Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Simone Sanese

Simone Sanese

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Pietro Cavallini Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Taddeo Gaddi IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Pietro Cavallini Taddeo Gaddi

VITA DI SIMONE SANESE PITTORE

Felici veramente si possono dire quegl’uomini che sono dalla natura inclinati a quell’arti che possono recar loro non pure onore et utile grandissimo, ma, che è più, fama e nome quasi perpetuo; più felici poi sono coloro che si portano dalle fasce, oltre a cotale inclinazione, gentilezza e costumi cittadineschi, che gli rendono a tutti gl’uomini gratissimi; ma più felici di tutti finalmente (parlando degl’artefici) sono quelli che oltre all’avere da natura inclinazione al buono, e dalla medesima e dalla educazione costumi nobili, vivono al tempo di qualche famoso scrittore, da cui per un piccolo ritratto o altra così fatta cortesia delle cose dell’arte, si riporta premio alcuna volta, mediante gli loro scritti, d’eterno onore e nome; la qual cosa si deve, fra coloro che attendono alle cose del disegno, particolarmente desiderare e cercare dagl’eccellenti pittori, poiché l’opere loro, essendo in superficie et in campo di colore, non possono avere quell’eternità che dànno i getti di bronzo e le cose di marmo allo scultore o le fabriche agl’architetti. Fu dunque quella di Simone grandissima ventura vivere al tempo di Messer Francesco Petrarca, et abbattersi a trovare in Avignone alla corte questo amorosissimo poeta desideroso d’avere la imagine di Madonna Laura di mano di maestro Simone; perciò che avutala bella come desiderato avea, fece di lui memoria in due sonetti, l’uno de’ quali comincia:

Per mirar Policleto a prova fiso con gl’altri che ebber fama di quell’arte

e l’altro:

Quando giunse a Simon l’alto concetto ch’a mio nome gli pose in man lo stile.

Et in vero questi sonetti e l’averne fatto menzione in una delle sue lettere famigliari nel quinto libro, che comincia: "Non sum nescius", hanno dato più fama alla povera vita di maestro Simone, che non hanno fatto né faranno mai tutte l’opere sue; perché elleno hanno a venire, quando che sia, meno, dove gli scritti di tant’uomo viveranno eterni secoli. Fu dunque Simone Memmi sanese eccellente dipintore, singolare ne’ tempi suoi e molto stimato nella corte del Papa, perciò che dopo la morte di Giotto maestro suo, il quale egli aveva seguitato a Roma quando fece la nave di musaico e l’altre cose, avendo nel fare una Vergine Maria nel portico di S. Piero et un San Piero e San Paulo, a quel luogo vicino dove è la pina di bronzo, in un muro fra gl’archi del portico dalla banda di fuori, contraffatto la maniera di Giotto, ne fu di maniera lodato, avendo massimamente in quest’opera ritratto un sagrestano di S. Piero che accende alcune lampade a dette sue figure molto prontamente, che Simone fu chiamato in Avignone alla corte del Papa con grandissima instanza; dove lavorò tante pitture in fresco et in tavole che fece corrispondere l’opere al nome che di lui era stato là oltre portato. Per che, tornato a Siena in gran credito e molto perciò favorito, gli fu dato a dipignere dalla signoria nel palazzo loro in una sala a fresco una Vergine Maria con molte figure attorno, la quale egli compié di tutta perfezzione, con molta sua lode et utilità. E per mostrare che non meno sapeva fare in tavola che in fresco, dipinse in detto palazzo una tavola che fu cagione che poi ne fu fatto far due in duomo et una Nostra Donna col Fanciullo in braccio in attitudine bellissima sopra la porta dell’Opera del duomo detto, nella qual pittura certi Angeli, che sostenendo in aria un stendardo, volano e guardano all’ingiù alcuni Santi che sono intorno alla Nostra Donna, fanno bellissimo componimento et ornamento grande. Ciò fatto, fu Simone dal Generale di Sant’Agostino condotto in Firenze, dove lavorò il capitolo di Santo Spirito, mostrando invenzione e giudizio mirabile nelle figure e ne’ cavalli fatti da lui, come in quel luogo ne fa fede la storia della Passione di Cristo, nella quale si veggiono ingegnosamente tutte le cose essere state fatte da lui con discrezione e con bellissima grazia. Veggonsi i ladroni in croce rendere il fiato, e l’anima del buono essere portata in cielo con allegrezza dagl’Angeli, e quella del reo andarne accompagnata da’ diavoli tutta rabbuffata ai tormenti dell’Inferno. Mostrò similmente invenzione e giudizio Simone nell’attitudini e nel pianto amarissimo che fanno alcuni Angeli intorno al Crocifisso. Ma quello che sopra tutte le cose è dignissimo di considerazione è veder quegli spiriti che fendono l’aria con le spalle visibilmente, perché quasi girando sostengono il moto del volar loro; ma farebbe molto maggior fede dell’eccellenza di Simone quest’opera, se oltre all’averla consumata il tempo, non fusse stata, l’anno 1560, guasta da que’ padri che per non potersi servire del capitolo mal condotto dall’umidità, nel far dove era un palco intarlato una volta, non avessero gettato in terra quel poco che restava delle pitture di quest’uomo, il quale quasi in quel medesimo tempo dipinse in una tavola una Nostra Donna et un San Luca con altri Santi a tempera, che oggi è nella capella de’ Gondi in Santa Maria Novella col nome suo. Lavorò poi Simone tre facciate del capitolo della detta Santa Maria Novella molto felicemente. Nella prima, che è sopra la porta donde vi si entra, fece la vita di San Domenico et in quella che segue verso la chiesa figurò la Religione et Ordine del medesimo combattente contra gl’eretici figurati per lupi che assalgono alcune pecore, le quali da molti cani pezzati di bianco e di nero sono difese, et i lupi ributtati e morti. Sonovi ancora certi eretici, i quali convinti nelle dispute, stracciano i libri e pentiti si confessano, e così passano l’anime alla porta del Paradiso, nel quale sono molte figurine che fanno diverse cose. In cielo si vede la gloria de’ Santi e Iesù Cristo, e nel mondo quaggiù rimangono i piaceri e’ diletti vani in figure umane e massimamente di donne che seggono. Tra le quali è Madonna Laura del Petrarca, ritratta di naturale vestita di verde, con una piccola fiammetta di fuoco tra il petto e la gola. Èvvi ancora la Chiesa di Cristo et alla guardia di quella il papa, lo imperadore, i re, i cardinali, i vescovi e tutti i principi cristiani, e tra essi, a canto a un cavalier di Rodi, Messer Francesco Petrarca, ritratto pur di naturale, il che fece Simone per rinfrescar nell’opere sue la fama di colui che l’aveva fatto immortale. Per la Chiesa universale fece la chiesa di S. Maria del Fiore, non come ella sta oggi, ma come egli l’aveva ritratta dal modello e disegno che Arnolfo architettor aveva lasciati nell’opera per norma di coloro che avevano a seguitar la fabbrica dopo lui, de’ quali modelli, per poca cura degl’Operai di S. Maria del Fiore, come in un altro luogo s’è detto, non ci sarebbe memoria alcuna se Simone non l’avesse lasciata dipinta in quest’opera. Nella terza facciata, che è quella dell’altar, fece la Passione di Cristo, il quale, uscendo di Gerusalem con la croce su la spalla, se ne va al monte Calvario seguitato da un popolo grandissimo; dove giunto, si vede esser levato in croce nel mezzo de’ ladroni, con l’altre appartenenze che cotale storia accompagnano. Tacerò l’esservi buon numero di cavalli, il gettarsi la sorte dai famigli della corte sopra la veste di Cristo, lo spogliare il limbo de’ Santi padri e tutte l’altre considerate invenzioni che sono non da maestro di quell’età ma da moderno eccellentissimo. Conciò sia che, pigliando le facciate intere, con diligentissima osservazione fa in ciascuna diverse storie su per un monte, e non divide con ornamenti tra storia e storia, come usarono di fare i vecchi e molti moderni, che fanno la terra sopra l’aria quattro o cinque volte, come è la capella maggiore di questa medesima chiesa et il Camposanto di Pisa; dove, dipignendo molte cose a fresco, gli fu forza far contra sua voglia cotali divisioni, avendo gl’altri pittori che avevano in quel luogo lavorato, come Giotto e Buonamico suo maestro, cominciato a fare le storie loro con questo malo ordine. Seguitando dunque in quel Camposanto per meno error il modo tenuto dagli altri, fece Simone sopra la porta principale, di dentro, una Nostra Donna in fresco, portata in cielo da un coro d’Angeli che cantano e suonano tanto vivamente, che in loro si conoscono tutti que’ varii effetti che i musici cantando o sonando fare sogliono; come è porgere l’orecchio al suono, aprir la bocca in diversi modi, alzar gl’occhi al cielo, gonfiar le guance, ingrossar la gola, et insomma tutti gl’altri atti e movimenti che si fanno nella musica. Sotto questa Assunta in tre quadri fece alcune storie della vita di S. Ranieri pisano; nella prima, quando giovanetto, sonando il salterio, fa ballar alcune fanciulle, bellissime per l’arie de’ volti e per l’ornamento degl’abiti et acconciature di que’ tempi; vedesi poi lo stesso Ranieri, essendo stato ripreso di cotale lascivia dal beato Alberto Romito, starsi col volto chino e lagrimoso e con gl’occhi fatti rossi dal pianto, tutto pentito del suo peccato, mentre Dio in aria, circondato da un celeste lume, fa sembiante di perdonargli. Nel secondo quadro è quando Ranieri, dispensando le sue facultà ai poveri di Dio, per poi montar in barca, ha intorno una turba di poveri, di storpiati, di donne e di putti, molto affettuosi nel farsi innanzi, nel chiedere e nel ringraziarlo; e nello stesso quadro è ancora, quando questo Santo, ricevuta nel tempio la schiavina da pellegrino, sta dinanzi a Nostra Donna, che circondata da molti Angeli, gli mostra che si riposerà nel suo grembo in Pisa, le quali tutte figure hanno vivezza e bell’aria nelle teste. Nella terza è dipinto da Simone quando, tornato dopo sette anni d’oltra mare, mostra aver fatto tre quarantane in Terra Santa, e che standosi in coro a udir i divini uffizii dove molti putti cantano, è tentato dal demonio, il quale si vede scacciato da un fermo proponimento che si scorge in Ranieri di non voler offender Dio, aiutato da una figura, fatta da Simone per la Constanza, che fa partir l’antico Avversario, non solo tutto confuso, ma con bella invenzione e capricciosa, tutto pauroso, tenendosi nel fuggire le mani al capo e caminando con la fronte bassa e stretto nelle spalle a più potere e dicendo, come se gli vede scritto uscire di bocca: "Io non posso più". E finalmente in questo quadro è ancora quando Ranieri, in sul monte Tabor ingenocchiato, vede miracolosamente Cristo in aria con Moisè et Elia. Le quali tutte cose di quest’opera et altre che si tacciono, mostrano che Simone fu molto capriccioso, et intese il buon modo di comporre leggiadramente le figure nella maniera di que’ tempi. Finite queste storie, fece due tavole a tempera nella medesima città, aiutato da Lippo Memmi suo fratello, il quale gl’aveva anche aiutato dipignere il capitolo di Santa Maria Novella et altre opere. Costui, se bene non fu eccellente come Simone, seguitò nondimeno quanto poté il più la sua maniera et in sua compagnia fece molte cose a fresco in Santa Croce di Firenze, a’ frati Predicatori in S. Caterina di Pisa la tavola dell’altar maggiore et in S. Paulo a ripa d’Arno, oltre a molte storie in fresco bellissime, la tavola a tempera che oggi è sopra l’altar maggiore, dentrovi una Nostra Donna, S. Piero e S. Paulo e S. Giovanni Battista et altri Santi; et in questa pose Lippo il suo nome. Dopo queste opere, lavorò da per sé una tavola a tempera a’ frati di S. Agostino in S. Gimignano, e n’acquistò tanto nome che fu forzato mandar in Arezzo al vescovo Guido de’ Tarlati una tavola con tre mezze figure, che è oggi nella cappella di S. Gregorio in Vescovado. Stando Simone in Fiorenza a lavorare, un suo cugino architetto ingegnoso, chiamato Neroccio, tolse l’anno 1332 a far sonar la campana grossa del Comun di Firenze, che per spazio di 17 anni nessuno l’aveva potuta far sonar senza dodici uomini che la tirassino. Costui dunque la bilicò di maniera che due la potevano muovere, e, mossa, un solo la sonava a distesa, ancora ch’ella pesasse più di sedicimila libbre; onde, oltre l’onore, ne riportò per sua mercede trecento fiorini d’oro, che fu gran pagamento in que’ tempi. Ma per tornare ai nostri due Memmi sanesi, lavorò Lippo oltre alle cose dette, col disegno di Simone, una tavola a tempera che fu portata a Pistoia e messa sopra l’altar maggiore della chiesa di S. Francesco, che fu tenuta bellissima. In ultimo tornati a Siena, loro patria, cominciò Simone una grandissima opera colorita sopra il portone di Camolia, dentrovi la coronazione di Nostra Donna, con infinite figure, la quale, sovravenendogli una grandissima infirmità, rimase imperfetta, et egli vinto dalla gravezza di quella, passò di questa vita l’anno 1345 con grandissimo dolore di tutta la sua città e di Lippo suo fratello, il quale gli diede onorata sepoltura in S. Francesco; finì poi molte opere che Simone aveva lasciate imperfette, e ciò furono una Passione di Gesù Cristo in Ancona sopra l’altare maggiore di S. Nicola, nella quale finì Lippo quello che aveva Simone cominciato, imitando quella aveva fatta nel capitolo di Santo Spirito di Fiorenza, e finita del tutto il detto Simone. La quale opera sarebbe degna di più lunga vita che per avventura non le sarà conceduta; essendo in essa molte belle attitudini di cavalli e di soldati, che prontamente fanno isvarii gesti, pensando con maraviglia se hanno o no crucifisso il figliuol di Dio. Finì similmente in Ascesi nella chiesa di sotto di S. Francesco alcune figure che avea cominciato Simone all’altare di S. Lisabetta, il qual è all’entrar della porta che va nelle cappelle, facendovi la Nostra Donna, un San Lodovico re di Francia et altri Santi che sono in tutto otto figure insino alle ginocchia, ma buone e molto ben colorite. Avendo oltre ciò cominciato Simone nel refettorio maggiore di detto convento in testa della facciata, molte storiette et un crucifisso fatto a guisa d’albero di croce, si rimase imperfetto e disegnato, come insino a oggi si può vedere, di rossaccio col pennello in su l’arricciato; il quale modo di fare era il cartone che i nostri maestri vecchi facevano per lavorare in fresco per maggior brevità; conciò fusse che, avendo spartita tutta l’opera sopra l’arricciato, la disegnavano col pennello, ritraendo da un disegno piccolo tutto quello che volevano fare, con ringrandir a proporzione quanto avevano pensato di mettere in opera. Laonde, come questa così disegnata si vede et in altri luoghi molte altre, così molte altre ne sono che erano state dipinte, le quali, scrostatosi poi il lavoro, sono rimase così disegnate di rossaccio sopra l’arricciato. Ma tornando a Lippo, il quale disegnò ragionevolmente, come nel nostro libro si può veder, in un Romito che incrocicchiate le gambe legge, egli visse dopo Simone dodici anni, lavorando molte cose per tutta Italia e particolarmente due tavole in Santa Croce di Fiorenza. E perché le maniere di questi due fratelli si somigliano assai, si conosce l’una dall’altra a questo, che Simone s’iscriveva a’ piè delle sue opere in questo modo: "Simonis Memmi Senensis opus". E Lippo, lasciando il proprio nome e non si curando di far un latino così alla grossa, in quest’altro modo: "Opus Memmi de Senis me fecit". Nella facciata del capitolo di S. Maria Novella furono ritratti di mano di Simone, oltre al Petrarca e Madonna Laura, come s’è detto di sopra, Cimabue, Lapo architetto, Arnolfo suo figliuolo e Simone stesso; e nella persona di quel Papa che è nella storia, Benedetto XI da Traviso frate predicatore; l’effigie del qual papa aveva molto prima recato a Simone Giotto suo maestro, quando tornò dalla corte di detto papa, che tenne la sedia in Avignone. Ritrasse ancora nel medesimo luogo il cardinale Nicola da Prato, allato al detto Papa, il quale cardinale in quel tempo era venuto a Firenze legato di detto pontifice, come racconta nelle sue storie Giovan Villani. Sopra la sepoltura di Simone fu posto questo epitaffio: "Simoni Memmio pictorum omnium omnis aetatis celeberrimo. Vixit annos LX menses II. dies III". Come si vede nel nostro libro detto di sopra, non fu Simone molt’eccellente nel disegno, ma ebbe invenzione dalla natura e si dilettò molto di ritrarre di naturale, et in ciò fu in tanto tenuto il miglior maestro de’ suoi tempi, che ’l signor Pandolfo Malatesti lo mandò insino in Avignone a ritrarre Messer Francesco Petrarca, a richiesta del quale fece poi con tanta sua lode il ritratto di Madonna Laura.

IL FINE DELLA VITA DI SIMONE SANESE PITTORE