Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Baldassarre Peruzzi

Baldassarre Peruzzi

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lorenzetto e Boccaccino Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giovan Francesco detto il Fattore e Pellegrino da Modana IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Lorenzetto e Boccaccino Giovan Francesco detto il Fattore e Pellegrino da Modana

VITA DI BALDASSARRE PERUZZI SANESE PITTORE ET ARCHITETTO

Fra tutti i doni che distribuisce il cielo ai mortali, nessuno giustamente si puote o dee tener maggior della virtù e quiete e pace dell’animo, facendoci quella per sempre immortali e questa beati; e però chi di queste è dotato, oltre l’obligo che ne dee avere grandisimo a Dio, tra gl’altri, quasi fra le tenebre un lume, si fa conoscere; nella maniera che ha fatto ne’ tempi nostri Baldassarre Peruzzi pittore et architetto sanese; del quale sicuramente possiamo dire che la modestia e la bontà che si videro in lui fussino rami non mediocri della somma tranquillità che sospirano sempre le menti di chi ci nasce e che l’opere da lui lasciateci siano onoratissimi frutti di quella vera virtù che fu in lui infusa dal cielo. Ma se bene ho detto di sopra Baldassarre sanese, perché fu sempre per sanese conosciuto, non tacerò che, sì come sette città combatterono fra loro Omero, volendo ciascuno che egli fusse suo cittadino, così tre nobilissime città di Toscana, cioè Fiorenza, Volterra e Siena, hanno tenuto ciascuna che Baldassarre sia suo. Ma a dirne il vero, ciascheduna ci ha parte, perciò che essendo già travagliata Fiorenza dalle guerre civili, Antonio Peruzzi, nobile cittadino fiorentino, se n’andò, per vivere più quietamente, ad abitare a Volterra: là dove avendo qualche tempo dimorato, l’anno 1482 prese moglie in quella città et in pochi anni ebbe due figliuoli, uno maschio chiamato Baldassarre et una femmina che ebbe nome Virginia. Ora avvenne, correndo dietro la guerra a costui che null’altro cercava che pace e quiete, che Volterra indi a non molto fu saccheggiata; perché fu sforzato Antonio fuggirsi a Siena, e lì, avendo perduto quasi tutto quello che aveva, a starsi assai poveramente. Intanto, essendo Baldassarre cresciuto, praticava sempre con persone ingegnose e particolarmente con orafi e disegnatori, per che, cominciatogli a piacere quell’arti, si diede del tutto al disegno. E non molto dopo morto il padre, si diede alla pittura con tanto studio, che in brevissimo tempo fece in essa meraviglioso acquisto imitando, oltre l’opere de’ maestri migliori, le cose vive e naturali; e così facendo qualche cosa, poté con quell’arte aiutare se stesso, la madre e la sorella e seguitare gli studii della pittura. Furono le sue prime opere (oltre alcune cose in Siena non degne di memoria) una capelletta in Volterra appresso alla porta Fiorentina, nella quale condusse alcune figure con tanta grazia, che elle furono cagione che fatto amicizia con un pittore volterrano chiamato Piero, il quale stava il più del tempo in Roma, egli se n’andasse là con esso lui che lavorava per Alessandro Sesto alcune cose in palazzo. Ma essendo morto Alessandro e non lavorando più maestro Piero in quel luogo, si mise Baldassarre in bottega del padre di Maturino, pittore non molto eccellente, che in quel tempo di lavori ordinarii aveva sempre molte cose da fare. Colui dunque, messo innanzi a Baldassarre un quadro ingessato, gli disse, senza dargli altro cartone o disegno, che vi facesse dentro una Nostra Donna. Baldassarre, preso un carbone, in un tratto ebbe con molta pratica disegnato quello che voleva dipignere nel quadro; et appresso, dato di mano ai colori, fece in pochi giorni un quadro tanto bello e ben finito, che fece stupire non solo il maestro della bottega, ma molti pittori che lo videro. I quali conosciuta la virtù sua, furono cagione che gli fu dato a fare nella chiesa di Santo Onofrio la capella dell’altar maggiore, la quale egli condusse a fresco con molto bella maniera e con molta grazia. Dopo nella chiesa di Santo Rocco a Ripa fece due altre capellette in fresco; per che cominciato a essere in buon credito fu condotto a Ostia, dove nel Maschio della Rocca dipinse di chiaro scuro in alcune stanze storie bellissime, e particolarmente una battaglia da mano, in quella maniera che usavano di combattere anticamente i Romani; et appresso uno squadrone di soldati che danno l’assalto a una rocca, dove si veggiono i soldati con bellissima e pronta bravura, coperti colle targhe, appoggiare le scale alla muraglia e quelli di dentro ributtargli con fierezza terribile. Fece anco in questa storia molti instrumenti da guerra antichi e similmente diverse sorti d’armi, et in una sala molte altre storie tenute quasi delle migliori cose che facesse; bene è vero, che fu aiutato in questa opera da Cesare da Milano. Ritornato Baldassarre dopo questi lavori in Roma, fece amicizia strettissima con Agostino Ghigi sanese, sì perché Agostino naturalmente amava tutti i virtuosi e sì perché Baldassarre si faceva sanese, onde poté con l’aiuto di tanto uomo trattenersi e studiare le cose di Roma, massimamente d’architettura, nelle quali, per la concorrenza di Bramante, fece in poco tempo maraviglioso frutto, il che gli fu poi, come si dirà, di onore e d’utile grandissimo. Attese anco alla prospettiva e si fece in quella scienzia tale che in essa pochi pari a lui abbiam veduti a’ tempi nostri operare; il che si vede manifestamente in tutte l’opere sue. Avendo intanto papa Giulio Secondo fatto un corridore in palazzo e vicino al tetto un’ucelliera, vi dipinse Baldassarre tutti i mesi di chiaro scuro e gl’essercizii che si fanno per ciascun d’essi in tutto l’anno; nella quale opera si veggiono infiniti casamenti, teatri, anfiteatri, palazzi et altre fabbriche con bella invenzione in quel luogo accomodate; lavorò poi nel palazzo di San Giorgio, per il cardinale Raffaello Riario vescovo d’Ostia, in compagnia d’altri pittori, alcune stanze, e fece una facciata dirimpetto a Messer Ulisse da Fano e similmente quella di esso Messer Ulisse, nella quale le storie che egli vi fece d’Ulisse gli diedero nome e fama grandissima. Ma molto più gliene diede il modello, del palazzo d’Agostino Ghigi, condotto con quella bella grazia che si vede, non murato, ma veramente nato, e l’adornò fuori di terretta con istorie di sua mano molto belle. La sala similmente è fatta in partimenti di colonne, figurate in prospettiva, le quali con istrafori mostrano quella essere maggiore. E, quello che è di stupenda maraviglia, vi si vede una loggia in sul giardino dipinta da Baldassarre, con le storie di Medusa, quando ella converte gl’uomini in sasso, che non può immaginarsi più bella; et appresso quando Perseo le taglia la testa, con molte altre storie ne’ peducci di quella volta; e l’ornamento tirato in prospettiva di stucchi e colori contrafatti è tanto naturale e vivo, che anco agl’artefici eccellenti pare di rilievo. E mi ricorda che, menando io il cavaliere Tiziano, pittore eccellentissimo et onorato, a vedere quella opera, egli per niun modo voleva credere che quella fusse pittura: per che, mutato veduta, ne rimase maravigliato. Sono in questo luogo alcune cose fatte da fra’ Sebastian Viniziano della prima maniera, e di mano del divino Raffaello vi è (come si è detto) una Galatea rapita dagli dii marini. Fece anco Baldassarre, passato Campo di Fiore, per andare a piazza Giudea, una facciata bellissima di terretta con prospettive mirabili, la quale fu fatta finire da un cubiculario del papa et oggi è posseduta da Iacopo Strozzi fiorentino. Similmente fece nella Pace una capella a Messer Ferrando Ponzetti, che fu poi cardinale, all’entrata della chiesa a man manca, con istorie piccole del Testamento Vecchio e con alcune figure anco assai grandi, la quale opera, per cosa in fresco, è lavorata con molta diligenza. Ma molto più mostrò quanto valesse nella pittura e nella prospettiva nel medesimo tempio vicino all’altar maggiore, dove fece, per Messer Filippo da Siena cherico di camera, in una storia quando la Nostra Donna salendo i gradi va al Tempio, con molte figure degne di lode, come un gentiluomo vestito all’antica, il quale, scavalcato d’un suo cavallo, porge, mentre i servidori l’aspettano, la limosina a un povero ignudo e meschinissimo, il quale si vede che con grande affetto gliela chiede. Sono anco in questo luogo casamenti varii et ornamenti bellissimi; et in questa opera, similmente lavorata in fresco, sono contrafatti ornamenti di stucco intorno intorno, che mostrano essere con campanelle grandi appiccati al muro, come fusse una tavola dipinta a olio. E ne l’onoratissimo apparato, che fece il popolo romano in Campidoglio, quando fu dato il bastone di Santa Chiesa al duca Giuliano de’ Medici, di sei storie di pittura che furono fatte da sei diversi eccellenti pittori, quella che fu di mano di Baldassarri, alta sette canne e larga tre e mezzo, nella quale era quando Giulia Tarpea fa tradimento ai Romani, fu senza alcun dubbio di tutte l’altre giudicata la migliore. Ma quello che fece stupire ognuno fu la prospettiva, o vero scena d’una comedia, tanto bella che non è possibile immaginarsi più: perciò che la varietà e bella maniera de’ casamenti, le diverse loggie, la bizzarria delle porte e finestre e l’altre cose che vi si videro d’architettura, furono tanto belle intese e di così straordinaria invenzione, che non si può dirne la millesima parte. A Messer Francesco da Norcia fece, per la sua casa in sulla piazza de’ Farnesi, una porta d’ordine dorico molto graziosa; et a Messer Francesco Buzio, vicino alla piazza degl’Altieri, una molto bella facciata, e nel fregio di quella mise tutti i cardinali romani che allora vivevano, ritratti di naturale, e nella facciata figurò le storie di Cesare, quando gli sono presentati i tributi da tutto il mondo, e sopra vi dipinse i dodici imperatori, i quali posano sopra certe mensole e scortano le vedute al disotto in su e sono con grandissima arte lavorati, per la quale tutta opera meritò commendazzione infinita. Lavorò in Banchi un’arme di papa Leone, con tre fanciulli a fresco che di tenerissima carne e vivi parevano; et a fra’ Mariano Fetti, frate del Piombo, fece a Monte Cavallo, nel giardino, un San Bernardo di terretta, bellissimo. Et alla Compagnia di Santa Caterina da Siena in strada Giulia, oltre una bara da portar morti alla sepoltura, che è mirabile, molte altre cose tutte lodevoli; similmente in Siena diede il disegno dell’organo del Carmino e fece altre cose in quella città, ma di non molta importanza. Dopo, essendo condotto a Bologna dagl’Operai di San Petronio perché facesse il modello della facciata di quel tempio, ne fece due piante grandi e due proffili, uno alla moderna et un altro alla tedesca, che ancora si serba come cosa veramente rara, per avere egli in prospettiva di maniera squartata e tirata quella fabrica che pare di rilievo, nella sagrestia di detto San Petronio. Nella medesima città, in casa del conte Giovambatista Bentivogli, fece per la detta fabrica più disegni, che furono tanto belli che non si possono a bastanza lodare le belle investigazioni da quest’uomo trovate per non rovinare il vecchio, che era murato, e con bella proporzione congiugnerlo col nuovo. Fece al conte Giovambatista sopra detto un disegno d’una Natività, con i Magi di chiaro scuro, nella quale è cosa maravigliosa vedere i cavalli, i carriaggi, le corti dei tre Re, condotti con bellissima grazia, sì come anco sono le muraglie de’ tempii et alcuni casamenti intorno alla capanna; la quale opera fece poi colorire il conte da Girolamo Trevigi, che la condusse a buona perfezzione. Fece ancora il disegno della porta della chiesa di San Michele in Bosco, bellissimo monasterio de’ monaci di Monte Oliveto, fuor di Bologna; et il disegno e modello del Duomo di Carpi, che fu molto bello e secondo le regole di Vitruvio con suo ordine fabbricato. E nel medesimo luogo diede principio alla chiesa di San Niccola, la quale non venne a fine in quel tempo perché Baldassarri fu quasi forzato tornare a Siena a fare i disegni per le fortificazioni delle città, che poi furono secondo l’ordine suo messe in opera. Di poi, tornato a Roma e fatta la casa che è dirimpetto a’ Farnese et alcun’altre che sono dentro a quella città, fu da papa Leone X in molte cose adoperato; il quale Pontefice, volendo finire la fabbrica di San Piero cominciata da Giulio Secondo col disegno di Bramante, e parendogli che fusse troppo grande edifizio e da reggersi poco insieme, fece Baldassarre un nuovo modello magnifico e veramente ingegnoso, e con tanto buon giudizio, che d’alcune parti di quello si sono poi serviti gl’altri architetti. E di vero questo artefice fu tanto diligente e di sì raro e bel giudizio che le cose sue furono sempre in modo ordinate che non ha mai avuto pari nelle cose d’architettura, per avere egli, oltre l’altre cose, quella professione con bella e buona maniera di pittura accompagnato. Fece il disegno della sepoltura di Adriano Sesto e quello che vi è dipinto intorno è di sua mano, e Michelagnolo, scultore sanese, condusse la detta sepoltura di marmo, con l’aiuto di esso Baldassarre; e quando si recitò al detto papa Leone la Calandra, comedia del cardinale di Bibbiena, fece Baldassarre l’apparato e la prospettiva che non fu manco bella, anzi più assai che quella che aveva altra volta fatto, come si è detto di sopra; et in queste sì fatte opere meritò tanto più lode, quanto per un gran pezzo adietro l’uso delle comedie e conseguentemente delle scene e prospettive era stato dismesso, facendosi in quella vece feste e rappresentazioni. Et o prima o poi che si recitasse la detta Calandra, la quale fu delle prime comedie volgari che si vedesse o recitasse, basta che Baldassarre fece al tempo di Leone X due scene che furono maravigliose et apersono la via a coloro che ne hanno poi fatto a’ tempi nostri. Né si può immaginare come egli in tanta strettezza di sito accomodasse tante strade, tanti palazzi e tante bizzarrie di tempii, di loggie e d’andare di cornici, così ben fatte che parevano non finte, ma verissime, e la piazza non una cosa dipinta e picciola, ma vera e grandissima. Ordinò egli similmente le lumiere, i lumi di dentro che servono alla prospettiva e tutte l’altre cose che facevano di bisogno con molto giudizio, essendosi, come ho detto, quasi perduto del tutto l’uso delle comedie, la quale maniera di spettacolo avanza, per mio creder, quando ha tutte le sue appartenenze, qualunche altro quanto si voglia magnifico e sontuoso. Nella creazione poi di papa Clemente Settimo l’anno 1524, fece l’apparato della coronazione e finì in San Piero la facciata della capella maggiore di preperigni, già stata cominciata da Bramante. E nella capella, dove è la sepoltura di bronzo di papa Sisto, fece di pittura quegli Apostoli che sono di chiaro scuro nelle nicchie dietro l’altare, et il disegno del tabernacolo del Sagramento, che è molto grazioso. Venuto poi l’anno 1527, nel crudelissimo sacco di Roma, il povero Baldassarre fu fatto prigione degli Spagnuoli, e non solamente perdé ogni suo avere, ma fu anco molto straziato e tormentato: per che, avendo egli l’aspetto grave, nobile e grazioso, lo credevano qualche gran prelato travestito, o altro uomo atto a pagare una grossissima taglia. Ma finalmente, avendo trovato quegli impiissimi barbari che egli era un dipintore, gli fece un di loro, stato affezionatissimo di Borbone fare il ritratto di quel sceleratissimo capitano nimico di Dio e degli uomini, o che gliele facesse vedere così morto o in altro modo che glielo mostrasse con disegni o con parole. Dopo ciò, essendo uscito Baldassarre delle mani loro, imbarcò per andarsene a Porto Ercole e di lì a Siena, ma fu per la strada di maniera sua ligato e spogliato d’ogni cosa, che se n’andò a Siena in camicia. Nondimeno, essendo onoratamente ricevuto e rivestito dagl’amici, gli fu poco appresso ordinato provisione e salario dal publico, acciò attendesse alla fortificazione di quella città, nella quale dimorando ebbe due figliuoli, et oltre quello che fece per il publico, fece molti disegni di case ai suoi cittadini, e nella chiesa del Carmino il disegno dell’ornamento dell’organo, che è molto bello. Intanto venuto l’essercito imperiale e del papa all’assedio di Firenze, Sua Santità mandò Baldassarre in campo a Baccio Valori comissario, acciò si servisse dell’ingegno di lui ne’ bisogni del campo e nell’espugnazione della città. Ma Baldassarre, amando più la libertà dell’antica patria che la grazia del Papa, senza temer punto l’indignazione di tanto Pontefice, non si volle mai adoperare in cosa alcuna di momento, di che accortosi il Papa, gli portò per un pezzo non piccolo odio. Ma finita la guerra, desiderando Baldassarre di ritornare a Roma, i cardinali Salviati, Triulzi e Cesarino, i quali tutti aveva in molte cose amorevolmente serviti, lo ritornarono in grazia del Papa e ne’ primi maneggi, onde poté liberamente ritornarsene a Roma, dove, dopo non molti giorni, fece per i signori Orsini il disegno di due bellissimi palazzi che furono fabbricati in verso Viterbo, e d’alcuni altri edifizii per la Paglia. Ma non intermettendo in questo mentre gli studii d’astrologia, né quelli della matematica e gl’altri, di che molto si dilettava, cominciò un libro dell’antichità di Roma et a comentare Vitruvio facendo i disegni di mano in mano delle figure, sopra gli scritti di quell’autore, di che ancor oggi se ne vede una parte appresso Francesco da Siena, che fu suo discepolo; dove in alcune carte sono i disegni dell’antichità e del modo di fabricare alla moderna. Fece anco, stando in Roma, il disegno della casa de’ Massimi girato in forma ovale, con bello e nuovo modo di fabbrica; e nella facciata dinanzi fece un vestibulo di colonne doriche molto artifizioso e proporzionato, et un bello spartimento nel cortile e nell’acconcio delle scale, ma non poté vedere finita quest’opera, sopragiunto dalla morte. Ma ancor che tante fussero le virtù e le fatiche di questo nobile artefice, elle giovarono poco nondimeno a lui stesso et assai ad altri, perché, se bene fu adoperato da papi, cardinali et altri personaggi grandi e ricchissimi, non però alcuno d’essi gli fece mai rilevato benefizio; e ciò poté agevolmente avvenire non tanto dalla poca liberalità de’ signori, che per lo più meno sono liberali dove più doverebbono, quanto dalla timidità e troppa modestia, anzi, per dir meglio in questo caso, dappocaggine di Baldassarri. E per dire il vero quanto si deve esser discreto con i principi magnanimi e liberali, tanto bisogna essere con gl’avari, ingrati e discortesi, importuno sempre e fastidioso, perciò che, sì come con i buoni l’importunità et il chieder sempre sarebbe vizio, così con gl’avari ell’è virtù, e vizio sarebbe con i sì fatti essere discreto. Si trovò dunque negl’ultimi anni della vita sua Baldassarre vecchio, povero e carico di famiglia. E finalmente, essendo vivuto sempre costumatissimo, amalato gravemente, si mise in letto. Il che intendendo papa Paulo Terzo, e tardi conoscendo il danno che riceveva nella perdita di tanto uomo, gli mandò a donare per Iacomo Melighi, computista di San Piero, cento scudi, et a fargli amorevolissime offerte. Ma egli aggravato nel male, o pure che così avesse a essere (come si crede) sollecitatagli la morte con veleno da qualche suo emulo che il suo luogo disiderava, del quale traeva scudi 250 di provisione, il che fu tardi dai medici conosciuto, si morì malissimo contento, più per cagione della sua povera famiglia che di se medesimo, vedendo in che mal termine egli la lasciava. Fu dai figliuoli e dagl’amici molto pianto e nella Ritonda appresso a Raffaello da Urbino, dove fu da tutti i pittori, scultori et architettori di Roma onorevolmente pianto et accompagnato, datogli onorata sepoltura con questo epitaffio:

Balthasari Perutio senensi, viro et pictura et architectura, aliisque ingeniorum artibus adeo excellenti, ut si priscorum occubuisset temporibus, nostra illum felicius legerent. Vixit annos LV. Menses XI. Dies XX. Lucretia et Io. Salustius optimo coniugi et parenti, non sine lachrimis Simonis, Honorii, Claudii AEmiliae ac Sulpitiae minorum filiorum, dolentes posuerunt. Die IIII Ianuarii M.D.XXXVI.

Fu maggiore la fama et il nome di Baldassarre essendo morto che non era stato in vita; et allora massimamente fu la sua virtù desiderata che papa Paulo Terzo si risolvé di far finire San Piero, perché l’avidero allora di quanto aiuto egli sarebbe stato ad Antonio da San Gallo; perché, se bene Antonio fece quello che si vede, avrebbe nondimeno (come si crede) meglio veduto in compagnia di Baldassarre alcune difficultà di quell’opera. Rimase erede di molte cose di Baldassarre Sebastiano Serlio bolognese, il quale fece il terzo libro dell’architetture et il quarto dell’antichità di Roma misurate, et in questi le già dette fatiche di Baldassarre furono parte messe in margine e parte furono di molto aiuto all’autore. I quali scritti di Baldassarre rimasero per la maggior parte in mano a Iacopo Melighino ferrarese, che fu poi fatto architetto da papa Paulo detto nelle sue fabbriche; et al detto Francese Sanese, stato suo creato e discepolo, di mano del quale Francesco è in Roma l’arme del cardinale di Trani in Navona molto lodata et alcune altre opere. E da costui avemo avuto il ritratto di Baldassarre e notizia di molte cose che non potei sapere quando uscì la prima volta fuori questo libro. Fu anco discepolo di Baldassarre Virgilio Romano, che nella sua patria fece a mezzo Borgo Nuovo una facciata di granito con alcuni prigioni e molte altre opere belle. Ebbe anco dal medesimo i primi principii d’architettura Antonio del Rozzo, cittadino sanese, et ingegneri eccellentissimo. E seguitollo parimente il Riccio, pittore sanese, se bene ha poi imitato assai la maniera di Giovan Antonio Soddoma da Vercelli. Fu anco suo creato Giovambatista Peloro, architetto sanese, il quale attese molto alle matematiche ed alla cosmografia e fece di sua mano bussole, quadranti e molti ferri e stromenti da misurare, e similmente le piante di molte fortificazioni, che sono per la maggior parte appresso maestro Giuliano orefice sanese, amicissimo suo. Fece questo Giovambatista al Duca Cosimo de’ Medici tutto di rilievo e bello affatto il sito di Siena, con le valli e ciò che ha intorno a un miglio e mezzo, le mura, le strade, i forti et insomma del tutto un bellissimo modello. Ma perché era costui instabile, si partì, ancor che avesse buona provisione da quel principe, e, pensando di far meglio, si condusse in Francia dove, avendo seguitato la corte senza alcun frutto molto tempo, si morì finalmente in Avignone. Ma ancor che costui fusse molto pratico et intendente architetto, non si vede però in alcun luogo fabbriche fatte da lui o con suo ordine, stando egli sempre tanto poco in un luogo, che non si poteva risolvere niente; onde consumò tutto il tempo in disegni, capricci, misure e modelli. Ha meritato nondimeno, come professor delle nostre arti, che di lui si faccia memoria. Disegnò Baldassare eccellentemente in tutt’i modi e con gran giudizio e diligenza, ma più di penna, d’acquerello e chiaro scuro che d’altro, come si vede in molti disegni suoi, che sono appresso gl’artefici e particolarmente nel nostro libro in diverse carte: in una delle quali è una storia finta per capriccio, cioè una piazza piena d’archi, colossi, teatri, obelisci, piramidi, tempii di diverse maniere, portici et altre cose tutte fatte all’antica, e sopra una base è Mercurio al quale correndo intorno tutte le sorti d’archimisti con soffietti, mantici, bocce et altri instrumenti da stillare, gli fanno un serviziale per farlo andar del corpo, con non meno ridicola che bella invenzione e capriccio. Furono amici e molto domestici di Baldassarre, il quale fu con ognuno sempre cortese, modesto e gentile, Domenico Beccafumi sanese, pittore eccellente, et il Capanna, il quale, oltre molte cose che dipinse in Siena, fece la facciata de’ Turchi et un’altra che v’è sopra la piazza.