Lettere volgari/Lettera IV

A Niccola Acciaiuoli

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EPISTOLA

A NICCOLA ACCIAIUOLI



Niccola. Se a’ miseri alcuna fede si dee, io vi giuro per la dolente anima mia, che non altrimenti alla cartaginese Didone la partita del Troiano Enea fu grave, che fosse a me la vostra: e non senza cagione, avvegnachè occulta vi fosse: nè similmente con tanto disiderio la ritornata d’Ulisse fu da Penelope aspettata, quanto la vostra da me. La quale nuovamente sentendo ora essere stata, non altrimenti [p. 88 modifica]nelle tenebre de’ miei affanni mi sono rallegrato, che facessono nel limbo i santi padri, udita da san Giovanni la venuta di Cristo, per cui la lungamente aspettata salute in breve speravano senza fallo. Laonde io non credo prima vedervi, se dato non m’è ch’io debbia tanto viverci ch’io vi vegga. Allora più che altro lieto in me potrò le parole d’Isaia rivolgere, quando disse al popolo che per l’ombra della morte andava: è nata la luce. E perciò io con quello effetto che per me si puote esprimere più fervente, con voce piena di letizia vi dico, che voi siate il ben tornato. La sanità del corpo, colla quale credo che quella della mente congiunta sia, ho con lieto animo intesa, e oltre a ciò la seconda fortuna alla vostra virtù debita m’è manifesta: la quale, se lo immaginare non m’inganna, piccioli segni d’amore ancora vi mostra, a rispetto che ella farà per innanzi. Ed essa, prego Iddio, che così con voi come con Quinto Metello felicissimo Romano fece s’eterni. Oh quanto m’è la vostra benavventurata tornata cara! non per me tanto, quanto perciocch’io allora vedrò le inique e adulatrici lingue, delle quali vi ricordo e prego che vi guardiate, confuse tacere. Ora gli animi invidiosi in fuoco pestilenziosissimo consumarsi, ed i superbi nella vostra presenza bassare i colli; li quali con opinioni perverse, con operazioni malvage, e con sottrattose parole, a’ vostri beni e a voi si sono ingegnati d’opporre. Oh giusto di colui il giudicio, che dei cieli in terra ogni cosa discerne, il quale con laudevole esaltamento di voi li loro intendimenti ha annullati! il che m’è caro. [p. 89 modifica]

Dell’essere mio in Firenze contra piacere niente vi scrivo, perocchè piuttosto con lagrime che con inchiostro sarebbe da dimostrare. Solamente cotanto vi dico che, come del pirata Antigono la fortuna rea in buona trasmutò Alessandro, così da voi spero doversi la mia trasmutare. Nè è nuova questa speranza, ma antica, perocchè altra non mi rimase nel mondo, poichè il reverendo mio padre e signore maestro Dionigi, forse per lo migliore, da Dio mi fu tolto: e questo di me al presente si basti. Le nuove cose e i varii accidenti avvenuti, li quali in coteste parti ora troverrete, son certo che non poco occuperanno l’animo vostro nella prima giunta, e perciò il più ora non scrivervi reputo onesto: sicuro ancora di tosto vedervi, concedendolo Iddio. Signor mio, colui ch’è d’ogni bene donatore, come l’anima vostra disidera, così vi governi.

Data in Firenze adì xxviii. d’Agosto anni Domini mcccxli.


Il vostro Giovanni di Boccaccio da Certaldo, e inimico della fortuna, la debita reverenza premessa, vi si raccomanda.