Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giovann'Antonio Lappoli

Giovann'Antonio Lappoli

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Domenico Beccafumi e Maestro di Getti Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Niccolò Soggi IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Domenico Beccafumi e Maestro di Getti Niccolò Soggi

VITA DI GIOVANN’ANTONIO LAPPOLI PITTORE ARETINO

Rade volte aviene che d’un ceppo vecchio non germogli alcun rampollo buono, il quale col tempo crescendo non rinuovi e colle sue frondi rivesta quel luogo spogliato e faccia con i frutti conoscere a chi gli gusta il medesimo sapore che già si sentì del primo albero. E che ciò sia vero si dimostra nella presente vita di Giovann’Antonio, il quale, morendo Matteo suo padre, che fu l’ultimo de’ pittori del suo tempo assai lodato, rimase con buone entrate al governo della madre e così si stette infino a dodici anni; al qual termine della sua età pervenuto, Giovan Antonio, non si curando di pigliare altro esercizio che la pittura, mosso oltre all’altre cagioni dal volere seguire le vestigie e l’arte del padre, imparò sotto Domenico Pecori pittore aretino, che fu il suo primo maestro, il quale era stato insieme con Matteo suo padre discepolo di Clemente, i primi principii del disegno. Dopo, essendo stato con costui alcun tempo e desiderando far miglior frutto che non faceva sotto la disciplina di quel maestro et in quel luogo, dove non poteva anco da per sé imparare, ancor che avesse l’inclinazione della natura, fece pensiero di volere che la stanza sua fusse Fiorenza. Al quale suo proponimento, aggiuntosi che rimase solo per la morte della madre, fu assai favorevole la fortuna, perché maritata una sorella che aveva di piccola età a Lionardo Ricoveri ricco e de’ primi cittadini ch’allora fusse in Arezzo, se n’andò a Fiorenza, dove fra l’opere di molti che vidde, gli piacque più che quella di tutti gli altri che avevano in quella città operato nella pittura, la maniera d’Andrea del Sarto e di Iacopo da Puntormo; per che risolvendosi d’andare a stare con uno di questi due, si stava sospeso a quale di loro dovesse appigliarsi, quando scoprendosi la Fede e la Carità fatta dal Puntormo sopra il portico della Nunziata di Firenze, deliberò del tutto d’andare a star con esso Puntormo, parendogli che la costui maniera fusse tanto bella, che si potesse sperare che egli, allora giovane, avesse a passare inanzi a tutti i pittori giovani della sua età, come fu in quel tempo ferma credenza d’ognuno. Il Lappoli adunque, ancor che fusse potuto andare a star con Andrea, per le dette cagioni si mise col Puntormo, appresso al quale continuamente disegnando, era da due sproni per la concorrenza cacciato alla fatica terribilmente. L’uno si era Giovan Maria dal Borgo a Sansepolcro, che sotto il medesimo attendeva al disegno et alla pittura, et il quale, consigliandolo sempre al suo bene, fu cagione che mutasse maniera e pigliasse quella buona del Puntormo. L’altro (e questi lo stimolava più forte) era il vedere che Agnolo chiamato il Bronzino era molto tirato innanzi da Iacopo, per una certa amorevole sommessione, bontà e diligente fatica che aveva nell’imitare le cose del maestro; senzaché disegnava benissimo e si portava ne’ colori di maniera, che diede speranza di dovere a quell’eccellenza e perfezzione venire, che in lui si è veduta e vede ne’ tempi nostri. Giovan Antonio dunque, disideroso d’imparare e spinto dalle sudette cagioni, durò molti mesi a far disegni e ritratti dell’opere di Iacopo Puntormo tanto ben condotti e begli e buoni, che se egli avesse seguitato e per la natura, che l’aiutava, per la voglia del venire eccellente e per la concorrenza e buona maniera del maestro, si sarebbe fatto eccellentissimo: e ne possono far fede alcuni disegni di matita rossa, che di sua mano si veggiono nel nostro libro. Ma i piaceri, come spesso si vede avvenire, sono ne’ giovani le più volte nimici della virtù e fanno che l’intelletto si disvia, e però bisognerebbe a chi attende agli studi di qual si voglia scienza, facultà et arte, non avere altre pratiche che di coloro che sono della professione e buoni e costumati. Giovan Antonio, dunque, essendosi messo a stare, per essere governato, in casa d’un ser Raffaello di Sandro Zoppo, cappellano in San Lorenzo, al quale dava un tanto l’anno, dismesse in gran parte lo studio della pittura; perciò che, essendo questo prete galantuomo e dilettandosi di pittura, di musica e d’altri trattenimenti, praticavano nelle sue stanze, che aveva in San Lorenzo, molte persone virtuose e fra gl’altri Messer Antonio da Lucca, musico e sonator di liuto eccellentissimo, che allora era giovinetto; dal quale imparò Giovan Antonio a sonar di liuto. E se bene nel medesimo luogo praticava anco il Rosso pittore et alcuni altri della professione, si attenne più tosto il Lappoli agl’altri che a quelli dell’arte, da’ quali arebbe potuto molto imparare et in un medesimo tempo trattenersi. Per questi impedimenti, adunque, si raffreddò in gran parte la voglia che aveva mostrato d’avere della pittura in Giovan Antonio, ma tuttavia essendo amico di Pier Francesco di Iacopo di Sandro, il quale era discepolo d’Andrea del Sarto, andava alcuna volta a disegnare seco nello Scalzo e pitture et ignudi di naturale. E non andò molto che, datosi a colorire, condusse de’ quadri di Iacopo, e poi da sé alcune Nostre Donne e ritratti di naturale, fra i quali fu quello di detto Messer Antonio da Lucca e quello di ser Raffaello, che sono molto buoni. Essendo poi l’anno 1523 la peste in Roma, se ne venne Perino del Vaga a Fiorenza, e cominciò a tornarsi anch’egli con ser Raffaello del Zoppo, per che, avendo fatta seco Giovan Antonio stretta amicizia, avendo conosciuta la virtù di Perino, se gli ridestò nell’animo il pensiero di volere, lasciando tutti gl’altri piaceri, attendere alla pittura, e cessata la peste andare con Perino a Roma. Ma non gli venne fatto perché, venuta la peste in Fiorenza, quando appunto avea finito Perino la storia di chiaro scuro della sommersione di faraone nel Mar Rosso, di color di bronzo, per ser Raffaello, al quale fu sempre presente il Lappoli, furono forzati l’uno e l’altro per non vi lasciare la vita, partirsi di Firenze. Onde tornato Giovan Antonio in Arezzo si mise, per passar tempo, a fare in una storia in tela la morte d’Orfeo, stato ucciso dalle Baccanti; si mise, dico, a fare questa storia in color di bronzo di chiaro scuro nella maniera che avea veduto fare a Perino la sopra detta; la quale opera finita gli fu lodata assai. Dopo si mise a finire una tavola, che Domenico Pecori già suo maestro aveva cominciata per le monache di Santa Margherita; nella quale tavola, che è oggi dentro al monasterio, fece una Nunziata. E due cartoni fece per due ritratti di naturale dal mezzo in su, bellissimi: uno fu Lorenzo d’Antonio di Giorgio, allora scolare e giovane bellissimo, e l’altro fu ser Piero Guazzesi, che fu persona di buon tempo. Cessata finalmente alquanto la peste, Cipriano d’Anghiani, uomo ricco in Arezzo, avendo fatta murare di que’ giorni nella Badia di Santa Fiore in Arezzo una cappella con ornamenti e colonne di pietra serena, allogò la tavola a Giovan Antonio per prezzo di scudi cento. Passando in tanto per Arezzo il Rosso, che se n’andava a Roma et alloggiando con Giovan Antonio suo amicissimo, intesa l’opera che aveva tolta a fare, gli fece, come volle il Lappoli, uno schizzetto tutto d’ignudi molto bello; per che messo Giovan Antonio mano all’opera, imitando il disegno del Rosso, fece nella detta tavola la visitazione di S. Lisabetta, e nel mezzo tondo di sopra un Dio Padre con certi putti, ritraendo i panni e tutto il resto di naturale. E condottola a fine ne fu molto lodato e comendato e massimamente per alcune teste ritratte di naturale, fatte con buona maniera e molto utile. Conoscendo poi Giovan Antonio, che a voler fare maggior frutto nell’arte, bisognava partirsi d’Arezzo, passata del tutto la peste a Roma, deliberò andarsene là dove già sapeva ch’era tornato Perino, il Rosso e molti altri amici suoi, e vi facevano molte opere e grandi. Nel qual pensiero se gli porse occasioni d’andarvi comodamente. Per che, venuto in Arezzo Messer Paolo Valdarabrini, segretario di papa Clemente Settimo, che tornando di Francia in poste passò per Arezzo per vedere i fratelli e nipoti, l’andò Giovan Antonio a visitare; onde Messer Paolo, che era disideroso che in quella sua città fussero uomini rari in tutte le virtù, i quali mostrassero gl’ingegni che dà quell’aria e quel cielo a chi vi nasce, confortò Giovan Antonio, ancor che molto non bisognasse, a dovere andar seco a Roma, dove gli farebbe avere ogni commodità di potere attendere agli studi dell’arte. Andato dunque con esso Messer Paolo a Roma, vi trovò Perino, il Rosso et altri amici suoi, et oltre ciò gli venne fatto, per mezzo di Messer Paolo, di conoscere Giulio Romano, Bastiano Viniziano e Francesco Mazzuoli da Parma, che in que’ giorni capitò a Roma; il quale Francesco, dilettandosi di sonare il liuto, e perciò ponendo grandissimo amor a Giovanni Antonio, fu cagione col praticare sempre insieme, che egli si mise con molto studio a disegnare e colorire et a valersi dell’occasione che aveva d’essere amico ai migliori dipintori che allora fussero in Roma. E già avendo quasi condotto a fine un quadro, dentrovi una Nostra Donna grande quanto è il vivo, il quale voleva Messer Paolo donare a papa Clemente per fargli conoscere il Lappoli, venne, sì come volle la fortuna che spesso s’attraversa a’ disegni degli uomini, a sei di maggio l’anno 1527, il Sacco infelicissimo di Roma. Nel quale caso, correndo Messer Paulo a cavallo e seco Giovan Antonio alla porta di Santo Spirito in Trastevere, per far opera che non così tosto entrassero per quel luogo i soldati di Borbone, e vi fu esso Messer Paolo morto et il Lappoli fatto prigione dagli Spagnuoli. E poco dopo, messo a sacco ogni cosa, si perdè il quadro, i disegni fatti nella cappella e ciò che aveva il povero Giovan Antonio, il quale dopo molto essere stato tormentato dagli Spagnuoli, perché pagasse la taglia, una notte in camicia si fuggì con altri prigioni. E mal condotto e disperato, con gran pericolo della vita, per non esser le strade sicure, si condusse finalmente in Arezzo dove, ricevuto da Messer Giovanni Polastra, uomo litteratissimo, che era suo zio, ebbe che fare a riaversi, sì era mal condotto per lo stento e per la paura. Dopo, venendo il medesimo anno in Arezzo sì gran peste che morivano quattrocento persone il giorno, fu forzato di nuovo Giovan Antonio a fuggirsi tutto disperato e di mala voglia e star fuora alcuni mesi; ma cessata finalmente quella influenza, in modo che si poté cominciare a conversare insieme, un fra’ Guasparri conventuale di San Francesco, allora guardiano del convento di quella città, allogò a Giovan Antonio la tavola dell’altar maggiore di quella chiesa per cento scudi, acciò vi facesse dentro l’adorazione de’ Magi; per che il Lappoli, sentendo che ’l Rosso era al Borgo San Sepolcro e vi lavorava (essendosi anch’egli fuggito di Roma) la tavola della Compagnia di Santa Croce, andò a visitarlo, e dopo avergli fatto molte cortesie e fattogli portare alcune cose d’Arezzo, delle quali sapeva che aveva necessità, avendo perduto ogni cosa nel Sacco di Roma, si fece far un bellissimo disegno della tavola detta che aveva da fare per fra’ Guasparri. Alla quale messo mano, tornato che fu in Arezzo, la condusse secondo i patti in fra un anno dal dì della locazione et in modo bene che ne fu sommamente lodato. Il quale disegno del Rosso l’ebbe poi Giorgio Vasari e da lui il molto reverendo don Vincenzio Borghini, spedalingo degli Innocenti di Firenze, e che l’ha in un suo libro di disegni di diversi pittori. Non molto dopo, essendo entrato Giovan Antonio mallevador al Rosso per trecento scudi, per conto di pitture che dovea il detto Rosso fare nella Madonna delle Lacrime, fu Giovan Antonio molto travagliato perché, essendosi partito il Rosso senza finir l’opera, come si è detto nella sua vita, et astretto Giovanni Antonio a restituire i danari, se gl’amici e particolarmente Giorgio Vasari, che stimò trecento scudi quello che avea lasciato finito il Rosso, non l’avessero aiutato, sarebbe Giovan Antonio poco meno che rovinato per fare onore et utile alla patria. Passati que’ travagli, fece il Lappoli per l’abbate Camaiani di Bibbiena, a Santa Maria del Sasso, luogo de’ frati predicatori in Casentino, in una cappella nella chiesa di sotto, una tavola a olio dentrovi la Nostra Donna, San Bartolomeo e S. Matia; e si portò molto bene contrafacendo la maniera del Rosso. E ciò fu cagione che una Fraternita in Bibbiena gli fece poi fare, in un gonfalone da portare a processione, un Cristo nudo con la croce in ispalla, che versa sangue nel calice, e dall’altra banda una Nunziata, che fu delle buone cose che facesse mai. L’anno 1534, aspettandosi il duca Alessandro de’ Medici in Arezzo, ordinarono gl’Aretini e Luigi Guicciardini commessario in quella città, per onorare il Duca, due comedie. D’una erano festaiuoli e n’avevano cura una compagnia de’ più nobili giovani della città che si facevano chiamare gl’Umidi, e l’apparato e scena di questa, che fu una comedia degli Intronati da Siena, fece Niccolò Soggi, che ne fu molto lodato, e la comedia fu recitata benissimo e con infinita sodisfazione di chiunque la vidde. Dell’altra erano festaiuoli a concorrenza un’altra compagnia di giovani similmente nobili, che si chiamava la Compagnia degl’Infiammati. Questi dunque, per non esser meno lodati che si fussino stati gl’Umidi, recitando una comedia di Messer Giovanni Polastra, poeta aretino, guidata da lui medesimo, fecero far la prospettiva a Giovan Antonio, che si portò sommamente bene. E così la comedia fu con molto onore di quella compagnia e di tutta la città recitata. Né tacerò un bel capriccio di questo poeta, che fu veramente uomo di bellissimo ingegno. Mentre che si durò a fare l’apparato di queste et altre feste, più volte si era fra i giovani dell’una e l’altra Compagnia, per diverse cagioni e per la concorrenza, venuto alle mani e fattosi alcuna quistione, per che il Polastra, avendo menato la cosa secretamente affatto, ragunati che furono i popoli e i gentiluomini e le gentildonne dove si aveva la comedia a recitare, quattro di que’ giovani, che altre volte si erano per la città affrontati, usciti con le spade nude e le cappe imbracciate, cominciarono in sulla scena a gridare e fingere d’ammazzarsi, et il primo che si vidde di loro uscì con una tempia fintamente insanguinata gridando: "Venite fuora, traditori". Al quale rumore, levatosi tutto il popolo in piedi e cominciandosi a cacciar la mano all’armi, i parenti de’ giovani, che mostravano di tirarsi coltellate terribili, correvano alla volta della scena, quando il primo che era uscito, voltosi agl’altri giovani, disse: "Fermate, signori; rimettete dentro le spade, che non ho male et ancora che siamo in discordia e crediate che la comedia non si faccia, ella si farà, e così ferito come sono, vo cominciare il prologo". E così, dopo questa burla, alla quale rimasono colti tutti i spettatori e gli strioni medesimi, eccetto i quattro sopra detti, fu cominciata la comedia e tanto bene recitata, che l’anno poi 1540 quando il signor duca Cosimo e la signora duchessa Leonora furono in Arezzo, bisognò che Giovann’Antonio, di nuovo facendo la prospettiva in sulla piazza del vescovado, la facesse recitare a loro eccellenze, e sì come altra volta erano i recitatori di quella piaciuti, così tanto piacquero allora al signor Duca, che furono poi, il carnovale vegnente, chiamati a Fiorenza a recitare. In queste due prospettive adunque si portò il Lappoli molto bene e ne fu sommamente lodato. Dopo fece un ornamento a uso d’arco trionfale, con istorie di color di bronzo, che fu messo intorno all’altare della Madonna delle Chiave. Essendosi poi fermo Giovan Antonio in Arezzo, con proposito, avendo moglie e figliuoli, di non andar più attorno, e vivendo d’entrate e degl’uffizii, che in quella città godono i cittadini di quella si stava senza molto lavorare. Non molto dopo queste cose, cercò che gli fussero allogate due tavole, che s’avevano a fare in Arezzo, una nella chiesa e compagnia di S. Rocco, e l’altra all’altare maggiore di S. Domenico, ma non gli riuscì; perciò che l’una e l’altra fu fatta fare a Giorgio Vasari, essendo il suo disegno, fra molti che ne furono fatti, più di tutti gli altri piaciuto. Fece Giovann’Antonio per la Compagnia dell’Ascensione di quella città, in un golfalone da portare a processione, Cristo che risuscita, con molti soldati intorno al sepolcro, et il suo ascendere in cielo, con la Nostra Donna in mezzo a’ dodici Apostoli, il che fu fatto molto bene e con diligenza. Nel castello della Pieve fece, in una tavola a olio, la visitazione di Nostra Donna et alcuni Santi attorno, et in una tavola, che fu fatta per la pieve a S. Stefano, la Nostra Donna et altri Santi. Le quali due opere condusse il Lappoli molto meglio che l’altre che aveva fatto infino allora, per avere veduti, con suo commodo, molti rilievi e gessi di cose formate dalle statue di Michelagnolo e da altre cose antiche, stati condotti da Giorgio Vasari nelle sue case d’Arezzo. Fece il medesimo alcuni quadri di Nostre Donne che sono per Arezzo et in altri luoghi, et una Iudit che mette la testa d’Oloferne in una sporta tenuta da una sua servente, la quale ha oggi monsignor Messer Bernardetto Minerbetti vescovo d’Arezzo, il quale amò assai Giovan Antonio, come fa tutti gl’altri virtuosi, e da lui ebbe, oltre all’altre cose, un S. Giovanbatista giovinetto nel deserto, quasi tutto ignudo, che è da lui tenuto caro perché è bonissima figura. Finalmente, conoscendo Giovan Antonio che la perfezzione di quest’arte non consisteva in altro che in cercar di farsi a buon’ora ricco d’invenzione e studiare assai gli ignudi e ridurre le difficultà del far in facilità, si pentiva di non avere speso il tempo, che aveva dato a’ suoi piaceri, negli studii dell’arte e che non bene si fa in vecchiezza quello che in giovanezza si potea fare. E come che sempre conoscesse il suo errore, non però lo conobbe interamente, se non quando essendosi già vecchio messo a studiare, vidde condurre in quarantadue giorni una tavola a olio, lunga quattordici braccia et alta sei e mezzo, da Giorgio Vasari, che la fece per lo reffettorio de’ monaci della Badia di S. Fiore in Arezzo, dove sono dipinte le nozze d’Ester e del re Assuero, nella quale opera sono più di sessanta figure maggiori del vivo. Andando dunque alcuna volta Giovann’Antonio a vedere lavorare Giorgio e standosi a ragionar seco, diceva: "Or conosco io che ’l continuo studio e lavorare è quello che fa uscir gli uomini di stento, e che l’arte nostra non viene per Spirito Santo". Non lavorò molto Giovan Antonio a fresco, perciò che i colori gli facevono troppa mutazione, nondimeno si vede di sua mano, sopra la chiesa di Murello, una Pietà con due Angioletti nudi assai bene lavorati. Finalmente essendo stato uomo di buon giudizio et assai pratico nelle cose del mondo, d’anni sessanta, l’anno 1552, amalando di febre acutissima si morì. Fu suo creato Bartolomeo Torri, nato di assai nobile famiglia in Arezzo, il quale condottosi a Roma, sotto don Giulio Clovio miniatore eccellentissimo, veramente attese di maniera al disegno et allo studio degl’ignudi, ma più alla notomia, che si era fatto valente e tenuto il migliore disegnatore di Roma. E non ha molto, che don Silvano Razzi mi disse don Giulio Clovio avergli detto in Roma, dopo aver molto lodato questo giovane, quello stesso che a me ha molte volte affermato, cioè non se l’essere levato di casa per altro che per le sporcherie della notomia, perciò che teneva tanto nelle stanze e sotto il letto membra e pezzi d’uomini, che ammorbavano la casa. Oltre ciò, stracurando costui la vita sua e pensando che lo stare come filosofaccio sporco e senza regola di vivere e fuggendo la conversazione degl’uomini, fusse la via da farsi grande et immortale, si condusse male affatto; perciò che la natura non può tolerare le soverchie ingiurie che alcuni tallora le fanno. Infermatosi adunque Bartolomeo d’anni venticinque, se ne tornò in Arezzo per curarsi e vedere di riaversi, ma non gli riuscì perché, continuando i suoi soliti studii et i medesimi disordini, in quattro mesi, poco dopo Giovan Antonio, morendo gli fece compagnia. La perdita del quale giovane dolse infinitamente a tutta la sua città, perciò che vivendo era per fare, secondo il gran principio dell’opere sue, grandissimo onore alla patria et a tutta Toscana, e chi vede dei disegni che fece, essendo anco giovinetto, resta maravigliato e, per essere mancato sì presto, pieno di compassione.