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Lirici marinisti/III/Scipione Errico

Scipione Errico

Liriche di Scipione Errico ../Antonio Bruni ../../IV IncludiIntestazione 9 giugno 2017 75% Da definire

III - Antonio Bruni IV
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SCIPIONE ERRICO


I

CONTRO L’AMOR PLATONICO

     Baciami, o Clori, e fa’ ch’io goda a pieno
tua leggiadra beltá, tuoi pregi tanti,
e de le grazie tue nel prato ameno
fa’ che appaghi a mia voglia i sensi erranti.
     Fa’ che nel molle tuo nettareo seno
gli spirti appaghi languidi e tremanti,
e con l’opre da noi scherniti sieno
quei che dan legge ai desïosi amanti.
     Non vuol filosofia de l’amar l’arte,
perché il fanciullo Amor non ha costume
molto internarsi ne le dotte carte.
     Ceda al tatto la vista, al labro il lume;
il guatar, l’affissar vada in disparte,
perché tocca e non mira il cieco nume.

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II

L’AMANTE TACITO

     Ardo, e l’immenso ardor ch’ho in seno accolto
regna ne l’alma e a pena il petto sente;
e cresciuto e giá grande amor fervente
in fasce di silenzio ho stretto e involto.
     Talor tento mostrar nel mesto volto
il celato desir, ma ne la mente
tosto ritorna il rio pensiero ardente,
e rassembro Meandro, in me rivolto.
     E come spesso il mar con onde piene
romper le mète sue par che si miri,
sol poi spuma e rimbomba in su l’arene;
     cosí tentan passare i miei martiri
il confine del cor, ma fuor sol viene
spuma di pianto e suono di sospiri.

III

LA BALBUZIENTE

     Del tuo mozzo parlare ai mozzi detti
mozzar mi sento, alta fanciulla, il core.
Lasso, con qual dolcezza e qual valore
quella annodata lingua annoda i petti!
     Tu tronco, io tronco il suon mando pur fuore,
ma fan varie cagioni eguali effetti,
ché gli accenti a formar tronchi e imperfetti
te insegnò la natura e me l’amore.
     Or la beltá de la leggiadra imago,
oimè, qual fia, se delle tue parole
il difetto gentil pur è si vago?
     Eco sei di bellezza? o la favella
tra’ labri appunta e abbandonar non vuole
di coralli d’Amor porta sí bella?

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IV

PER UNA MERETRICE SPAGNOLA MORESCATA

     Chi vuol veder pur come alletti e tiri
un laccio ogn’alma in questa nostra etade,
la grazia di costei, l’alma beltade
e ’l soave parlar contempli e ammiri.
     Chi vuol veder come contrario giri
il sole e a sorger vada ov’egli cade,
questo che da quell’ultime contrade
sen vien, Sol di vaghezza, osservi e miri.
     Giunto l’invitto Alcide a l’oceano,
giá con l’ispane e con l’arene more
pose la mèta a l’ardimento umano.
     Or di lui fatto illustre imitatore,
in costei ch’ha del moro e de l’ispano
pose la mèta alle bellezze Amore.

V

AL PRINCIPE TOMASO DI SAVOIA

     Tratti, o Tomaso invitto, aste e cimieri,
onde muto l’estran ti tema e ammiri;
e chiarissimi rai dagli occhi alteri
di sovrana bellezza intanto spiri.
     Cosí in uno e de l’alme e de’ destrieri
il bel fren con destrezza allenti e tiri;
alletti e morte dai, se dolci e fieri
i vaghi sguardi e i ferri infesti aggiri.
     Tu de le vesti piú pregiate e fine
o d’esercito anciso o in fuga volto
arricchisci talor le rupi alpine.
     E spesso l’Alpe fai, di sangue involto,
mentre rosseggian le sue bianche brine,
imitar gentilmente il tuo bel volto.

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VI

A GIOVANNI ANTONIO ARRIGONI

     Poggia al monte di Pindo e ardito e snello,
Arrigoni, trascorri a ogn’altro innante,
e de l’invidia il guardo atroce e fello
prendi a calcar con l’onorate piante.
     Tra’ cigni di Parnaso altero e bello
apparirá tuo giovenil sembiante,
come fiorito e nobile arboscello
talor verdeggia entro l’annose piante.
     Fia che prenda per te dolce martoro,
d’amorosi legami il core involto,
de le vergini muse il sacro coro.
     L’alta corona ond’egli ha il capo avvolto,
Febo a te sol dará di sacro alloro,
perché l’altra, di raggi, hai nel bel volto.

VII

LA VIA LATTEA

Al Cardinal Borghese

     Sorge nobil cittá, che altera siede
del bel Tirreno in su l’argentee sponde,
che l'ossa illustri ond’essa è degna erede,
di Partenope bella in grembo asconde.
Tra verde e fertil urna ella si vede
del riverente mar restringer l’onde,
e con cento edifici e cento braccia,
Brïarea torreggiante, il ciel minaccia.
     Ma frondosa con lei cittá confine,
con bei verdi palaggi, alta gareggia,
dove Pomona il pampinoso crine
tra vetri di ruscei specchia e vagheggia;

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dove con vive e ruggiadose brine
imperlarsi il bel sen Flora si preggia;
dove odorati, candidi e vermigli
cittadini sen stan del sole i figli.
     Di piropi e smeraldi allegri tetti
fan le viti serpenti, alto poggiando,
e morbidi figura e freschi letti
l’umido suol, la molle erbetta ornando,
e, con fertil guatar, ne’ verdi aspetti
stansi l’amanti palme amor spirando,
e spiegano i naranzi in bel tesoro
odorati diamanti e poma d’oro.
     Vaghi accenti, volando in vaghi cori,
la dipinta d’augei schiera diffonde;
garrulo rio per trasparenti errori
con la lingua d’argento a quei risponde;
forma anch’essa tra lor detti canori
l’aura con susurrar tra fronde e fronde,
sì che in dolce armonia s’accoppia intanto
d’aure, d’acque, d’augei la voce e ’l canto.
     L’aura, che del ballar nobil maestra,
dolce commove a vaghe danze i fiori,
e seco or a sinistra or move a destra
con lunghi giri i lascivetti odori;
l’aura, ch’or dona or toglie e, accorta e destra,
di natura comparte almi tesori,
de la verde famiglia è spirto e vita
e ’l ciel ridente a vagheggiarla invita.
     Vicino è ’l mare, e vaghe e ricche sponde
fanno minute perle ai suoi zaffiri;
vago specchio è del ciel, qualor senz’onde
placido starsi e trasparente il miri;
vago è s’al moto il mormorio confonde,
e increspandosi ancor par che s’adiri;
vaghe son l’ire sue spesso a vederle,
quando il vago zaffir trasmuta in perle.

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     Era nel tempo allor che in trono ardente
coronato di raggi il Sol sedea
e ne l’aria accampar duce potente
con falangi di fiamme alto parea;
struggeasi in foco il tutto e riverente
a l’aspetto di lui l’aura tacea;
par che acceso stupor la terra ingombre,
fugge il fresco nel centro e fuggon l’ombre
     quando quivi fur viste ignude a l’onde
vaghe ninfe tuffarsi e vaghe dee:
tra nereidi cosí liti gioconde
vengon dolci a mischiar Palme napee;
rideva il mare e germogliar feconde
bianche spume parean di Citeree.
Cosí a l’erm’acque, ai ciechi sassi, a l’òre,
spettacol di sue pompe offerse Amore.
     Lega in trecce una il crin, l’altra il figura
piramide gentil d’oro con oro;
questa al vento il dá preda e di natura
fa ne l’aria ondeggiar crespo tesoro;
fállo incolto cader quella e nol cura,
de’ morbidi alabastri aureo lavoro;
gli occhi azzurri una tien, ma pura luce
da due neri levanti altra ci adduce.
     Clizia ha d’ostro le guance; un puro latte
in faccia ha sol la delicata Irene;
Silvia per tutto le sue nevi intatte
tempestate di rose intorno tiene;
di dolci baci al molle invito fatte
di rugiada d’amor gravide e piene
ha due porpore Filli e par che scocchi
dolce riso con lor, ma pria con gli occhi.
     Spira con grato e con mortal diletto
da mantice gemmato Armilla i venti;
l’alma Clori consuma in vago affetto
al dolce foco di rubini ardenti;

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mamme l’una non ha, l’altra nel petto
immature le mostra ancor nascenti;
altra grazia e beltá si cangia e mesce
in altre ed altre, e si diffonde e cresce.
     Ma gli scoperti e tremoli candori,
de l’incendio d’amor brine cocenti,
al par dolci, al par vaghi e pari albori
son de’ chiari dal mar Soli sorgenti;
schiera parean di delicati avori,
schiera di vaghi e teneretti argenti;
nuotan leggiadre e fan vezzoso e vago
di tenerette nevi amato lago.
     Ed in un s’inargenta e in un s’indora
con spume il mar, con sciolte chiome e bionde,
e gemiti d’amor mandan talora
da le tenere palme aperte l’onde;
spingonsi destre e fan lor moto ancora
le man, le gambe alabastrine e monde:
vaghi remi d’avorio ai vivi legni,
di merci di bellezza onusti e pregni.
     Or inarcan le braccia ed agli aspetti
son con archi d’argento ignudi Amori;
or fermi e stesi in sugli ondosi letti
spiegan molli d’amor gli aperti onori;
talor mostran sott’acqua i membri e i petti,
tra vasi di zaffir divi candori;
si tuffan, s’ergon, fan carole e balli
per l’ampie vie de’ trasparenti calli.
     E tra moti e tra nuoti urtansi a gara
l’amorose guerriere in lieta giostra;
e vi è cui l’onestá pur troppo è cara,
che a le ignude bellezze il volto mostra;
de’ bei membri altre ancor parte piú rara
toccan scherzando a chi schivar ciò mostra;
d’acque si spruzzan gli occhi, e i vaghi visi
accompagnano al nuoto e vezzi e risi.

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     Tal era il nuoto e cosí arar parieno
con aratro d’avorio i salsi campi;
vibran tra ’l mar, pur come un ciel sereno,
gli occhi, stelle d’amor, tremoli lampi;
con bellezze schierate ond’è il mar pieno
par che contra i rubelli Amore accampi,
o che vogli destar quasi per gioco
per le nevi guizzanti a l’onde il foco.
     E voi, stellati pesci, e tu bramasti
tra bei pesci d’amor guizzar, delfino;
ed anco per costor tu desïasti
essere, o can celeste, il can marino;
de l’acceso desir parte appagasti
tu de l’eterne sfere occhio divino,
tra le bellezze e tra l’argentee stelle
seminando talor lampi e faville.
     In ninfa Proteo per nuotar con loro
mutossi; e tutto l’umido confine,
per mirar, ingombrar vidute fôro,
sorte dal cinto in su, le dee marine;
invaghiti correan de’ lacci d’oro
i bei muti nuotanti al biondo crine,
e tra lor dolce e con tarpate penne
stuol d’ignudi Amoretti a guizzar venne.
     Escono alfin da’ salsi ondosi umori
e stillan molli perle i vivi argenti,
che gocciolando van tra’ bei candori,
de l’aria di beltá stelle cadenti.
Ruggiadose cosí n’appaion fuori
l’aurore al bel seren de’ giorni algenti;
uscir de l’acque e mano a mano uniro
ne l’arenosa scena e han fatto un giro.
     Vago giro d’amore e vaga sfera
d’alta beltá ne l’amoroso mondo;
la soma soffreria dolce e leggiera,
fatto Atlante, ogni cor di sí bel pondo;

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vago e novo zodiaco, entro ’l qual era
fatto piú nobil Febo, Amor fecondo,
o pur d’ogni bramosa accesa mente
del bel foco d’amor sfera cocente.
     Danzan festose, e l’animate brine
volgon giocose e lascivette e snelle;
sfavillanti le luci e peregrine
seguon pargoleggiando i piedi anch’elle;
scende dal molle capo il folto crine
sovra le mamme tenerette e belle,
e al par d’un Sol che dal mar Indo è fuora,
quei due monti d’argento il capo indora.
     Treman le crude mamme e trar diresti
nel teatro de’ petti i balli a prova.
Qual veder fu, come d’ignudi e presti
vaghi avori saltanti un stuol si mova?
qual veder fu senza l’odiose vesti
danzar cerchio amoroso in foggia nova,
che gira e spiega al fin d’alquante rote,
orologio d’amor, sonore note?
     Canti, scherzi, sorrisi entro i tesori
di scoperte bellezze Amor confonde;
quando cantan costor, tra salsi umori
sembran vaghe ballar ne l’alto l’onde;
quando ballan costor, detti canori
confonde il mar tra minïate sponde,
ch’or vago suoni a le lor danze, or pare
che balli al suon de le lor note il mare.
     — La donna è un ciel — diceano, — ha il capo aurato,
di Berenice i lucidi capelli;
porta negli occhi il Sagittario armato,
porta negli occhi i lucidi Gemelli;
gli occhi ond’è vago un Orïon formato,
gli occhi, Soli de l’alma amati e belli,
gli occhi che, vólti in varie e gentil arti,
sembran Veneri ed Orse e Giovi e Marti.

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     Del troian l’urna è de la bocca il vaso,
son picciole vigilie i bianchi denti;
son l’aquila in prontezza e ’l gran Pegaso,
cigno e cetra in dolcezza i lieti accenti;
libra due poli, ed orto sono e occaso
le due del bianco sen poma sorgenti;
la donna è un ciel, ma al moto suo giranti
son caduchi elementi i fidi amanti. —
     A tal canto, a tal ballo, al divo aspetto
ch’offre ignuda beltá d’almi candori,
tacquer gli uccelli e sul depinto letto
trattenne il rivo i fughivi umori;
gli elementi arrestarsi, e per diletto
fermár le sfere i sempiterni errori:
le vidde e tenne in lor stupide e fisse
l’eterne luci il sommo Giove, e disse:
     — Che veggio? or che vaghezze oggi apparirò,
che indizi son d’alte bellezze eterne?
Non formar tai concetti unqua s’udirò
né si vaghe girar le sfere eterne.
Piú non dimori in terra un sí bel giro,
ma faccia adorne le maggion superne,
e dal candor di quelle nevi intatte
si figuri nel ciel strada di latte. —
     Cosí diss’egli e, chini e riverenti,
gl’imi abissi tremâr, tremâr le sfere;
veggonsi in ciel di fiamme e d’òr lucenti,
le donzelle poggiar ratte e leggiere;
s’alzan tra l’aria, e tra le nubi e i venti
sparivan giá; ma allor che in vesti nere
dal bel terrestre sen la notte uscia
n’apparve impressa in ciel la Lattea via.
     Cosí per sommo eroe spiegava il canto
Opico pasto rei presso a Peloro;
poi disse: — O gran Borgesi, accetta intanto
frutto immaturo di toscano alloro;

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mentre non può mio suon poggiar cotanto
che narri i preggi tuoi, che muto onoro.
Solo umil sotto te star io m’appago,
come l’aquila tua sta sotto il drago.

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