prìncipi passati. Dichino pure ch’uomo al mondo più potente non è quanto il liberale, poiché donando viene a conservare gli amici, viene a confondere gl’inimici, e farsi immortalare. Dichino che uomo più simile al Sommo Fabro non è quanto il liberale, in altro quel sommo amore non dilettandosi che nell’amare e che nel giovar donando. E che forse non ne dona egli la luce del sole, con la quale dalle tenebre alzando la fronte ne rallegra? non egli (tutte le cose liberali bramando) che la terra doppo aver dimostrato la ruvidezza sua, la sua rustichezza, con lo stare infeconda e pigra, tra mille nevi coperta, che in larga copia doni a ciascun che vive alimenti vitali? Il mare anch’egli, deposto il natìo furore, non ti porge quello che nel seno chiude, con mano tranquilla, che pria con piede ondoso fuggendo si ti negò? Ma se lungo esser volessi, non trovarei, che stella non è, ch’elemento non ispira, ch’arbore non frondeggia, che serpe non istriscia, che animale non corre, che uccello non vola, che tutto intento al giovare, liberale fatto non sia? Adunque il liberale è senza, è uccello che vola, animale che corre, serpe che striscia, arbore che frondeggia, elemento che spira, stella che ruota, mare che è in calma, terra feconda, Giove che giova. E per lo contrario, chi liberale non è, non è Giove, non è terra, non è stella, non è elemento, non è arbore, non è serpe, non è animale, non è uccello, alfin terminiamola: non è nulla. Voi dunque, o signore, il tutto siete, poiché di tanta liberalità andate adorno.
Rampino.
Ecco la sopraveste, signore.
Nottola.
Oh? Questa è buona. O Rampino, se tu fussi istato qui, averesti sentito il mio signor Alberto che ha fatto una bella infilzata di Giovi, di soli, di terre, di mare, di stelle, d’elementi, d’arbori, di serpi, d’animali, d’uccelli, di tarantole, di ragni, di scarpioni, di grilli, cose tutte da star grassi. Or sù, Alberto, vi facciamo nostro secretario.
Alberto.
E questa è somma grazia ancora.
Nottola.
Oh? Cheti, cheti, ecco Rondone ben vestito, ecco il compagno e Succiola. O come è ridicoloso, eh, eh, eh. Ma che rumore di sonatori? Una bella armonia è questa, per certo.