Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Benozzo

Benozzo

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Pesello e Francesco Peselli Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Francesco di Giorgio e Lorenzo Vecchietto IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Pesello e Francesco Peselli Francesco di Giorgio e Lorenzo Vecchietto

VITA DI BENOZZO PITTORE FIORENTINO

Chi camina con le fatiche per la strada della virtù, ancora che ella sia (come dicono) e sassosa e piena di spine, alla fine della salita si ritrova pur finalmente in un largo piano, con tutte le bramate felicità. E nel riguardare a basso, veggendo i cattivi passi con periglio fatti da lui, ringrazia Dio, che a salvamento ve l’ha condotto, e con grandissimo contento suo benedice quelle fatiche che già tanto gli rincrescevano. E così ristorando i passati affanni con la letizia del bene presente, senza fatica si affatica per far conoscere a chi lo guarda come i caldi, i geli, i sudori, la fame, la sete e gli incomodi che si patiscono per acquistare la virtù, liberano altrui da la povertà e lo conducono a quel sicuro e tranquillo stato, dove con tanto contento suo lo affaticato Benozzo Gozzoli si riposò. Costui fu discepolo dello Angelico fra’ Giovanni, e a ragione amato da lui, e da chi lo conobbe tenuto pratico di grandissima invenzione, e molto copioso negli animali, nelle prospettive, ne’ paesi e negli ornamenti. Fece tanto lavoro nella età sua, che e’ mostrò non essersi molto curato d’altri diletti; et ancora che e’ non fusse molto eccellente a comparazione di molti che lo avanzarono di disegno, superò nientedimeno col tanto fare tutti gli altri della età sua, perché in tanta moltitudine di opere gli vennero fatte pure delle buone. Dipinse in Fiorenza nella sua giovanezza alla Compagnia di S. Marco la tavola dello altare; et in S. Friano un transito di S. Ieronimo, che è stato guasto per acconciare la facciata della chiesa lungo la strada. Nel palazzo de’ Medici fece in fresco la cappella con la storia de’ Magi, et a Roma in Araceli, nella cappella de’ Cesarini, le storie di S. Antonio da Padova, dove ritrasse di naturale Giuliano Cesarini cardinale et Antonio Colonna. Similmente nella Torre de’ Conti, cioè sopra una porta sotto cui si passa, fece in fresco una Nostra Donna con molti Santi; et in Santa Maria Maggiore, all’entrar di chiesa per la porta principale, fece a man ritta in una cappella, a fresco, molte figure che sono ragionevoli. Da Roma tornato Benozzo a Firenze, se n’andò a Pisa, dove lavorò nel cimiterio che è allato al Duomo, detto Camposanto, una facciata di muro lunga quanto tutto l’edifizio, facendovi storie del Testamento Vecchio con grandissima invenzione. E si può dire che questa sia veramente un’opera terribilissima, veggendosi in essa tutte le storie della creazione del mondo distinte a giorno per giorno. Dopo l’Arca di Noè, l’innondazione del diluvio espressa con bellissimi componimenti e copiosità di figure, appresso la superba edificazione della torre di Nebrot, l’incendio di Soddoma e dell’altre città vicine, l’istorie d’Abramo, nelle quali sono da considerare affetti bellissimi; perciò che se bene non aveva Benozzo molto singular disegno nelle figure, dimostrò nondimeno l’arte efficacemente nel sacrificio d’Isaac, per avere situato in iscorto un asino per tal maniera che si volta per ogni banda, il che è tenuto cosa bellissima. Segue appresso il nascere di Moisè, che que’ tanti segni e prodigii insino a che trasse il popolo suo d’Egitto e lo cibò tanti anni nel deserto. Aggiunse a queste tutte le storie ebree insino a Davit e Salomone suo figliuolo, e dimostrò veramente Benozzo in questo lavoro un animo più che grande, perché dove sì grande impresa arebbe giustamente fatto paura a una legione di pittori, egli solo la fece tutta e la condusse a perfezione. Di manier che, avendone acquistato fama grandissima, meritò che nel mezzo dell’opera gli fusse posto questo epigramma:

Quid spectas volucres, pisces, et monstra ferarum et virides silvas, aethereasque domos? Et pueros, iuvenes, matres, canosque parentes queis semper vivum spirat in ore decus? Non haec tam variis finxit simulacra figuris natura; ingenio foetibus apta suo: est opus artificis; pinxit viva ora Benoxus. O superi vivos fundite in ora sonos.

Sono in tutta questa opera sparsi infiniti ritratti di naturale, ma perché di tutti non si ha cognizione, dirò quelli solamente che io vi ho conosciuti di importanza, e quelli di che ho per qualche ricordo cognizione. Nella storia dunque dove la reina Saba va a Salamone è ritratto Marsilio Ficino fra certi prelati, l’Argiropolo dottissimo greco e Battista Platina, il quale aveva prima ritratto in Roma, et egli stesso sopra un cavallo, nella figura d’un vecchiotto raso con una beretta nera, che ha nella piega una carta bianca, forse per segno o perché ebbe volontà di scrivervi dentro il nome suo. Nella medesima città di Pisa, alle monache di San Benedetto a ripa d’Arno, dipinse tutte le storie della vita di quel santo; e nella Compagnia de’ Fiorentini, che allora era dove è oggi il monasterio di San Vito, similmente la tavola e molte altre pitture, nel Duomo dietro alla sedia dell’arcivescovo in una tavoletta a tempera dipinse un San Tommaso d’Aquino, con infinito numero di dotti, che disputano sopra l’opere sue, e fra gl’altri vi è ritratto papa Sisto IIII con un numero di cardinali, e molti capi e generali di diversi Ordini. E questa è la più finita e meglio opera che facesse mai Benozzo. In Santa Caterina de’ frati predicatori, nella medesima città, fece due tavole a tempera, che benissimo si conoscono alla maniera; e nella chiesa di San Nicola ne fece similmente un’altra, e due in Santa Croce fuor di Pisa. Lavorò anco quando era giovanetto, nella Pieve di San Gimignano l’altare di San Bastiano nel mezzo della chiesa riscontro alla cappella maggiore, e nella sala del consiglio sono alcune figure, parte di sua mano e parte da lui, essendo vecchie, restaurate. Ai monaci di Monte Oliveto nella medesima terra, fece un Crucifisso et altre pitture, ma la migliore opera che in quel luogo facesse, fu in San Agostino nella cappella maggiore a fresco storie di Sant’Agostino, cioè dalla conversione insino alla morte; la quale opera ho tutta disegnata di sua mano nel nostro libro, insieme con molte carte delle storie sopra dette di Camposanto di Pisa. In Volterra ancora fece alcune opere, delle quali non accade far menzione. E perché quando Benozzo lavorò in Roma vi era un altro dipintore, chiamato Melozzo, il quale fu da Furlì, molti che non sanno più che tanto, avendo trovato scritto Melozzo, e riscontrato i tempi, hanno creduto che quel Melozzo voglia dir Benozzo; ma sono in errore, perché il detto pittore fu ne’ medesimi tempi e fu molto studioso delle cose dell’arte, e particolarmente mise molto studio e diligenza in fare gli scorti, come si può vedere in S. Apostolo di Roma nella tribuna dell’altar maggiore, dove in un fregio tirato in prospettiva, per ornamento di quell’opera sono alcune figure che colgono uve et una botte, che hanno molto del buono. Ma ciò si vede più apertamente nell’Ascensione di Gesù Cristo in un coro d’Angeli che lo conducono in cielo, dove la figura di Cristo scorta tanto bene, che pare che buchi quella volta; et il simile fanno gl’Angeli, che con diversi movimenti girano per lo campo di quell’aria. Parimente gl’Apostoli che sono in terra scortano in diverse attitudini tanto bene, che ne fu allora et ancora è lodato dagl’artefici che molto hanno imparato dalle fatiche di costui, il quale fu grandissimo prospettivo, come ne dimostrano i casamenti dipinti in questa opera, la quale gli fu fatta fare dal cardinale Riario, nipote di papa Sisto Quarto, dal quale fu molto rimunerato. Ma tornando a Benozzo, consumato finalmente dagl’anni e dalle fatiche, d’anni 78 se n’andò al vero riposo nella città di Pisa, abitando in una casetta che in sì lunga dimora vi si aveva comperata in carraia di S. Francesco; la qual casa lasciò morendo alla sua figliuola, e con dispiacere di tutta quella città fu onoratamente sepellito in Camposanto con questo epitaffio, che ancora si legge:

HIC TUMULUS EST BENOTII FLORENTINI QUI PROXIME HAS PINXIT HISTORIAS - HUNC SIBI PISANORUM DONAVIT HUMANITAS MCCCCLXXVIII.

Visse Benozzo costumatissimamente sempre e da vero cristiano, consumando tutta la vita sua in esercizio onorato; per il che e per la buona maniera e qualità sue lungamente fu ben veduto in quella città. Lasciò dopo sé, discepoli suoi, Zanobi Machiavelli fiorentino, et altri, de’ quali non accade far altra memoria.

FINE DELLA VITA DI BENOZZO PITTOR FIORENTINO