Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giuliano da Maiano

Giuliano da Maiano

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonio Filarete e Simone Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Piero della Francesca IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Antonio Filarete e Simone Piero della Francesca

VITA DI GIULIANO DA MAIANO SCULTORE ET ARCHITETTO

Non piccolo errore fanno que’ padri di famiglia che non lasciano fare nella fanciullezza il corso della natura agl’ingegni de’ figliuoli e che non lasciano esercitargli in quelle facultà che più sono secondo il gusto loro, però che il volere volgergli a quello che non va loro per l’animo, è un cercar manifestamente che non siano mai eccellenti in cosa nessuna; essendo che si vede quasi sempre che coloro che non operano secondo la voglia loro, non fanno molto profitto in qual si voglia essercizio. Per l’opposito, quegli che seguitano lo instinto della natura vengono il più delle volte eccellenti e famosi nell’arti che fanno, come si conobbe chiaramente in Giuliano da Maiano; il padre del quale, essendo lungamente vivuto nel poggio di Fiesole, dove si dice Maiano, con lo essercizio di squadratore di pietre, si condusse finalmente in Fiorenza, dove fece una bottega di pietre lavorate, tenendola fornita di que’ lavori che sogliono improvisamente, il più delle volte, venire a bisogno a chi fabrica qualche cosa. Standosi dunque in Firenze gli nacque Giuliano, il quale, perché parve col tempo al padre di buono ingegno, disegnò di farlo notaio, parendogli che lo scarpellare come aveva fatto egli fusse troppo faticoso essercizio e di non molto utile; ma non gli venne ciò fatto, perché, se bene andò un pezzo Giuliano alla scola di grammatica non vi ebbe mai il capo, e per conseguenza non vi fece frutto nessuno; anzi fuggendosene più volte, mostrò d’aver tutto l’animo volto alla scultura, se bene da principio si mise all’arte del legnaiuolo e diede opera al disegno. Dicesi che con Giusto e Minore, maestri di tarsie, lavorò i banchi della sagrestia della Nunziata e similmente quelli del coro che è allato alla cappella, e molte cose nella Badia di Fiesole et in S. Marco; e che per ciò acquistatosi nome, fu chiamato a Pisa, dove lavorò in Duomo la sedia che è a canto all’altar maggiore, dove stanno a sedere il sacerdote e diacono e sodiacono, quando si canta la messa; nella spalliera della quale fece di tarsia, con legni tinti et ombrati, i tre profeti che vi si veggiono. Nel che fare, servendosi di Guido del Servellino e di maestro Domenico di Mariotto, legnaiuoli pisani, insegnò loro di maniera l’arte, che poi feciono così d’intaglio come di tarsie la maggior parte di quel coro, il quale a’ nostri dì è stato finito, ma con assai miglior maniera, da Batista del Cervelliera pisano, uomo veramente ingegnoso e soffistico. Ma tornando a Giuliano, egli fece gl’armarii della sagrestia di Santa Maria del Fiore, che per cosa di tarsia e di rimessi furono tenuti in quel tempo mirabili; e così, seguitando Giuliano d’attender alla tarsia et alla scultura et architettura, morì Filippo di ser Brunellesco; onde, messo dagl’Operai in luogo suo, incrostò di marmo, sotto la volta della cupola, le fregiature di marmi bianchi e neri, che sono intorno agl’occhi. Et in sulle cantonate fece i pilastri di marmo sopra i quali furono messi poi da Baccio d’Agnolo l’architrave, fregio e cornice, come di sotto si dirà. Vero è che costui, per quanto si vede in alcuni disegni di sua mano che sono nel nostro libro, voleva fare altro ordine di fregio cornice e ballatoio, con alcuni frontespizii a ogni faccia dell’otto della cupola, ma non ebbe tempo di metter ciò in opera, perché traportato dal lavoro d’oggi in domani, si morì. Ma innanzi che ciò fusse, andato a Napoli, fece a Poggio Reale, per lo re Alfonso, l’architettura di quel magnifico palazzo, con le belle fonti e condotti che sono nel cortile. E nella città similmente, e per le case de’ gentiluomini e per le piazze, fece disegni di molte fontane con belle e capricciose invenzioni. Et il detto palazzo di Poggio Reale fece tutto dipignere da Piero del Donzello e Polito suo fratello. Di scultura parimente fece al detto re Alfonso, allora Duca di Calavria, nella sala grande del castello di Napoli, sopra una porta di dentro e di fuori, storie di basso rilievo, e la porta del castello di marmo, d’ordine corinzio con infinito numero di figure. E diede a quell’opera forma d’arco trionfale, dove le storie et alcune vittorie di quel re sono sculpite di marmo. Fece similmente Giuliano l’ornamento della porta Capovana, et in quella molti trofei variati e belli; onde meritò che quel re gli portasse grand’amore, e rimunerandolo altamente delle fatiche, adagiasse i suoi discendenti. E perché aveva Giuliano insegnato a Benedetto suo nipote l’arte delle tarsie, l’architettura et a lavorar qualche cosa di marmo, Benedetto si stava in Fiorenza, attendendo a lavorar di tarsia, perché gl’apportava maggior guadagno che l’altre arti non facevano, quando Giuliano, da Messer Antonio Rosello aretino, segretario di papa Paulo II, fu chiamato a Roma al servizio di quel Pontefice, dove andato, gl’ordinò nel primo cortile del palazzo di S. Piero le logge di trevertino con tre ordini di colonne: la prima del piano da basso, dove sta oggi il Piombo et altri uffizii; la seconda di sopra dove sta il datario et altri prelati; e la terza e ultima, dove sono le stanze che rispondono in sul cortile di S. Piero, le quali adornò di palchi dorati e d’altri ornamenti. Furono fatte similmente col suo disegno le logge di marmo dove il Papa dà la benedizzione, il che fu lavoro grandissimo, come ancor oggi si vede. Ma quello che egli fece di stupenda maraviglia più che altra cosa, fu il palazzo che fece per quel Papa, insieme con la chiesa di S. Marco di Roma; dove andò una infinità di trevertini, che furono cavati, secondo che si dice, di certe vigne vicine all’arco di Gostantino, che venivano a esser contraforti de’ fondamenti di quella parte del Colosseo ch’è oggi rovinata, forse per aver allentato quell’edifizio. Fu dal medesimo Papa mandato Giuliano alla Madonna di Loreto, dove rifondò e fece molto maggior il corpo di quella chiesa, che prima era piccola e sopra pilastri alla selvatica; ma non andò più alto che il cordone che vi era; nel qual luogo condusse Benedetto suo nipote, il quale, come si dirà, voltò poi la cupola. Dopo, essendo forzato Giuliano a tornare a Napoli per finire l’opere incominciate gli fu allogata dal re Alfonso una porta vicina al castello, dove andavano più d’ottanta figure, le quali aveva Benedetto a lavorar in Fiorenza; ma il tutto, per la morte di quel re, rimase imperfetto e ne sono ancora alcune reliquie in Fiorenza nella Misericordia, et alcune altre n’erano al canto alla Macine a’ tempi nostri, le quali non so dove oggi si ritrovino. Ma inanzi che morisse il re, morì in Napoli Giuliano di età di 70 anni, e fu con ricche essequie molto onorato, avendo il re fatto vestire a bruno 50 uomini che l’accompagnarono alla sepoltura, e poi dato ordine che gli fusse fatto un sepolcro di marmo. Rimase Polito nell’avviamento suo, il quale diede fine a’ canali per l’acque di Poggio Reale. E Benedetto attendendo poi alla scultura passò in eccellenza, come si dirà, Giuliano suo zio; e fu concorrente nella giovanezza sua d’uno scultore, che faceva di terra, chiamato Modanino da Modena, il quale lavorò al detto Alfonso, una pietà con infinite figure tonde di terra cotta colorite, le quali con grandissima vivacità furono condotte, e dal re fatte porre nella chiesa di Monte Oliveto di Napoli, monasterio in quel luogo onoratissimo; nella quale opera è ritratto il detto re inginocchioni, il quale pare veramente più che vivo. Onde Modanino fu da lui con grandissimi premii rimunerato, ma morto che fu, come si è detto, il re, Polito e Benedetto se ne ritornarono a Fiorenza, dove non molto tempo dopo se n’andò Polito dietro a Giuliano per sempre. Furono le sculture e pitture di costoro circa gl’anni di nostra salute 1447.

FINE DELLA VITA DI GIULIANO DA MAIANO