Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Marcantonio Bolognese e altri intagliatori di stampe

Marcantonio Bolognese e altri intagliatori di stampe

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Valerio Vicentino, Giovanni da Castel Bolognese, Matteo del Nasaro e altri eccellenti intagliatori di camei e gioie Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonio da San Gallo IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Valerio Vicentino, Giovanni da Castel Bolognese, Matteo del Nasaro e altri eccellenti intagliatori di camei e gioie Antonio da San Gallo

VITA DI MARCANTONIO BOLOGNESE E D’ALTRI INTAGLIATORI DI STAMPE

Perché nelle teoriche della pittura si ragionò poco delle stampe di rame, bastando per allora mostrare il modo dell’intagliar l’argento col bulino - che è un ferro quadro tagliato a sghembo e che ha il taglio sottile - se ne dirà ora, con l’occasione di questa vita, quanto giudicheremo dovere essere a bastanza. Il principio dunque dell’intagliare le stampe venne da Maso Finiguerra fiorentino, circa gl’anni di nostra salute 1460, perché costui tutte le cose che intagliò in argento, per empierle di niello, le improntò con terra, e gittatovi sopra solfo liquifatto, vennero improntate e ripiene di fumo; onde a olio mostravano il medesimo che l’argento. E ciò fece ancora con carta umida e con la medesima tinta aggravandosi sopra con un rullo tondo, ma piano per tutto. Il che non solo le faceva apparire stampate, ma venivano come disegnate di penna. Fu seguitato costui da Baccio Baldini orefice fiorentino, il quale non avendo molto disegno, tutto quello che fece fu con invenzione e disegno di Sandro Botticello. Questa cosa venuta a notizia d’Andrea Mantegna in Roma, fu cagione che egli diede principio a intagliare molte sue opere, come si disse nella sua vita. Passata poi questa invenzione in Fiandra, un Martino, che allora era tenuto in Anversa eccellente pittore, fece molte cose e mandò in Italia gran numero di disegni stampati, i quali tutti erano contrasegnati in questo modo: M C. Et i primi furono le cinque vergini stolte con le lampade spente e le cinque prudenti con le lampade accese, et un Cristo in croce con San Giovanni e la Madonna a’ piedi; il quale fu tanto buono intaglio, che Gherardo miniatore fiorentino si mise a contrafarlo di bulino, e gli riuscì benissimo. Ma non seguitò più oltre, perché non visse molto. Dopo mandò fuora Martino in quattro tondi i quattro Evangelisti, et in carte piccole Gesù Cristo con i dodici Apostoli, e Veronica con sei Santi della medesima grandezza, et alcune arme di signori tedeschi sostenute da uomini nudi e vestiti e da donne; mandò fuori similmente un San Giorgio che amazza il serpente, un Cristo che sta innanzi a Pilato mentre si lava le mani, et un transito di Nostra Donna assai grande, dove sono tutti gl’Apostoli. E questa fu delle maggiori carte che mai intagliasse costui. In un’altra fece Santo Antonio battuto dai diavoli e portato in aria da una infinità di loro in le più varie bizzarre forme che si possino imaginare, la quale carta tanto piacque a Michelagnolo, essendo giovinetto, che si mise a colorirla. Dopo questo Martino, cominciò Alberto Duro in Anversa, con più disegno e miglior giudizio, e con più belle invenzioni, a dare opera alle medesime stampe, cercando d’imitar il vivo e d’accostarsi alle maniere italiane, le quali egli sempre apprezzò assai. E così, essendo giovanetto, fece molte cose che furono tenute belle quanto quelle di Martino, e le intagliava di sua man propria, segnandole col suo nome. E l’anno 1503 mandò fuori una Nostra Donna piccola, nella quale superò Martino e se stesso; et appresso, in molte altre carte, cavalli, a due cavalli per carta, ritratti dal naturale e bellissimi; et in un’altra il figliuol prodigo, il quale, stando a uso di villano ginocchioni con la mani incrocicchiate, guarda il cielo, mentre certi porci mangiano in un trogolo: et in questa sono capanne a uso di ville tedesche, bellissime. Fece un San Bastiano piccolo, legato con le braccia in alto, et una Nostra Donna che siede col Figliuolo in collo, et un lume di finestre gli dà addosso, che per cosa piccola non si può vedere meglio. Fece una femina alla fiaminga a cavallo con uno staffiere a’ piedi. Et in un rame maggiore intagliò una ninfa portata via da un mostro marino, mentre alcun’altre ninfe si bagnano. Della medesima grandezza intagliò con sottilissimo magisterio, trovando la perfezzione et il fine di quest’arte, una Diana che bastona una ninfa, la quale si è messa per essere difesa in grembo a un satiro; nella quale carta volle Alberto mostrare che sapeva fare gl’ignudi. Ma ancora che questi maestri fussero allora in que’ paesi lodati, ne’ nostri le cose loro sono per la diligenza solo dell’intaglio, l’opere loro comendate. E voglio credere che Alberto non potesse per aventura far meglio, come quello che non avendo commodità d’altri, ritraeva, quando aveva a fare ignudi, alcuno de’ suoi garzoni, che dovevano avere, come hanno per lo più i Tedeschi, cattivo ignudo, se bene vestiti si veggiono molti begl’uomini di que’ paesi. Fece molti abiti diversi alla fiaminga in diverse carte stampate piccole, di villane e villani, che suonano la cornamusa e ballano, alcuni che vendono polli et altre cose, e d’altre maniere assai. Fece uno che dormendo in una stufa ha intorno Venere che l’induce a tentazione in sogno, mentre che Amore, salendo sopra due zanche, si trastulla, et il diavolo con un soffione, o vero mantice, lo gonfia per l’orecchie. Intagliò anco due San Cristofani diversi, che portano Cristo fanciullo, bellissimi e condotti con molta diligenza ne’ capegli sfilati, et in tutte l’altre [parti]. Dopo le quali opere, vedendo con quanta larghezza di tempo intagliava in rame, e trovandosi avere gran copia d’invenzioni diversamente disegnate, si mise a intagliare in legno. Nel qual modo di fare coloro che hanno maggior disegno hanno più largo campo da poter mostrare la loro perfezzione. E di questa maniera mandò fuori l’anno 1510 due stampe piccole: in una delle quali è la decollazione di San Giovanni, e nell’altra quando la testa del medesimo è presentata in un bacino a Erode, che siede a mensa, et in altre carte San Cristofano, San Sisto papa, Santo Stefano e San Lorenzo. Per che, veduto questo modo di fare essere molto più facile che l’intagliare in rame, seguitandolo, fece un San Gregorio che canta la messa, accompagnato dal diacono e sodiacono. E cresciutogli l’animo, fece in un foglio reale l’anno 1510 parte della Passione di Cristo, cioè ne condusse, con animo di fare il rimanente, quattro pezzi: la cena, l’esser preso di notte nell’orto, quando va al limbo a trarne i Santi Padri, e la sua gloriosa Resurrezione. E la detta seconda parte fece anco in un quadretto a olio molto bello, che è oggi in Firenze appresso al signor Bernardetto de’ Medici. E se bene sono poi state fatte l’altre otto parti, che furono stampate col segno d’Alberto, a noi non pare verisimile che sieno opera di lui, atteso che sono mala cosa e non somigliano né le teste, né i panni, né altra cosa la sua maniera. Onde si crede che siano state fatte da altri dopo la morte sua per guadagnare, senza curarsi di dar questo carico ad Alberto. E che ciò sia vero, l’anno 1511 egli fece della medesima grandezza in venti carte tutta la vita di Nostra Donna tanto bene, che non è possibile, per invenzione, componimenti di prospettiva, casamenti, abiti e teste di vecchi e giovani, far meglio. E nel vero, se quest’uomo sì raro, sì diligente e sì universale avesse avuto per patria la Toscana, come egli ebbe la Fiandra, et avesse potuto studiare le cose di Roma, come abbiam fatto noi, sarebbe stato il miglior pittore de’ paesi nostri, sì come fu il più raro e più celebrato che abbiano mai avuto i Fiaminghi. L’anno medesimo, seguitando di sfogare i suoi capricci, cercò Alberto di fare della medesima grandezza quindici forme intagliate in legno della terribile visione che San Giovanni Evangelista scrisse nell’isola di Patmos nel suo Apocalisse. E così, messo mano all’opera con quella sua imaginativa stravagante, e molto a proposito a cotal suggetto, figurò tutte quelle cose, così celesti come terrene, tanto bene, che fu una maraviglia. E con tanta varietà di fare in quegli animali e mostri, che fu gran lume a molti de’ nostri artefici, che si son serviti poi dell’abondanza e copia delle belle fantasie et invenzioni di costui. Vedesi ancora di mano del medesimo in legno un Cristo ignudo, che ha intorno i misterii della sua Passione, e piange con le mani al viso i peccati nostri, che per cosa piccola non è se non lodevole. Dopo, cresciuto Alberto in facultà et in animo, vedendo le sue cose essere in pregio, fece in rame alcune carte, che feciono stupire il mondo. Si mise anco ad intagliare, per una carta d’un mezzo foglio, la Malinconia con tutti gl’instrumenti che riducono l’uomo, e chiunche gl’adopera, a essere malinconico; e la ridusse tanto bene, che non è possibile col bulino intagliare più sottilmente. Fece in carte piccole tre Nostre Donne variate l’una dall’altre, e d’un sottilissimo intaglio. Ma troppo sarei lungo, se io volessi tutte l’opere raccontare che uscirono di mano ad Alberto. Per ora basti sapere che, avendo disegnato per una passione di Cristo trentasei pezzi, e poi intagliatigli, si convenne con Marcantonio bolognese di mandar fuori insieme queste carte. E così capitando in Vinezia, fu quest’opera cagione che si sono poi fatte in Italia cose maravigliose in queste stampe, come di sotto si dirà. Mentre che in Bologna Francesco Francia attendeva alla pittura fra molti suoi discepoli, fu tirato innanzi, come più ingegnoso degl’altri, un giovane chiamato Marcantonio, il quale, per essere stato molti anni col Francia e da lui molto amato, s’acquistò il cognome de’ Franci. Costui dunque, il quale aveva miglior disegno che il suo maestro, maneggiando il bulino con facilità e con grazia, fece, perché allora erano molto in uso, cinture et altre molte cose niellate, che furono bellissime, perciò che era in quel mestiero veramente eccellentissimo. Venutogli poi disiderio, come a molti aviene, d’andare pel mondo a vedere diverse cose et i modi di fare degl’altri artefici, con buona grazia del Francia se n’andò a Vinezia, dove ebbe buon ricapito fra gl’artefici di quella città. Intanto capitando in Vinezia alcuni fiaminghi con molte carte intagliate e stampate in legno et in rame da Alberto Duro, vennero vedute a Marcantonio in sulla piazza di San Marco. Per che, stupefatto della maniera del lavoro e del modo di fare d’Alberto, spese in dette carte quasi quanti danari aveva portati da Bologna, e fra l’altre cose comperò la Passione di Gesù Cristo intagliata in trentasei pezzi di legno in quarto foglio, stata stampata di poco dal detto Alberto. La quale opera cominciava dal peccare d’Adamo, et essere cacciato di Paradiso dall’Angelo, infino al mandare dello Spirito Santo. E considerato Marcantonio quanto onore et utile si avrebbe potuto acquistare chi si fusse dato a quell’arte in Italia, si dispose di volervi attendere con ogni accuratezza e diligenza; e così cominciò a contrafare di quegli intagli d’Alberto, studiando il modo de’ tratti et il tutto delle stampe che avea comperate: le qual per la novità e bellezza loro, erano in tanta riputazzione, che ognuno cercava d’averne. Avendo dunque contrafatto in rame d’intaglio grosso, come era il legno che aveva intagliato Alberto, tutta la detta Passione e vita di Cristo in trentasei carte, e fattovi il segno che Alberto faceva nelle sue opere, cioè questo: AE, riuscì tanto simile di maniera che, non sapendo nessuno ch’elle fussero fatte da Marcantonio, erano credute d’Alberto, e per opere di lui vendute e comperate. La qual cosa, essendo scritta in Fiandra ad Alberto, e mandatogli una di dette passioni contrafatte da Marcantonio, venne Alberto in tanta collora che, partitosi di Fiandra, se ne venne a Vinezia e, ricorso alla Signoria, si querelò di Marcantonio. Ma però non ottenne altro se non che Marcantonio non facesse più il nome e né il segno sopradetto d’Alberto nelle sue opere. Dopo le quali cose, andatosene Marcantonio a Roma, si diede tutto al disegno. Et Alberto tornato in Fiandra, trovò un altro emulo che già aveva cominciato a fare di molti intagli sottilissimi a sua concorrenza: e questi fu Luca d’Olanda, il quale, se bene non aveva tanto disegno quanto Alberto, in molte cose nondimeno lo paragonava col bulino. Fra le molte cose che costui fece, e grandi e belle, furono le prime, l’anno 1509, due tondi: in uno de’ quali Cristo porta la croce, e nell’altro è la sua Crucifissione. Dopo mandò fuori un Sansone, un Davit a cavallo et un San Pietro martire con i suoi percussori. Fece poi in una carta in rame un Saul a sedere e Davit giovinetto che gli suona intorno. Né molto dopo, avendo acquistato assai, fece in un grandissimo quadro di sottilissimo intaglio, Virgilio spenzolato dalla finestra nel cestone, con alcune teste e figure tanto maravigliose, che elle furono cagione che, assottigliando Alberto per questa concorrenza l’ingegno, mandasse fuori alcune carte stampate tanto eccellenti, che non si può far meglio. Nelle quali volendo mostrare quanto sapeva, fece un uomo armato a cavallo, per la fortezza umana, tanto ben finito, che vi si vede il lustrare dell’arme e del pelo d’un cavallo nero; il che fare è difficile in disegno. Aveva questo uomo forse la morte vicina, il tempo in mano et il diavolo dietro. Evvi similmente un can peloso, fatto con le più difficili sottigliezze che si possino fare nell’intaglio. L’anno 1512 uscirono fuori di mano del medesimo sedici storie piccole in rame della Passione di Gesù Cristo, tanto ben fatte, che non si possono vedere le più belle, dolci e graziose figurine, né che abbiano maggior rilievo. Da questa medesima concorrenza mosso il detto Luca d’Olanda, fece dodici pezzi simili e molti begli, ma non già così perfetti nell’intaglio e nel disegno. Et oltre a questi, un S. Giorgio, il quale conforta la fanciulla che piagne per aver a essere dal serpente devorata, un Salamone che adora gli idoli, il Battesimo di Cristo, Piramo e Tisbe, Asuero e la regina Ester ginocchioni. Dall’altro canto Alberto, non volendo essere da Luca superato, né in quantità né in bontà d’opere, intagliò una figura nuda sopra certe nuvole, e la Temperanza con certe ale mirabili, con una coppa d’oro in mano, et una briglia, et un paese minutissimo; et appresso un Santo Eustachio inginocchiato dianzi al cervio che ha il Crucifisso fra le corna: la quale carta è mirabile, e massimamente per la bellezza d’alcuni cani in varie attitudini, che non possono essere più belli. E fra i molti putti che egli fece in diverse maniere per ornamenti d’armi e d’imprese, ne fece alcuni che tengono uno scudo, dentro al quale è una morte con un gallo per cimieri, le cui penne sono in modo sfilate, che non è possibile fare col bulino cosa di maggior finezza. Et ultimamente mandò fuori la carta del San Ieronimo che scrive et è in abito di cardinale, col lione a’ piedi che dorme; et in questa finse Alberto una stanza con finestre di vetri, nella quale, percotendo il sole, ribatte i razzi là dove il Santo scrive, tanto vivamente, che è una maraviglia; oltre che vi sono libri, oriuoli, scritture e tante altre cose, che non si può in questa professione far più, né meglio. Fece poco dopo, e fu quasi dell’ultime cose sue, un Cristo con i dodici Apostoli, piccoli, l’anno 1523. Si veggiono anco di suo molte teste di ritratti naturali in istampa, come Erasmo Roterodamo, il cardinale Alberto di Brandinburgo elettore dell’imperio, e similmente quello di lui stesso. Né con tutto che intagliasse assai, abbandonò mai la pittura, anzi di continuo fece tavole, tele et altre dipinture tutte rare, e, che è più, lasciò molti scritti di cose attinenti all’intaglio, alla pittura, alla prospettiva et all’architettura. Ma per tornare agl’intagli delle stampe, l’opere di costui furono cagione che Luca d’Olanda seguitò quanto poté le vestigia d’Alberto. E dopo le cose dette, fece quattro storie intagliate in rame de’ fatti di Ioseffo, i quattro Evangelisti, i tre Angeli che apparvero ad Abraam nella valle Mambrè, Susanna nel bagno, Davit che ora, Mardocheo che triomfa a cavallo, Lotto innebbriato dalle figliuole, la creazzione d’Adamo e d’Eva, il comandar loro Dio che non mangino del pomo d’un alberto che Egli mostra, Caino che amazza Abel suo fratello: le quali tutte carte uscirono fuori l’anno 1529. Ma quello che più che altro diede nome e fama a Luca, fu una carta grande, nella quale fece la Crucifissione di Gesù Cristo, et un’altra dove Pilato lo mostra al popolo dicendo: "Ecce homo". Le quali carte, che sono grandi e con gran numero di figure, sono tenute rare; sì come è anco una conversione di San Paolo e l’essere menato così cieco in Damasco. E queste opere bastino a mostrare che Luca si può fra coloro annoverare che con eccellenza hanno maneggiato il bulino. Sono le composizioni delle storie di Luca molto proprie e fatte con tanta chiarezza, et in modo senza confusione, che par proprio che il fatto che egli esprime non dovesse essere altrimenti: e sono più osservate, secondo l’ordine dell’arte, che quelle d’Alberto. Oltre ciò, si vede che egli usò una discrezione ingegnosa nell’intagliare le sue cose; conciò sia che tutte l’opere, che di mano in mano si vanno allontanando, sono manco tocche, perché elle si perdono di veduta, come si perdono dall’occhio le naturali, che vede da lontano; e però le fece con queste considerazzioni, e sfumate e tanto dolci, che col colore non si farebbe altrimenti; le quali avertenze hanno aperto gl’occhi a molti pittori. Fece il medesimo molte stampe piccole, diverse Nostre Donne, i dodici Apostoli con Cristo, e molti Santi e Sante, et arme e cimieri et altre cose simili. Et è molto bello un villano che, facendosi cavare un dente, sente sì gran dolore, che non s’accorge che intanto una donna gli vota la borsa: le quali tutte opere d’Alberto e di Luca sono state cagione che, dopo loro, molti altri fiaminghi e tedeschi hanno stampato opere simili bellissime. Ma tornando a Marcantonio, arivato in Roma, intagliò in rame una bellissima carta di Raffaello da Urbino, nella quale era una Lucrezia romana che si uccideva, con tanta diligenza e bella maniera, che essendo subito portata da alcuni amici suoi a Raffaello, egli si dispose a mettere fuori in istampa alcuni disegni di cose sue, et appresso un disegno, che già avea fatto, del giudizio di Paris, nel quale Raffaello per capriccio aveva disegnato il carro del sole, le ninfe de’ boschi, quelle delle fonti e quelle de’ fiumi, con vasi, timoni et altre belle fantasie attorno. E così risoluto furono di maniera intagliate da Marcantonio, che ne stupì tutta Roma. Dopo queste fu intagliata la carta degl’innocenti con bellissimi nudi, femine e putti, che fu cosa rara; et il Nettuno con istorie piccole d’Enea intorno, il bellissimo ratto d’Elena, pur disegnato da Raffaello, et un’altra carta dove si vede morire Santa Felicita bollendo nell’olio, et i figliuoli essere decapitati. Le quali opere acquistarono a Marcantonio tanta fama, che erano molto più stimate le cose sue, pel buon disegno, che le fiaminghe; e ne facevano i mercanti bonissimo guadagno. Aveva Raffaello tenuto molt’anni a macinar colori un garzone chiamato il Baviera e, perché sapea pur qualche cosa, ordinò che Marcantonio intagliasse et il Baviera attendesse a stampare, per così finire, tutte le storie sue, vendendole, et ingrosso et a minuto, a chiunche ne volesse. E così messo mano all’opera stamparono una infinità di cose, che gli furono di grandissimo guadagno. E tutte le carte furono da Marcantonio segnate con questi segni, per lo nome di Raffaello Sanzio da Urbino, SR; e per quello di Marcantonio MF. L’opere furono queste: una Venere, che amore l’abbraccia, disegnata da Raffaello; una storia, nella quale Dio Padre benedisce il seme ad Abraam, dove è l’ancilla con due putti; appresso furono intagliati tutti i tondi che Raffaello aveva fatto nelle camere del palazzo papale, dove fa la Cognizione delle cose: Caliope col suono in mano; la Providenza e la Iustizia; dopo in un disegno piccolo la storia che dipinse Raffaello nella medesima camera del monte Parnaso con Appollo, le muse e’ poeti; et appresso Enea che porta in collo Anchise mentre che arde Troia, il quale disegno avea fatto Raffaello per farne un quadretto. Messero dopo questo in stampa la Galatea, pur di Raffaello, sopra un carro tirato in mare dai dalfini, con alcuni tritoni che rapiscano una ninfa. E queste finite, fece pure in rame molte figure spezzate, disegnate similmente da Raffaello: un Apollo con un suono in mano; una Pace alla quale porge amore un ramo d’ulivo; le tre virtù teologiche e le quattro morali. E della medesima grandezza un Iesù Cristo con i dodici Apostoli. Et in un mezzo foglio la Nostra Donna che Raffaello aveva dipinta nella tavola d’Araceli; e parimente quella che andò a Napoli in San Domenico, con la Nostra Donna, San Ieronimo e l’angelo Raffaello con Tobia. Et in una carta piccola, una Nostra Donna che abbraccia, sedendo sopra una seggiola, Cristo fanciulletto, mezzo vestito. E così molte altre Madonne ritratte dai quadri che Raffaello aveva fatto di pittura a diversi. Intagliò dopo queste un San Giovanni Battista giovinetto a sedere nel diserto, et appresso la tavola, che Raffaello fece per San Giovanni in Monte, della Santa Cecilia, con altri Santi, che fu tenuta bellissima carta. Et avendo Raffaello fatto, per la capella del papa, tutti i cartoni dei panni d’arazzo, che furono poi tessuti di seta e d’oro, con istorie di San Piero, S. Paulo e S. Stefano, Marcantonio intagliò la predicazzione di San Paulo, la lapidazione di Santo Stefano, et il rendere il lume al cieco. Le quali stampe furono tanto belle per l’invenzione di Raffaello, per la grazia del disegno, e per la diligenza et intaglio di Marcantonio, che non era possibile veder meglio. Intagliò appresso un bellissimo Deposto di croce, con invenzione dello stesso Raffaello, con una Nostra Donna svenuta, che è maravigliosa. E non molto dopo, la tavola di Raffaello, che andò a Palermo, d’un Cristo che porta la croce, che è una stampa molto bella. Et un disegno, che Raffaello avea fatto, d’un Cristo in aria, con la Nostra Donna, S. Giovanni Battista e Santa Caterina in terra ginocchioni, e S. Paulo apostolo ritto, la quale fu una grande e bellissima stampa. E questa, sì come l’altre, essendo già quasi consumate per troppo essere state adoperate, andarono male, e furono portate via dai tedeschi et altri nel sacco di Roma. Il medesimo intagliò in profilo il ritratto di papa Clemente VII, a uso di medaglia col volto raso; e dopo, Carlo V imperatore, che allora era giovane, e poi un’altra volta, di più età. E similmente Ferdinando re de’ Romani, che poi sucedette nell’imperio al detto Carlo v. Ritrasse anche in Roma di naturale Messer Pietro Aretino, poeta famosissimo, il quale ritratto fu il più bello che mai Marcantonio facesse. E non molto dopo i dodici imperadori antichi in medaglie. Delle quali carte mandò alcune Raffaello in Fiandra ad Alberto Duro, il quale lodò molto Marcantonio, et all’incontro mandò a Raffaello, oltre molte altre carte, il suo ritratto, che fu tenuto bello affatto. Cresciuta dunque la fama di Marcantonio, e venuta in pregio e riputazione la cosa delle stampe, molti si erano acconci con esso lui per imparare. Ma tra gl’altri fecero gran profitto Marco da Ravenna, che segnò le sue stampe col segno di Raffaello: SR; et Agostino Viniziano, che segnò le sue opere in questa maniera: AV; i quali due misero in stampa molti disegni di Raffaello, cioè una Nostra Donna con Cristo morto a giacere e disteso; et a’ piedi San Giovanni, la Madalena, Niccodemo e l’altre Marie. E di maggior grandezza intagliarono un’altra carta, dove è la Nostra Donna con le braccia aperte e con gl’occhi rivolti al cielo in atto pietosissimo, e Cristo similmente disteso e morto. Fece poi Agostino in una carta grande una Natività con i pastori et Angeli, e Dio Padre sopra; et intorno alla capanna fece molti vasi così antichi come moderni. E così un profumiere: cioè due femine con un vaso in capo traforato. Intagliò una carta d’uno converso in lupo, il quale va ad un letto per ammazzare uno che dorme. Fece ancora Alessandro con Rosana, a cui egli presenta una corona reale, mentre alcuni amori le volano intorno e le acconciano il capo; et altri si trastullano con l’armi di esso Alessandro. Intagliarono i medesimi la cena di Cristo con i dodici Apostoli, in una carta assai grande, et una Nunziata: tutti con disegno di Raffaello; e dopo, due storie delle nozze di Psiche, state dipinte da Raffaello non molto inanzi. E finalmente fra Agostino e Marco sopra detto furono intagliate quasi tutte le cose che disegnò mai, o dipinse Raffaello, e poste in istampa. E molte ancora delle cose state dipinte da Giulio Romano, e poi ritratte da quelle. E perché delle cose del detto Raffaello quasi niuna ne rimanesse, che stampata non fusse da loro, intagliarono in ultimo le storie che esso Giulio avea dipinto nelle logge col disegno di Raffaello. Veggionsi ancora alcune delle prime carte col segno M. R., cioè Marco Ravignano, et altre col segno A. V., cioè Agostino Viniziano, essere state rintagliate sopra le loro da altri, come la creazione del mondo, e quando Dio fa gl’animali, il sacrificio di Caino e di Abel, e la sua morte, Abraam che sacrifica Isac, l’arca di Noè et il diluvio, e quando poi n’escono gl’animali; il passare del mare Rosso, la tradozzione della legge dal monte Sinai per Moisè, la manna, David che amazza Golia, già stato intagliato da Marcantonio, Salamone che edifica il tempio, il giudizzio delle femmine del medesimo, la visita della reina Saba; e del Testamento Nuovo la Natività, la Ressurezzione di Cristo, e la missione dello Spirito Santo. E tutte queste furono stampate vivente Raffaello. Dopo la morte del quale, essendosi Marco et Agostino divisi, Agostino fu trattenuto da Baccio Bandinelli scultore fiorentino, che gli fece intagliare col suo disegno una notomia, che avea fatta d’ignudi secchi e d’ossame di morti, et appresso una Cleopatra, che amendue furono tenute molto buone carte; per che, cresciutogli l’animo, disegnò Baccio, e fece intagliare, una carta grande, delle maggiori che ancora fussero state intagliate infino allora, piena di femmine vestite e di nudi, che amazzano, per comandamento d’Erode, i piccoli fanciulli innocenti. Marcantonio intanto, seguitando d’intagliare, fece in alcune carte i dodici Apostoli, piccoli, in diverse maniere, e molti Santi e Sante, acciò i poveri pittori, che non hanno molto disegno, se ne potessero ne’ loro bisogni servire. Intagliò anco un nudo, che ha un lione a’ piedi e vuole fermare una bandiera grande, gonfiata dal vento, che è contrario al volere del giovane; un altro che porta una basa addosso; et un San Ieronimo, piccolo, che considera la morte mettendo un dito nel cavo d’un teschio che ha in mano, il che fu invenzione e disegno di Raffaello; e dopo, una Iustizia, la quale ritrasse dai panni di capella; et appresso l’Aurora tirata da due cavalli, ai quali l’Ore mettono la briglia. E dall’antico ritrasse le tre Grazie, et una storia di Nostra Donna che saglie i gradi del tempio. Dopo queste cose, Giulio Romano, il quale, vivente Raffaello suo maestro, non volle mai per modestia far alcuna delle sue cose stampare, per non parere di volere competere con esso lui, fece, dopo che egli fu morto, intagliare a Marcantonio due battaglie di cavalli bellissime in carte assai grandi, e tutte le storie di Venere, d’Apollo e di Iacinto, che egli avea fatto di pittura nella stufa che è alla vigna di Messer Baldassarre Turrini da Pescia. E parimente le quattro storie della Madalena, et i quattro Evangelisti, che sono nella volta della capella della Trinità, fatte per una meretrice, ancor che oggi sia di Messer Agnolo Massimi. Fu ritratto ancora, e messo in istampa dal medesimo, un bellissimo pilo antico, che fu di Maiano et è oggi nel cortile di San Pietro, nel quale è una caccia d’un Lione; e dopo una delle storie di marmo, antiche, che sono sotto l’arco di Gostantino, e finalmente molte storie, che Raffaello aveva disegnate per il corridore e logge di palazzo; le quali sono state poi rintagliate da Tommaso Barlacchi insieme con le storie de’ panni, che Raffaello fece pel concistoro publico. Fece dopo queste cose Giulio Romano in venti fogli intagliare da Marcantonio, in quanti diversi modi, attitudini e positure giacciono i disonesti uomini con le donne, e, che fu peggio, a ciascun modo fece Messer Pietro Aretino un disonestissimo sonetto, in tanto che io non so qual fusse più, o brutto lo spettacolo dei disegni di Giulio all’occhio, o le parole dell’Aretino agl’orecchi; la quale opera fu da papa Clemente molto biasimata. E se quanto ella fu pubblicata Giulio non fusse già partito per Mantoa, ne sarebbe stato dallo sdegno del papa aspramente castigato. E poi che ne furono trovati di questi disegni in luoghi dove meno si sarebbe pensato, furono non solamente proibiti, ma preso Marcantonio e messo in prigione. E n’arebbe avuto il malanno, se il cardinale de’ Medici e Baccio Bandinelli, che in Roma serviva il Papa, non l’avessono scampato. E nel vero non si doverebbono i doni di Dio adoperare, come molte volte si fa, in vituperio del mondo et in cose abominevoli del tutto. Marcantonio, uscito di prigione, finì d’intagliare per esso Baccio Bandinelli una carta grande, che già aveva cominciata, tutta piena d’ignudi, che arostivano in sulla graticola San Lorenzo, la quale fu tenuta veramente bella e stata intagliata con incredibile diligenza, ancor che il Bandinello, dolendosi col Papa a torto di Marcantonio, dicesse, mentre Marcantonio l’intagliava, che gli faceva molti errori. Ma ne riportò il Bandinello di questa così fatta gratitudine quel merito, di che la sua poca cortesia era degna. Perciò che, avendo finita Marcantonio la carta, prima che Baccio lo sapesse, andò, essendo del tutto avisato, al Papa, che infinitamente si dilettava delle cose del disegno, e gli mostrò l’originale, stato disegnato dal Bandinello, e poi la carta stampata, onde il Papa conobbe che Marcantonio con molto giudizio avea non solo non fatto errori, ma correttone molti fatti dal Bandinello, e di non piccola importanza, e che più avea saputo et operato egli coll’intaglio, che Baccio col disegno. E così il Papa lo commendò molto, e lo vide poi sempre volentieri; e si crede gl’averebbe fatto del bene, ma succedendo il sacco di Roma, divenne Marcantonio poco meno che mendico, perché oltre al perdere ogni cosa, se volle uscire delle mani degli Spagnuoli gli bisognò sborsare una buona taglia; il che fatto, si partì di Roma, né vi tornò mai più. Là dove poche cose si veggiono fatte da lui da quel tempo in qua. È molto l’arte nostra obligata a Marcantonio, per avere egli in Italia dato principio alle stampe, con molto giovamento et utile dell’arte, e commodo di tutti i virtuosi; onde altri hanno poi fatte l’opere che di sotto si diranno. Agostino Viniziano adunque, del quale si è di sopra ragionato, venne dopo le cose dette a Fiorenza, con animo d’accostarsi ad Andrea del Sarto, il quale dopo Raffaello era tenuto de’ migliori dipintori d’Italia. E così da costui persuaso Andrea a mettere in istampa l’opere sue, disegnò un Cristo morto sostenuto da tre Angeli. Ma perché ad Andrea non riuscì la cosa, così a punto secondo la fantasia sua, non volle mai più mettere alcuna sua opera in istampa. Ma alcuni, dopo la morte sua, hanno mandato fuori la visitazione di Santa Elisabetta, e quando San Giovanni battezza alcuni popoli, tolti dalla storia di chiaro scuro che esso Andrea dipinse nello Scalzo di Firenze. Marco da Ravenna parimente, oltre le cose che si sono dette, le quali lavorò in compagnia d’Agostino, fece molte cose da per sé, che si conoscono al suo già detto segno, e sono tutte e buone e lodevoli. Molti altri ancora sono stati dopo costoro che hanno benissimo lavorato d’intagli e fatto sì che ogni provincia ha potuto godere e vedere l’onorate fatiche degl’uomini eccellenti. Né è mancato a chi sia bastato l’animo di fare con le stampe di legno carte che paiono fatte col pennello a guisa di chiaro scuro, il che è stato cosa ingegnosa e difficile. E questi fu Ugo da Carpi, il quale, se bene fu mediocre pittore, fu nondimeno in altre fantasticherie d’acutissimo ingegno. Costui dico, come si è detto nelle teoriche al trentesimo capitolo, fu quegli che primo si provò, e gli riuscì felicemente, a fare con due stampe, una delle quali a uso di rame gli serviva a tratteggiare l’ombre, e con l’altra faceva la tinta del colore: per che, graffiata in dentro con l’intaglio, lasciava i lumi della carta in modo bianchi, che pareva, quando era stampata, lumeggiata di biacca. Condusse Ugo in questa maniera con un disegno di Raffaello, fatto di chiaro scuro, una carta nella quale è una Sibilla a sedere che legge et un fanciullo vestito che gli fa lume con una torcia. La qual cosa essendogli riuscita, prese animo, tentò Ugo di far carte con stampe di legno di tre tinte. La prima faceva l’ombra, l’altra, che era una tinta di colore più dolce, faceva un mezzo, e la terza, graffiata, faceva la tinta del campo più chiara et i lumi della carta bianchi; e gli riuscì in modo anco questa, che condusse una carta dove Enea porta addosso Anchise, mentre che arde Troia. Fece appresso un Deposto di croce e la storia di Simon Mago, che già fece Raffaello nei panni d’arazzo della già detta capella. E similmente Davitte che amazza Golia, e la fuga de’ Filistei, di che avea fatto Raffaello il disegno per dipignerla nelle logge papali. E dopo molte altre cose di chiaro scuro, fece nel medesimo modo una Venere con molti amori che scherzano. E perché, come ho detto, fu costui dipintore, non tacerò che egli dipinse a olio senza adoperare pennello ma con le dita, e parte con suoi altri instrumenti capricciosi, una tavola che è in Roma all’altare del Volto Santo; la quale tavola, essendo io una mattina con Michelagnolo a udir messa al detto altare, e veggendo in essa scritto che l’aveva fatta Ugo da Carpi senza pennello, mostrai ridendo cotale inscrizione a Michelagnolo, il quale, ridendo anch’esso, rispose: "Sarebbe meglio che avesse adoperato il pennello e l’avesse fatta di miglior maniera". Il modo adunque di fare le stampe in legno di due sorti, e fingere il chiaro scuro, trovato da Ugo, fu cagione che, seguitando molti le costui vestigie, si sono condotte da altri molte bellissime carte. Per che dopo lui Baldassarre Peruzzi, pittore sanese, fece di chiaro scuro simile una carta d’Ercole che caccia l’Avarizia, carica di vasi d’oro e d’argento, dal monte di Parnaso, dove sono le muse in diverse belle attitudini, che fu bellissima. E Francesco Parmigiano intagliò in un foglio reale aperto un Diogene, che fu più bella stampa che alcuna che mai facesse Ugo. Il medesimo Parmigiano, avendo mostrato questo modo di fare le stampe con tre forme ad Antonio da Trento, gli fece condurre in una carta grande la decollazione di San Pietro e San Paulo di chiaro scuro. E dopo in un’altra fece con due stampe solo la Sibilla Tiburtina che mostra ad Ottaviano imperadore Cristo nato in grembo alla Vergine, et uno ignudo che sedendo volta le spalle in bella maniera, e similmente in un ovato una Nostra Donna a giacere, e molte altre, che si veggiono fuori di suo stampate dopo la morte di lui da Ioannicolò Vicentino. Ma le più belle poi sono state fatte da Domenico Beccafumi sanese, dopo la morte del detto Parmigiano, come si dirà largamente nella vita di esso Domenico. Non è anco stata se non lodevole invenzione l’essere stato trovato il moda da intagliare le stampe più facilmente che col bulino, se bene non vengono così nette, cioè con l’acqua forte, dando prima in sul rame una coverta di cera, o di vernice, o colore a olio, e disegnando poi con un ferro, che abbia la punta sottile, che sgraffi la cera o la vernice o il colore che sia; per che messavi poi sopra l’acqua da partire, rode il rame di maniera che lo fa cavo, e vi si può stampare sopra. E di questa sorte fece Francesco Parmigiano molte cose piccole che sono molto graziose, sì come una Natività di Cristo, quando è morto e pianto dalle Marie, uno de’ panni di cappella fatti col disegno di Raffaello; e molte altre cose. Dopo costoro ha fatto cinquanta carte di paesi varii e belli Batista pittore vicentino e Battista del Moro veronese. Et in Fiandra ha fatto Ieronimo Coca l’arti liberali; et in Roma fra’ Bastiano viniziano la Visitazione della Pace, e quella di Francesco Salviati della Misericordia; la festa di Testaccio, oltre a molte opere, che ha fatto in Vinezia Battista Franco pittore, e molti altri maestri. Ma per tornare alle stampe semplici di rame, dopo che Marcantonio ebbe fatto tante opere, quanto si è detto di sopra, capitando in Roma il Rosso, gli persuase il Baviera che facesse stampare alcuna delle cose sue, onde egli fece intagliare a Gian Iacopo del Caraglio veronese, che allora aveva bonissima mano e cercava con ogni industria d’imitare Marcantonio, una sua figura di notomia secca, che ha una testa di morte in mano, e siede sopra un serpente, mentre un cigno canta. La quale carta riuscì di maniera, che il medesimo fece poi intagliare, in carte di ragionevole grandezza, alcuna delle forze d’Ercole: l’ammazzar dell’Idra, il combatter col Cerbero, quando uccide Cacco, il rompere le corna al toro, la battaglia de’ centauri, e quando Nesso centauro mena via Deianira. Le quali carte riuscirono tanto belle e di buono intaglio, che il medesimo Iacopo condusse, pur col disegno del Rosso, la storia delle Piche, le quali, per voler contendere e cantare a pruova et a gara con le Muse, furono convertite in cornacchie. Avendo poi il Baviera fatto disegnare al Rosso, per un libro, venti dèi posti in certe nicchie con i loro instrumenti, furono da Gian Iacopo Caraglio intagliati con bella grazia e maniera, e non molto dopo le loro trasformazioni. Ma di queste non fece il disegno il Rosso se non di due, perché venuto col Baviera in diferenza, esso Baviera ne fece fare dieci a Perino del Vaga. Le due del Rosso furono il ratto di Proserpina e Fillare trasformato in cavallo. E tutte furono dal Caraglio intagliate con tanta diligenza che sempre sono state in pregio. Dopo cominciò il Caraglio, per il Rosso, il ratto delle Sabine, che sarebbe stato cosa molto rara, ma sopravenendo il sacco di Roma non si poté finire, perché il Rosso andò via e le stampe tutte si perderono. E se bene questa è venuta poi col tempo in mano degli stampatori, è stata cattiva cosa, per avere fatto l’intaglio chi non se ne intendeva, e tutto per cavar danari. Intagliò appresso il Caraglio, per Francesco Parmigiano, in una carta lo sposalizio di Nostra Donna et altre cose del medesimo, e dopo per Tiziano Vecellio in un’altra carta una Natività, che già aveva esso Tiziano dipinta, che fu bellissima. Questo Gian Iacomo Caraglio, dopo aver fatto molte stampe di rame, come ingegnoso si diede a intagliare cammei e cristalli, in che essendo riuscito non meno eccellente che in fare le stampe di rame, ha atteso poi appresso al re di Pollonia non più alle stampe di rame, come cosa bassa, ma alle cose delle gioie, a lavorare d’incavo et all’architettura. Per che essendo stato largamente premiato dalla liberalità di quel re, ha speso e rinvestito molti danari in sul parmigiano per ridursi in vecchiezza e godere la patria e gli amici e’ discepoli suoi e le sue fatiche di molti anni. Dopo costoro è stato eccellente negli intagli di rame Lamberto Suave, di mano del quale si veggiono in tredici carte Cristo con i dodici Apostoli condotti, quanto all’intaglio, sottilmente a perfezzione. E se gli avesse avuto nel disegno più fondamento, come si conosce fatica, studio e diligenza nel resto, così sarebbe stato in ogni cosa maraviglioso, come apertamente si vede in una carta piccola d’un San Paulo che scrive, et in una carta maggiore una storia della resurrezzione di Lazzaro, nella quale si veggiono cose bellissime, e particolarmente è da considerare il foro d’un sasso nella caverna, dove finge che Lazzaro sia sepolto, et il lume che dà addosso ad alcune figure, perché è fatto con bella e capricciosa invenzione. Ha similmente mostrato di valere assai in questo esercizio Giovanbatista Mantoano, discepolo di Giulio Romano, fra l’altre cose in una Nostra Donna, che ha la luna sotto i piedi et il Figliuolo in braccio, et in alcune teste con cimieri all’antica molto belle; et in due carte, nelle quali è un capitan di bandiera a’ piè et uno a cavallo; et in una carta parimente, dove è un Marte armato che siede sopra un letto, mentre Venere mira un Cupido allattato da lei che ha molto del buono. Son anco molto capricciose di mano del medesimo due carte grandi, nelle quali è l’incendio di Troia fatto con invenzione, disegno e grazia straordinaria, le quali, e molte altre carte di man di costui, son segnate con queste lettere: I.B.M. Né è stato meno eccellente d’alcuno dei sopra detti Enea Vico da Parma, il quale, come si vede, intagliò in rame il ratto d’Elena del Rosso; e così col disegno del medesimo in un’altra carta Vulcano con alcuni amori, che alla sua fucina fabbricano saette, mentre anco i Ciclopi lavorano, che certo fu bellissima carta; et in un’altra fece la Leda di Michelagnolo; et una Nunziata col disegno di Tiziano, la storia di Iuditta, che Michelagnolo dipinse nella capella; et il ritratto del duca Cosimo de’ Medici, quando era giovane, tutto armato, col disegno del Bandinello, et il ritratto ancora d’esso Bandinello; e dopo, la zuffa di Cupido e d’Apollo, presenti tutti gli dèi. E se Enea fusse stato trattenuto dal Bandinello e riconosciuto delle sue fatiche, gli avrebbe intagliato molte altre carte bellissime. Dopo, essendo in Fiorenza Francesco allievo de’ Salviati, pittore eccellente, fece a Enea intagliare, aiutato dalla liberalità del duca Cosimo, quella gran carta della conversione di San Paulo, piena di cavagli e di soldati, che fu tenuta bellissima e diede gran nome ad Enea, il quale fece poi il ritratto del signor Giovanni de’ Medici, padre del duca Cosimo, con uno ornamento pieno di figure. Parimente intagliò il ritratto di Carlo Quinto imperadore, con un ornamento pieno di vittorie e di spoglie fatte a proposito; di che fu premiato da Sua Maestà e lodato da ognuno. Et in un’altra carta molto ben condotta, fece la vittoria che Sua Maestà ebbe in su l’Albio. Et al Doni fece a uso di medaglie alcune teste di naturale con belli ornamenti: Arrigo re di Francia, il cardinal Bembo, Messer Lodovico Ariosto, il Gello Fiorentino, Messer Lodovico Domenichi, la signora Laura Terracina, Messer Cipriano Morosino et il Doni. Fece ancora per don Giulio Clovio, rarissimo miniatore, in una carta San Giorgio a cavallo che amazza il serpente, nella quale, ancor che fusse, si può dire, delle prime cose che intagliasse, si portò molto bene. Appresso, perché Enea aveva l’ingegno elevato e disideroso di passare a maggiori e più lodate imprese, si diede agli studii dell’antichità, e particolarmente delle medaglie antiche: delle quali ha mandato fuori più libri stampati, dove sono l’effigie vere di molti imperadori e le loro mogli, con l’inscrizioni e riversi di tutte le sorti, che possono arecare a chi se ne diletta cognizione e chiarezza delle storie. Di che ha meritato e merita gran lode. E chi l’ha tassato ne’ libri delle medaglie, ha avuto il torto: perciò che chi considererà le fatiche che ha fatto e quanto siano utili e belle, lo scuserà se in qualche cosa di non molta importanza avesse fallato; e quelli errori che non si fanno se non per male informazioni, o per troppo credere o avere, con qualche ragione, diversa openione dagl’altri, sono degni di esser scusati: perché di così fatti errori hanno fatto Aristotile, Plinio e molti altri. Disegnò anco Enea, a commune sodisfazione et utile degl’uomini, cinquanta abiti di diverse nazzioni, cioè come costumano di vestire in Italia, in Francia, in Ispagna, in Portogallo, in Inghilterra, in Fiandra et in altre parti del mondo, così gl’uomini come le donne, e così i contadini come i cittadini. Il che fu cosa d’ingegno e bella e capricciosa. Fece ancora un albero di tutti gl’imperadori, che fu molto bello. Et ultimamente, dopo molti travagli e fatiche, si riposa oggi sotto l’ombra d’Alfonso Secondo, duca di Ferrara: al quale ha fatto un albero della genealogia de’ marchesi e duchi estensi. Per le quali tutte cose, e molte altre che ha fatto e fa tuttavia, ho di lui voluto fare questa onorata memoria fra tanti virtuosi. Si sono adoperati intorno agl’intagli di rame molti altri, i quali, se bene non hanno avuto tanta perfezzione, hanno nondimeno con le loro fatiche giovato al mondo e mandato in luce molte storie et opere di maestri eccellenti, e dato commodità di vedere le diverse invenzioni e maniere de’ pittori a coloro che non possono andare in que’ luoghi dove sono l’opere principali, e fatto avere cognizione agl’oltramontani di molte cose che non sapevano. Et ancor che molte carte siano state mal condotte dall’ingordigia degli stampatori, tirati più dal guadagno che dall’onore, pur si vede, oltre quelle che si son dette, in qualcun’altra essere del buono, come nel disegno grande della facciata della capella del papa, del Giudizio di Michelagnolo Buonarruoti, stato intagliato da Giorgio Mantoano; e come nella crucifissione di San Pietro e nella conversione di San Paulo dipinte nella capella Paulina di Roma et intagliate da Giovambatista de’ Cavalieri; il quale ha poi con altri disegni messo in istampe di rame la meditazione di San Giovanni Battista, il Deposto di croce della capella che Daniello Ricciarelli da Volterra dipinse nella Trinità di Roma, et una Nostra Donna con molti Angeli, et altre opere infinite. Sono poi da altri state intagliate molte cose cavate da Michelagnolo a requisizzione d’Antonio Lanferri, che ha tenuto stampatori per simile essercizio, i quali hanno mandato fuori libri con pesci d’ogni sorte. Et appresso il Faetonte, il Tizio, il Ganimede, i Saettatori, la Baccanaria, il Sogno e la Pietà, e il Crocifisso fatti da Michelagnolo alla Marchesana di Pescara. Et oltre ciò, i quattro Profeti della capella, et altre storie, e disegni stati intagliati, e mandati fuori tanto malamente, che io giudico ben fatto tacere il nome di detti intagliatori e stampatori. Ma non debbo già tacere il detto Antonio Lanferri e Tommaso Barlacchi, perché costoro et altri hanno tenuto molti giovani a intagliare stampe con i veri disegni di mano di tanti maestri che è bene tacergli per non essere lungo; essendo stati in questa maniera mandati fuori, non che altre, grottesche, tempii antichi, cornici, base, capitegli e molte altre cose simili con tutte le misure. Là dove, vedendo ridurre ogni cosa in pessima maniera, Sebastian Serlio bolognese, architettore, mosso da pietà, ha intagliato in legno et in rame dua libri d’architettura, dove son fra l’altre cose trenta porte rustiche e venti delicate; il qual libro è intitolato al re Arrigo di Francia. Parimente Antonio Abbaco ha mandato fuori con bella maniera tutte le cose di Roma antiche e motabili, con le lor misure fatte con intaglio sottile e molto ben condotto da... perugino. Né meno ha in ciò operato Iacopo Barazzo da Vignola architettore, il quale in un libro intagliato in rame ha con una facile regola insegnato ad aggrandire e sminuire secondo gli spazii de’ cinque ordini d’architettura; la qual opera è stata utilissima all’arte, e si gli deve avere obligo, sì come anco per i suoi intagli e scritti d’architettura si deve a Giovanni Cugini da Parigi. In Roma, oltre ai sopra detti, ha talmente dato opera a questi intagli di bulino Niccolò Beatricio loteringo, che ha fatto molte carte degne di lode: come sono due pezzi di pili con battaglie di cavalli, stampati in rame et altre carte tutte piene di diversi animali ben fatti, et una storia della figliuola della vedova resuscitata da Gesù Cristo, condotta fieramente col disegno di Girolamo Mosciano, pittore da Brescia. Ha intagliato il medesimo da un disegno di mano di Michelagnolo una Nunziata, e messo in stampa la nave di musaico, che fé Giotto nel portico di S. Piero. Da Vinezia similmente son venute molte carte in legno et in rame bellissime, da Tiziano in legno molti paesi, una Natività di Cristo, un San Ieronimo et un San Francesco, et in rame il Tantalo, l’Adone et altre molte carte, le quali da Iulio Buonasona bolognese sono state intagliate, con alcune altre di Raffaello, di Giulio Romano, del Parmigiano e di tanti altri maestri, di quanti ha potuto aver disegni. E Battista Franco pittor viniziano ha intagliato, parte col bulino e parte con acqua da partir, molte opere di mano di diversi maestri, la Natività di Cristo, l’Adorazione de’ Magi e la predicazione di San Piero, alcune carte degl’atti degl’Apostoli, con molte cose del Testamento Vecchio. Ed è tant’oltre proceduto quest’uso e modo di stampare, che coloro che ne fanno arte tengano disegnatori in opera continuamente, i quali ritraendo ciò che si fa di bello, lo mettono in istampa. Onde si vede che di Francia son venute stampate, dopo la morte del Rosso, tutto quello che si è potuto trovare di sua mano, come Clelia con le Sabine che passano il fiume, alcune maschere fatte per lo re Francesco, simili alle Parche, una Nunziata bizzarra, un ballo di dieci femmine, et il re Francesco che passa solo al tempio di Giove, lasciandosi dietro l’ignoranza et altre figure simili. E queste furono condotte da Renato intagliatore di rame, vivente il Rosso. E molte più ne sono state disegnate et intagliate doppo la morte di lui, et oltre molte altre cose, tutte l’istorie d’Ulisse, e non che altro, vasi, lumiere, candelieri, saliere et altre cose simili infinite state lavorate d’argento con disegno del Rosso. E Luca Penni ha mandato fuori due satiri che danno bere a un Bacco, et una Leda che cava le freccie del turcasso a Cupido, Susanna nel bagno, e molte altre carte cavate dai disegni del detto e di Francesco Bologna Primaticcio, oggi abbate di San Martino in Francia. E fra questi sono il Giudizio di Paris, Abraam che sacrifica Isac, una Nostra Donna, Cristo che sposa Santa Caterina, Giove che converte Calisto in orsa, il Concilio degli dei, Penelope che tesse con altre sue donne, et altre cose infinite stampate in legno, e fatte la maggior parte col bulino, le quali sono state cagione che si sono di maniera assotigliati gl’ingegni, che si son intagliate figure piccoline tanto bene, che non è possibile condurle a maggior finezza. E chi non vede senza maraviglia l’opere di Francesco Marcolini da Forlì, il qual oltre all’altre cose stampò il libro del giardino de’ pensieri in legno, ponendo nel principio una sfera d’astrologi e la sua testa col disegno di Giuseppo Porta da Castelnuovo della Garfagnana, nel qual libro sono figurate varie fantasie: il Fato, l’Invidia, la Calamità, la Timidità, la Laude e molte altre cose simili, che furono tenute bellissime. Non furono anco se non lodevoli le figure che Gabriel Giolito stampatore de’ libri, mise negl’Orlandi Furiosi, perciò che furono condotte con bella maniera d’intagli. Come furono anco gl’undici pezzi di carte grandi di notomia, che furono fatte da Andrea Vessalio e disegnate da Giovanni di Calcare fiamingo, pittore eccellentissimo, le quali furono poi ritratte in minor foglio et intagliate in rame dal Valverde, che scrisse della notomia dopo il Vessallio. Fra molte carte poi, che sono uscite di mano ai Fiaminghi da dieci anni in qua, sono molto belle alcune disegnate da un Michele pittore, il quale lavorò molti anni in Roma in due capelle, che sono nella chiesa de’ Tedeschi, le quali carte sono la storia delle serpi di Moisè, e trentadue storie di Psiche e d’Amore, che sono tenute bellissime. Ieronimo Cocca similmente fiamingo ha intagliato, col disegno et invenzione di Martino Ems Kycr, in una carta grande, Dalila che tagliando i capegli a Sansone ha non lontano il tempio de’ Filistei, nel quale, rovinate le torri, si vede la strage e rovina de’ morti, e la paura de’ vivi che fuggono. Il medesimo in tre carte minori ha fatto la creazione d’Adamo et Eva, il mangiar del pomo e quando l’Angelo gli caccia di Paradiso. Et in quattro altre carte della medesima grandezza, il diavolo che nel cuore dell’uomo dipigne l’avarizia e l’ambizione, e nell’altre tutti gl’affetti che i sopra detti seguono. Si veggiono anco di sua mano ventisette storie della medesima grandezza di cose del Testamento, dopo la cacciata d’Adamo del Paradiso, disegnate da Martino con fierezza e pratica molto risoluta, e molto simile alla maniera italiana. Intagliò appresso Ieronimo in sei tondi i fatti di Susanna et altre ventitré storie del Testamento Vecchio simili alle prime di Abraam, cioè in sei carte i fatti di Davit, in otto pezzi quegli di Salomone, in quattro quegli di Balaam, et in cinque quegli di Iudit e Susanna. E del Testamento Nuovo intagliò ventinove carte, cominciando dall’anunziazione della Vergine insino a tutte la Passione e morte di Gesù Cristo. Fece anco col disegno del medesimo Martino le sette opere della misericordia, e la storia di Lazzero ricco e Lazzero povero. Et in quattro carte la parabola del samaritano ferito da’ ladroni, et in altre quattro carte quella che scrive S. Matteo a’ diciotto capitoli dei talenti. E mentre che Liè Frynch a sua concorrenza fece in dieci carte la vita e morte di San Giovanni Battista, egli fece le dodici tribù in altre tante carte, figurando per la lussuria Ruben in sul porco, Simeon con la spada per l’omicidio, e similmente gl’altri capi delle tribù con altri segni e proprietà della natura loro. Fece poi d’intaglio più gentile in dieci carte le storie et i fatti di Davit, da che Samuel l’unse, fino a che se n’andò dinanzi a Saulo. Et in sei altre carte fece l’inamoramento d’Amon con Tamar sua sorella, e lo stupro e morte del medesimo Amon. E non molto dopo fece della medesima grandezza dieci storie de’ fatti di Iobbe, e cavò da tredici capitoli de’ proverbii di Salamone, cinque carte della sorte medesima. Fece ancora i Magi, e dopo in sei pezzi la parabola, che è in San Matteo a dodici, di coloro che per diverse cagioni recusarono d’andar al convito del re, e colui che v’andò non avendo la veste nuziale. E della medesima grandezza in sei carte alcuni degl’atti degl’Apostoli, et in otto carte simili figurò in varii abiti, otto donne di perfetta bontà: sei del Testamento vecchio, Iabil, Ruth, Abigail, Iudith, Esther e Susanna; e del nuovo, Maria Vergine madre di Gesù Cristo e Maria Madalena. E dopo queste fece intagliare in sei carte i trionfi della Pacienza, con varie fantasie. Nella prima è sopra un carro la Pacienza, che ha in mano uno stendardo, dentro al quale è una rosa fra le spine. Nell’altra si vede sopra un’ancudine un cuor che arde, percosso da tre martella; et il carro di questa seconda carta è tirato da due figure: cioè dal Disiderio, che ha l’ale sopra gl’omeri, e dalla Speranza che ha in mano un’àncora, e si mena dietro, come prigiona, la Fortuna, che ha rotto la ruota. Nell’altra carta è Cristo in sul carro con lo stendardo della croce e della sua Passione. Et in sui canti sono gl’Evangelisti in forma d’animati. E questo carro è tirato da dua agnelli, e dietro ha quattro prigioni: il diavolo, il mondo, o vero la carne, il peccato e la morte. Nell’altro trionfo è Isaac nudo sopra un camello, e nella bandiera che tiene in mano è un paio di ferri da prigione, e si tira dietro l’altare col montone, il coltello et il fuoco. In un’altra carta fece Iosef, che trionfa sopra un bue coronato di spighe e di frutti, con uno stendardo, dentro al quale è una cassa di pecchie. Et i prigioni, che si trae dietro, sono Zefira e l’Invidia, che si mangiano un cuore. Intagliò in un altro trionfo Davit, sopra un lione, con la cetara e con uno standardo in mano, dentro al quale è un freno, e dietro a lui è Saul prigione et i Semei con la lingua fuora. In un’altra è Tobia che trionfa sopra l’asino, et ha in mano uno stendardo dentrovi una fonte; e si trae dietro legati come prigioni la Povertà e la Cecità. L’ultimo de’ sei trionfi è Santo Stefano protomartire, il quale trionfa sopra un elefante et ha nello stendardo la Carità, et i prigioni sono i suoi persecutori. Le quali tutte sono state fantasie capricciose e piene d’ingegno; e tutte furono intagliate da Ieronimo Coch la cui mano è fiera, sicura e gagliarda molto. Intagliò il medesimo con bel capriccio in una carta la Fraude e l’Avarizia, et in un’altra bellissima una bacanaria con putti che ballano. In un’altra fece Moisè che passa il Mare Rosso, secondo che l’aveva dipinta Agnolo Bronzino, pittore fiorentino, nel palagio del duca di Fiorenza, nella capella di sopra. A concorrenza del quale pur col disegno del Bronzino intagliò Giorgio Mantovan una Natività di Gesù Cristo, che fu molto bella. E dopo queste cose intagliò Ieronimo, per colui che ne fu inventore, dodici carte delle vittorie, battaglie e fatti d’arme di Carlo Quinto. Et al Verese, pittore e gran maestro, in quelle parti di prospettiva, in venti carte diversi casamenti, et a Ieronimo Bos una carta di San Martino con una barca piena di diavoli in bizzarrissime forme; et in un’altra un alchimista, che in diversi modi consumando il suo e stillandosi il cervello, getta via ogni suo avere, tanto che al fine si conduce allo spedale con la moglie e con i figliuoli; la qual carta gli fu disegnata da un pittore che gli fece intagliare i sette peccati mortali, con diverse forme di dèmoni, che furono cosa fantastica e da ridere, il Giudizio Universale, et un vecchio, il quale con una lanterna cerca della Quiete fra le mercerie del mondo e non la truova, e similmente un pesce grande, che si mangia alcuni pesci minuti; et un Carnovale che godendosi con molti a tavola, caccia via la Quaresima; et in un’altra poi la Quaresima che caccia via il Carnovale; e tante altre fantastiche e capricciose invenzioni che sarebbe cosa fastidiosa a volere di tutte ragionare. Molti altri Fiaminghi hanno con sottilissimo studio imitata la maniera d’Alberto Duro, come si vede nelle loro stampe; e particolarmente in quelle di... che con intaglio di figure piccole ha fatto quattro storie della creazione d’Adamo, quattro dei fatti di Abraam e di Lotto, et altre quattro di Susanna, che sono bellissime. Parimente, G. P. ha intagliato in sette tondi piccioli, le sette opere della Misericordia; otto storie tratte dai libri de’ Re; un Regolo messo nella botte piena di chiodi, et Artemisia, che è una carta bellissima. Et I. B. ha fatto i quattro Evangelisti tanto piccoli, che è quasi impossibile a condurli; et appresso cinque altre carte molto belle: nella prima delle quali è una vergine condotta dalla morte così giovinetta alla fossa; nella seconda Adamo; nella terza un villano; nella quarta un vescovo; e nella quinta un cardinale, tirato ciascuno, come la vergine, dalla morte all’ultimo giorno. Et in alcun’altre molti Tedeschi che vanno con loro donne a’ piaceri, et alcuni satiri belli e capricciosi. E da... si veggono intagliati con diligenza i quattro Evangelisti, non men belli che si siano dodici storie del figliuol prodigo, di mano di M. con molta diligenza. Ultimamente Francesco Flori, pittore in quelle parti famoso, ha fatto gran numero di disegni e d’opere, che poi sono state intagliate per la maggior parte da Ieronimo Coch, come sono in dieci carte le forze d’Ercole, et in una grande tutte l’azzioni dell’umana vita. In un’altra gl’Orazii et i Curiazii che combattono in uno steccato; il giudizio di Salamone, et un combattimento fra i pigmei et Ercole. Et ultimamente ha intagliato un Caino che ha occiso Abel, e sopra gli sono Adamo et Eva che lo piangono. Similmente un Abraam che sopra l’altare vuol sacrificare Isaac, con infinite altre carte piene di tante varie fantasie, che è uno stupore et una maraviglia considerare che sia stato fatto nelle stampe di rame e di legno. Per ultimo basti vedere gl’intagli di questo nostro libro dei ritratti de’ pittori, scultori et architetti disegnati da Giorgio Vasari e dai suoi creati, e state intagliate da maestro Cristofano..., che ha operato et opera di continuo in Vinezia infinite cose degne di memoria. E per ultimo di tutto il giovamento che hanno gl’oltramontani avuto dal vedere, mediante le stampe, le maniere d’Italia, e gl’Italiani dall’aver veduto quelle degli stranieri et oltramontani, si deve avere, per la maggior parte, obligo a Marcantonio bolognese, perché oltre all’aver egli aiutato i principii di questa professione quanto si è detto, non è anco stato per ancora chi l’abbia gran fatto superato, sì bene pochi in alcune cose gl’hanno fatto paragone. Il qual Marcantonio non molto dopo la sua partita di Roma si morì in Bologna. E nel nostro libro sono di sua mano alcuni disegni d’Angeli fatti di penna et altre carte molto belle, ritratte dalle camere che dipinse Raffaello da Urbino. Nelle quali camere fu Marcantonio, essendo giovane, ritratto da Raffaello in uno di que’ palafrenieri che portano papa Iulio Secondo, in quella parte dove Enea sacerdote fa orazione. E questo sia il fine della vita di Marcantonio Bolognese e degl’altri sopra detti intagliatori di stampe; de’ quali ho voluto fare questo lungo, sì, ma necessario discorso, per sodisfare non solo agli studiosi delle nostre arti, ma tutti coloro ancora che di così fatte opere si dilettano.