Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Gentile di Fabriano e Vittore Pisanello

Gentile di Fabriano e Vittore Pisanello

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Andrea dal Castagno di Mugello e Dominico Viniziano Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Pesello e Francesco Peselli IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Andrea dal Castagno di Mugello e Dominico Viniziano Pesello e Francesco Peselli

VITA DI GENTILE DA FABRIANO E DI VITTORE PISANELLO VERONESE PITTORI

Grandissimo vantaggio ha chi resta in un avviamento dopo la morte d’uno che si abbia con qualche rara virtù onore procacciato e fama, perciò che senza molta fatica, solo che seguiti in qualche parte le vestigie del maestro, perviene quasi sempre ad onorato fine, dove, se per sé solo avesse a pervenire, bisognarebbe più lungo tempo e fatiche maggiori assai. Il che, oltre molti altri, si potette vedere e toccare, come si dice, con mano in Pisano o vero Pisanello, pittore veronese; il quale, essendo stato molti anni in Fiorenza con Andrea dal Castagno, et avendo l’opere di lui finito, dopo che fu morto, s’acquistò tanto credito col nome d’Andrea, che venendo in Fiorenza papa Martino Quinto, ne lo menò seco a Roma, dove in S. Ianni Laterano gli fece fare in fresco alcune storie, che sono vaghissime e belle al possibile; perché egli in quelle abondantissimamente mise una sorte d’azzurro oltramarino datogli dal detto Papa, sì bello e sì colorito che non ha avuto ancora paragone. Et a concorrenza di costui dipinse Gentile da Fabriano alcune altre storie, sotto alle sopra dette; di che fa menzione il Platina nella vita di quel Pontefice, il quale narra che avendo fatto rifare il pavimento di San Giovanni Laterano, et il palco et il tetto, Gentile dipinse molte cose, et in fra l’altre figure, di terretta tra le finestre, in chiaro e scuro, alcuni profeti, che sono tenuti le migliori pitture di tutta quell’opera. Fece il medesimo Gentile infiniti lavori nella Marca, e particolarmente in Agobbio, dove ancora se ne veggiono alcuni, e similmente per tutto lo stato d’Urbino. Lavorò in S. Giovanni di Siena, et in Fiorenza, nella sagrestia di Santa Trinita, fece in una tavola la storia de’ Magi, nella quale ritrasse se stesso di naturale. Et in San Niccolò alla porta a S. Miniato, per la famiglia de’ Quaratesi, fece la tavola dell’altar maggiore, che di quante cose ho veduto di mano di costui a me senza dubbio pare la migliore, perché oltre alla Nostra Donna e molti Santi che le sono intorno tutti ben fatti, la predella di detta tavola, piena di storie della vita di San Niccolò, di figure piccole non può essere più bella né meglio fatta di quello che ell’è. Dipinse in Roma in S. Maria Nuova sopra la sepoltura del cardinale Adimari fiorentino et arcivescovo di Pisa, la quale è allato a quella di papa Gregorio Nono in un archetto, la Nostra Donna col Figliuolo in collo, in mezzo a San Benedetto e San Giuseppo; la qual opera era tenuta in pregio dal divino Michelagnolo, il quale parlando di Gentile usava dire che nel dipignere aveva avuto la mano simile al nome. In Perugia fece il medesimo una tavola in San Domenico, molto bella; et in S. Agostino di Bari un Crucifisso dintornato nel legno, con tre mezze figure bellissime che sono sopra la porta del coro. Ma tornando a Vittore Pisano, le cose che di lui si sono di sopra raccontate furono scritte da noi senza più, quando la prima volta fu stampato questo nostro libro, perché io non aveva ancora dell’opere di questo eccellente artefice quella cognizione e quel ragguaglio avuto, che ho avuto poi. Per avisi dunque del molto reverendo e dottissimo padre fra’ Marco de’ Medici veronese, dell’ordine de’ frati predicatori, sì come ancora racconta il Biondo da Furlì, dove nella sua Italia illustrata parla di Verona, fu costui in eccellenza pari a tutti i pittori dell’età sua, come oltre l’opere raccontate di sopra possono di ciò fare amplissima fede molte altre, che in Verona sua nobilissima patria si veggiono, se bene in parte quasi consumate dal tempo. E perché si dilettò particolarmente di fare animali, nella chiesa di S. Nastasia di Verona, nella cappella della famiglia de’ Pellegrini, dipinse un Santo Eustachio, che fa carezze a un cane pezzato di tané e bianco, il quale co’ piedi alzati et appoggiati alla gamba di detto Santo si rivolta col capo indietro, quasi che abbia sentito rumore, e fa questo atto con tanta vivezza che non lo farebbe meglio il naturale. Sotto la qual figura si vede dipinto il nome d’esso Pisano, il quale usò di chiamarsi quando Pisano e quando Pisanello, come si vede e nelle pitture e nelle medaglie di sua mano. Dopo la detta figura di S. Eustachio, la quale è delle migliori che questo artefice lavorasse e veramente bellissima, dipinse tutta la facciata di fuori di detta cappella: dall’altra parte un S. Giorgio armato d’armi bianche fatte d’argento, come in quell’età non pur egli, ma tutti gl’altri pittori costumavano; il quale S. Giorgio, dopo aver morto il dragone, volendo rimettere la spada nel fodero alza la mano diritta che tien la spada già con la punta nel fodero, et abbassando la sinistra acciò che la maggior distanza gli faccia agevolezza a infoderar la spada che è lunga, fa ciò con tanta grazia e con sì bella maniera, che non si può veder meglio; e Michele Sanmichele veronese, architetto della illustrissima Signoria di Vinezia e persona intendentissima di queste belle arti, fu più volte, vivendo, veduto contemplare queste opere di Vittore con maraviglia, e poi dire che poco meglio si poteva vedere del Santo Eustachio, del cane e del San Giorgio sopra detto. Sopra l’arco poi di detta cappella è dipinto quando San Giorgio, ucciso il dragone, libera la figliuola di quel re, la quale si vede vicina al Santo con una veste lunga secondo l’uso di que’ tempi; nella qual parte è maravigliosa ancora la figura del medesimo San Giorgio, il quale, armato come di sopra, mentre è per rimontar a cavallo, sta volto con la persona e con la faccia verso il popolo, e messo un piè nella staffa e la man manca alla sella, si vede quasi in moto di salire sopra il cavallo che ha volto la groppa verso il popolo, e si vede tutto, essendo in iscorcio in piccolo spazio, benissimo. E, per dirlo in una parola, non si può senza infinita maraviglia, anzi stupore, contemplare questa opera fatta con disegno, con grazia e con giudizio straordinario. Dipinse il medesimo Pisano in San Fermo Maggiore di Verona, chiesa de’ frati di San Francesco conventuali, nella cappella de’ Brenzoni a man manca quando s’entra per la porta principale di detta chiesa, sopra la sepoltura della Resurrezzione del Signore, fatta di scultura e secondo que’ tempi molto bella, dipinse dico, per ornamento di quell’opera, la Vergine annunziata dall’Angelo; le quali due figure, che sono tocche d’oro secondo l’uso di que’ tempi, sono bellissime, sì come sono ancora certi casamenti molto ben tirati et alcuni piccioli animali et uccelli, sparsi per l’opera, tanto proprii e vivi quanto è possibile imaginarsi. Il medesimo Vittore fece in medaglioni di getto infiniti ritratti di prìncipi de’ suoi tempi e d’altri, dai quali poi sono stati fatti molti quadri di ritratti in pittura. E monsignor Giovio in una lettera volgare, che egli scrive al signor duca Cosimo, la quale si legge stampata con molte altre, dice parlando di Vittore Pisano queste parole:

Costui fu ancora prestantissimo nell’opera de’ bassi rilievi, stimati difficilissimi dagl’artefici, perché sono il mezzo tra il piano delle pitture e ’l tondo delle statue. E perciò si veggiono di sua mano molte lodate medaglie di gran principi, fatte in forma maiuscola della misura propria di quel riverso che il Guidi mi ha mandato del cavallo armato. Fra le quali io ho quella del gran re Alfonso in Zazzera, con un riverso d’una celata capitanale; quella di papa Martino, con l’arme di casa Colonna per riverso; quella di sultan Maomete che prese Costantinupoli, con lui medesimo a cavallo in abito turchesco, con una sferza in mano; Sigismondo Malatesta, con un riverso di madonna Isotta d’Arimino, e Niccolò Piccinino con un berettone bislungo in testa, col detto riverso del Guidi, il quale rimando. Oltra questo ho ancora una bellissima medaglia di Giovanni Paleologo imperatore de Costantinopoli, con quel bizzarro cappello alla grecanica, che solevano portare gl’imperatori; e fu fatta da esso Pisano in Fiorenza, al tempo del Concilio d’Eugenio, ove si trovò il prefato imperadore, ch’ha per riverso la croce di Cristo, sostentata da due mani, verbigrazia dalla latina e dalla greca.

In sin qui il Giovio, con quello che seguita. Ritrasse anco in medaglia Filippo de’ Medici, arcivescovo di Pisa, Braccio da Montone, Giovan Galeazzo Visconti, Carlo Malatesta signor d’Arimino, Giovan Caracciolo gran siniscalco di Napoli, Borso et Ercole da Este e molti altri signori et uomini segnalati per arme e per lettere. Costui meritò per la fama e riputazione sua in questa arte, essere celebrato da grandissimi uomini e rari scrittori, perché oltre quello che ne scrisse il Biondo, come si è detto, fu molto lodato in un poema latino da Guerino Vecchio suo compatriota e grandissimo litterato e scrittore di que’ tempi; del qual poema, che dal cognome di costui fu intitolato il Pisano del Guerino, fa onorata menzione esso Biondo. Fu anco celebrato dallo Strozzi vecchio, cioè da Tito Vespasiano padre dell’altro Strozzi, ambiduoi poeti rarissimi nella lingua latina. Il padre dunque onorò con un bellissimo epigramma, il qual è in stampa con gl’altri, la memoria di Vittore Pisano; e questi sono i frutti che dal viver virtuosamente si traggono. Dicono alcuni che quando costui imparava l’arte, essendo giovanetto, in Fiorenza, che dipinse nella vecchia chiesa del tempio, che era dove è oggi la cittadella vecchia, le storie di quel pellegrino a cui andando a San Iacopo di Galizia, mise la figliuola d’un oste una tazza d’argento nella tasca, perché fusse come ladro punito, ma fu da S. Iacopo aiutato e ricondotto a casa salvo; nella qual opera mostrò Pisano dover riuscire, come fece, eccellente pittore. Finalmente assai ben vecchio passò a miglior vita. E Gentile avendo lavorato molte cose in Città di Castello, si condusse a tale, essendo fatto parletico, che non operava più cosa buona. In ultimo consumato dalla vecchiezza, trovandosi d’ottanta anni si morì. Il ritratto di Pisano, non ho potuto aver di luogo nessuno. Dissegnarono ambiduoi questi pittori molto bene, come si può vedere nel nostro libro, etc.

FINE DELLA VITA DI GENTILE DA FABRIANO E DI VITTORE PISANO VERONESE