Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Andrea dal Monte Sansovino

Andrea dal Monte Sansovino

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Vincenzio da San Gimignano e Timoteo da Urbino Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Benedetto da Rovezzano IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Vincenzio da San Gimignano e Timoteo da Urbino Benedetto da Rovezzano

VITA DI ANDREA DAL MONTE SANSOVINO SCULTORE ET ARCHITETTO

Ancor che Andrea di Domenico Contucci dal Monte Sansovino fusse nato di poverissimo padre, lavoratore di terra e levato da guardare gl’armenti, fu nondimeno di concetti tanto alti, d’ingegno sì raro e d’animo sì pronto nell’opere e nei ragionamenti delle difficultà dell’architettura e della prospettiva, che non fu nel suo tempo, né il migliore, né il più sottile e raro intelletto del suo, né chi rendesse i maggiori dubbii più chiari et aperti di quello che fece egli. Onde meritò essere tenuto ne’ suoi tempi da tutti gl’intendenti singolarissimo nelle dette professioni. Nacque Andrea, secondo che si dice, l’anno MCCCCLX, e nella fanciullezza guardando gl’armenti, sì come anco si dice di Giotto, disegnava tutto giorno nel sabbione e ritraeva di terra qualcuna delle bestie che guardava. Onde avvenne che, passando un giorno dove costui si stava guardando le sue bestiuole, un cittadino fiorentino, il quale dicono essere stato Simone Vespucci, podestà allora del Monte, che egli vide questo putto starsi tutto intento a disegnare o formare di terra; per che chiamatolo a sé, poi che ebbe veduta l’inclinazione del putto et inteso di cui fusse figliuolo, lo chiese a Domenico Contucci e da lui l’ottenne graziosamente, promettendo di volerlo far attendere agli studii del disegno, per vedere quanto potesse quella inclinazione naturale aiutata dal continuo studio. Tornato dunque Simone a Firenze, lo pose all’arte con Antonio del Pollaiuolo, appresso al quale imparò tanto Andrea, che in pochi anni divenne bonissimo maestro. Et in casa del detto Simone al ponte Vecchio si vede ancora un cartone da lui lavorato in quel tempo, dove Cristo è battuto alla colonna, condotto con molta diligenza, et oltre ciò due teste di terra cotta mirabili, ritratte da medaglie antiche: l’una è di Nerone, l’altra di Galba imperatori; le quali teste servivano per ornamento d’un camino; ma il Galba è oggi in Arezzo nelle case di Giorgio Vasari. Fece dopo, standosi pure in Firenze, una tavola di terra cotta, per la chiesa di Santa Agata del Monte Sansovino, con un San Lorenzo et alcuni altri Santi, e picciole storiette benissimo lavorate. Et indi a non molto ne fece un’altra simile, dentrovi l’Assunzione di Nostra Donna, molto bella, Santa Agata, Santa Lucia e San Romualdo, la quale tavola fu poi invetriata da quegli Della Robbia. Seguitando poi l’arte della scultura, fece nella sua giovanezza per Simone Pollaiuolo, altrimenti il Cronaca, due capitelli di pilastri per la sagrestia di Santo Spirito, che gl’acquistarono grandissima fama e furono cagione che gli fu dato a fare il ricetto, che è fra la detta sagrestia e la chiesa; e perché il luogo era stretto, bisognò che Andrea andasse molto ghiribizzando. Vi fece dunque di macigno un componimento d’ordine corinto, con dodici colonne tonde, cioè sei da ogni banda; e sopra le colonne posto l’architrave, fregio e cornice, fece una volta a botte, tutta della medesima pietra, con uno spartimento pieno d’intagli, che fu cosa nuova, varia, ricca e molto lodata. Ben è vero che se il detto spartimento della volta fusse ne’ diritti delle colonne venuto a cascare con le cornici, che vanno facendo divisione intorno ai quadri e tondi che ornano quello spartimento con più giusta misura e proporzione, questa opera sarebbe in tutte le parti perfettissima e sarebbe stato cosa agevole il ciò fare. Ma secondo che io già intesi da certi vecchi amici d’Andrea, egli si difendeva con dire l’avere osservato nella volta il modo del partimento della Ritonda di Roma, dove le costole, che si partono dal tondo del mezzo di sopra, cioè dove ha il lume quel tempio, fanno dall’una all’altra i quadri degli sfondati dei rosoni, che a poco a poco diminuiscono, et il medesimo fa la costola, perché non casca in su la dirittura delle colonne. Aggiugneva Andrea, se chi fece quel tempio della Ritonda, che è il meglio inteso e misurato che sia e fatto con più proporzione, non tenne di ciò conto in una volta di maggior grandezza e di tanta importanza, molto meno dovea tenerne egli in uno spartimento di sfondati minori. Nondimeno molti artefici, e particolarmente Michelagnolo Buonarotti, sono stati d’opinione che la ritonda fusse fatta da tre architetti e che il primo la conducesse al fine della cornice, che è sopra le colonne; l’altro dalla cornice in su, dove sono quelle finestre d’opera più gentile; perché invero questa seconda parte è di maniera varia e diversa dalla parte di sotto, essendo state seguitate le volte senza ubidire ai diritti con lo spartimento; il terzo si crede che facesse quel portico, che fu cosa rarissima; per le quali cagioni i maestri, che oggi fanno questa arte, non cascherebbono in così fatto errore per iscusarsi poi come faceva Andrea. Al quale essendo, dopo questa opera, allogata la cappella del Sagramento nella medesima chiesa della famiglia de’ Corbinelli, egli la lavorò con molta diligenza, imitando ne’ bassi rilievi Donato e gl’altri artefici eccellenti, e non perdonando a niuna fatica per farsi onore, come veramente fece. In due nicchie, che mettono in mezzo un bellissimo tabernacolo, fece due Santi, poco maggiori d’un braccio l’uno, cioè San Iacopo e San Matteo, lavorati con tanta vivacità e bontà, che si conosce in loro tutto il buono e niuno errore. Così fatti anco sono due Angeli tutti tondi, che sono in questa opera per finimento, con i più bei panni, essendo essi in atto di volare, che si possino vedere; et in mezzo è un Cristo piccolino ignudo molto grazioso. Vi sono anco alcune storie di figure piccole nella predella e sopra il tabernacolo, tanto ben fatte, che la punta d’un pennello a pena farebbe quello che fece Andrea con lo scarpello. Ma chi vuole stupire della diligenza di questo uomo singolare guardi tutta l’opera di quella architettura, tanto bene condotta e commessa per cosa piccola, che pare tutta scarpellata in un sasso solo. È molto lodata ancora una Pietà grande di marmo, che fece di mezzo rilievo nel dossale dell’altare, con la Madonna e San Giovanni che piangono. Né si può immaginare il più bel getto di quello che sono le grate di bronzo col finimento di marmo, che chiuggono quella cappella e con alcuni corvi, impresa, o vero arme de’ Corbinelli, che fanno ornamento ai candelieri di bronzo. Insomma questa opera fu fatta senza risparmio di fatica e con tutti quelli avvertimenti, che migliori si possono imaginare. Per queste e per l’altre opere d’Andrea divolgatosi il nome suo, fu chiesto al Magnifico Lorenzo Vecchio de’ Medici, nel cui giardino avea, come si è detto, atteso agli studii del disegno, dal re di Portogallo, per che mandatogli da Lorenzo lavorò per quel re molte opere di scultura e d’architettura, e particolarmente un bellissimo palazzo con quattro torri et altri molti edifizii. Et una parte del palazzo fu dipinta secondo il disegno e cartoni di mano d’Andrea, che disegnò benissimo, come si può vedere nel nostro libro in alcune carte di sua propria mano finite con la punta d’un carbone, con alcune altre carte d’architettura benissimo intesa. Fece anco un altare, a quel re, di legno intagliato, dentrovi alcuni profeti; e similmente di terra, per farla poi di marmo, una battaglia bellissima, rappresentando le guerre che ebbe quel re con i Mori, che furono da lui vinti; della quale opera non si vide mai di mano d’Andrea la più fiera, né la più terribile cosa, per le movenze e varie attitudini de’ cavalli, per la strage de’ morti e per la spedita furia de’ soldati in menar le mani. Fecevi ancora una figura d’un San Marco di marmo, che fu cosa rarissima. Attese anco Andrea, mentre stette con quel re, ad alcune cose stravaganti e difficili d’architettura, secondo l’uso di quel paese, per compiacere al re, delle quali cose io vidi già un libro al Monte Sansovino appresso gl’eredi suoi: il quale dicono che è oggi nelle mani di maestro Girolamo Lombardo, che fu suo discepolo et a cui rimase a finire, come si dirà, alcune opere cominciate da Andrea. Il quale, essendo stato nove anni in Portogallo, increscendogli quella servitù e desiderando di rivedere in Toscana i parenti e gl’amici, deliberò, avendo messo insieme buona somma di danari, con buona grazia del re, tornarsene a casa; e così avuta, ma con difficultà, licenza, se ne tornò a Fiorenza, lasciando chi là desse fine all’opere che rimanevano imperfette. Arrivato in Fiorenza, cominciò nel MD un San Giovanni di marmo che battezza Cristo, il quale aveva a essere messo sopra la porta del tempio di San Giovanni, che è verso la Misericordia; ma non lo finì, perché fu quasi forzato andare a Genova, dove fece due figure di marmo, un Cristo et una Nostra Donna, o vero San Giovanni, le quali sono veramente lodatissime. E quelle di Firenze così imperfette si rimasono, et ancor oggi si ritruovano nell’Opera di San Giovanni detto. Fu poi condotto a Roma da papa Giulio Secondo, e fattogli allogazione di due sepolture di marmo, poste in Santa Maria del Popolo, cioè una per il cardinale Ascanio Sforza e l’altra per il cardinale di Ricanati, strettissimo parente del Papa; le quali opere così perfettamente da Andrea furono finite, che più non si potrebbe desiderare; perché così sono elleno di nettezza, di bellezza e di grazia ben finite e ben condotte, che in esse si scorge l’osservanza e le misure dell’arte; vi si vede anco una Temperanza, che ha in mano un oriuolo da polvere, che è tenuta cosa divina e nel vero non pare cosa moderna, ma antica e perfettissima. Et ancora che altre ve ne siano simili a questa, ella nondimeno per l’attitudine e grazia è molto migliore, senzaché non può esser più vago e bello un velo, ch’ell’ha intorno, lavorato con tanta leggiadria, che il vederlo è un miracolo. Fece di marmo in Santo Agostino di Roma, cioè in un pilastro a mezzo la chiesa, una Santa Anna, che tiene in collo una Nostra Donna con Cristo, di grandezza poco meno che il vivo; la quale opera si può fra le moderne tenere per ottima; per che, sì come si vede nella vecchia una viva allegrezza e proprio naturale e nella Madonna una bellezza divina, così la figura del fanciullo Cristo è tanto ben fatta, che niun’altra fu mai condotta simile a quella di perfezzione e di leggiadria. Onde meritò che per tanti anni si frequentasse d’appicarvi sonetti et altri varii e dotti componimenti, che i frati di quel luogo ne hanno un libro pieno, il quale ho veduto io con non piccola maraviglia. E di vero ebbe ragione il mondo di così fare, perciò che non si può tanto lodare questa opera che basti. Cresciuta perciò la fama d’Andrea, Leone Decimo risoluto di far fare a Santa Maria di Loreto l’ornamento della camera di Nostra Donna di marmi lavorati, secondo che da Bramante era stato cominciato, ordinò che Andrea seguitasse quell’opera insino alla fine. L’ornamento di quella camera, che aveva cominciato Bramante, faceva in su le cantonate quattro risalti doppii, i quali ornati da pilastri con base e capitelli intagliati posavano sopra un basamento ricco d’intagli alto due braccia e mezzo; sopra il qual basamento fra i due pilastri detti aveva fatto una nicchia grande per mettervi figure a sedere e sopra ciascuna di quelle un’altra nicchia minore, che giugnendo al collarino di capitegli di que’ pilastri, faceva tanta fregiatura quanto erano alti; e sopra questi veniva poi posato l’architetture, il fregio e la cornice riccamente intagliata, e, rigirando intorno intorno a tutt’e quattro le facciate e risaltando sopra le quattro cantonate, fa una nel mezzo di ciascuna facciata maggiore (perché è quella camera più lunga che larga) due vani: onde era il medesimo risalto nel mezzo che in sui cantoni e la nicchia maggiore di sotto e la minore di sopra, venivano a essere messe in mezzo da uno spazio di cinque braccia da ciascun lato: nel quale spazio erano due porte, cioè una per lato, per le quali si aveva l’entrata alla detta cappella; e sopra le porte era un vano fra nicchia e nicchia di braccia cinque, per farvi storie di marmo. La facciata dinanzi era simile, ma senza nicchie nel mezzo, e l’altezza dell’imbasamento faceva col risalto uno altare, il quale accompagnavano le cantonate de’ pilastri e le nicchie de’ canti. Nella medesima facciata era nel mezzo una larghezza della medesima misura che gli spazii dalle bande per alcune storie della parte di sopra e di sotto in tanta altezza quanta era quella della parte, ma cominciando sopra l’altare, era una grata di bronzo dirimpetto all’altare di dentro per la quale si udiva la messa e vedeva il didentro della camera et il detto altare della Madonna. In tutto, dunque, erano gli spazii e vani per le storie sette: uno dinanzi sopra la grata, due per ciascun lato maggiore e due di sopra, ciò dietro all’altare della Madonna, et oltre ciò otto nicchie grandi et otto piccole, con altri vani minori per l’arme et imprese del Papa e della chiesa. Andrea dunque, avendo trovato la cosa in questo termine, scompartì con ricco e bello ordine nei sottospazii istorie della vita della Madonna; in una delle due facciate dai lati cominciò per una parte la Natività della Madonna e la condusse a mezzo, onde fu poi finita del tutto da Baccio Bandinelli; nell’altra parte cominciò lo Sposalizio, ma essendo anco questa rimasa imperfetta fu, dopo la morte d’Andrea, finita in quel modo che si vede da Raffaello da Monte Lupo; nella facciata dinanzi ordinò in due piccoli quadri, che mettono in mezzo la grata di bronzo, che si facesse in uno la Visitazione e nell’altro quando la Vergine e Giuseppo vanno a farsi descrivere. E queste storie furono poi fatte da Francesco da San Gallo allora giovane. In quella parte, poi, dove è lo spazio maggiore, fece Andrea l’angelo Gabbriello che annunzia la Vergine (il che fu in quella stessa camera che questi marmi rinchiuggono) con tanta bella grazia, che non si può veder meglio, avendo fatta la Vergine intensissima a quel saluto e l’Angelo ginocchioni, che non di marmo, ma pare veramente celeste e che di boca gl’esca "Ave Maria". Sono in compagnia di Gabbriello due altri Angeli tutti tondi e spiccati uno de’ quali camina appresso di lui e l’altro pare che voli. Due altri Angeli stanno dopo un casamento, in modo traforati dallo scarpello che paiono vivi; in aria e sopra una nuvola trasforata, anzi quasi tutta spiccata dal marmo, sono molti putti che sostengono un Dio Padre che manda lo Spirito Santo per un raggio di marmo, che, partendosi da Lui, tutto spiccato pare naturalissimo, sì come è anco la colomba, che sopra esso rappresenta esso Spirito Santo; né si può dire quanto sia bello e lavorato con sottilissimo intaglio un vaso pieno di fiori, che in questa opera fece la graziosa mano d’Andrea, il quale nelle piume degl’Angeli, nella capigliatura, nella grazia de’ volti e de’ panni et insomma in ogni altra cosa sparse tanto del buono che non si può tanto lodare questa divina opra che basti. E nel vero quel santissimo luogo, che fu propria casa et abitazione della Madre del Figliuol di Dio, non poteva quanto al mondo ricevere maggiore, né più ricco e bello ornamento di quello che egli ebbe dall’architettura di Bramante e dalla scultura d’Andrea Sansavino, come che se tutto fusse delle più preziose gemme orientali, non sarebbe se non poco più che nulla a tanti meriti. Consumò Andrea tanto tempo in questa opera, che quasi non si crederebbe, onde non ebbe tempo a finire l’altre che aveva cominciato: perché oltre alle dette di sopra cominciò in una facciata da uno dei lati la Natività di Gesù Cristo, i pastori e quattro Angeli che cantano; e questi tutti finì tanto bene che paiono vivissimi; ma la storia, che sopra questa cominciò, de’ Magi fu poi finita da Girolamo Lombardo suo discepolo e da altri. Nella testa di dietro ordinò che si facessero due storie grandi, cioè una sopra l’altra: in una la morte di essa Nostra Donna e gl’Apostoli che la portano a seppellire, quattro Angeli in aria e molti Giudei che cercano di rubar quel corpo santissimo; e questa fu finita, dopo la vita d’Andrea, dal Bologna scultore. Sotto questa poi ordinò che si facesse la storia del Miracolo di Loreto et in che modo quella capella, che fu la camera di Nostra Donna e dove ella nacque, fu allevata e salutata dall’Angelo, e dove ella nutrì il Figliuolo insino a dodici anni e dimorò poi sempre dopo la morte di lui, fusse finalmente dagl’Angeli portata prima in Ischiavonia, dopo nel territorio di Ricanati in una selva, e per ultimo dove ella è oggi tenuta con tanta venerazione e con solenne frequenza di tutti i popoli cristiani continuamente visitata. Questa storia, dico, secondo che da Andrea era stato ordinato, fu in quella facciata fatta di marmo dal Tribolo scultore fiorentino, come al suo luogo si dirà. Abbozzò similmente Andrea i Profeti delle nicchie, ma non avendo interamente finitone se non uno, gl’altri sono poi stati finiti dal detto Girolamo Lombardo e da altri scultori, come si vedrà nelle vite che seguono. Ma quanto in questa parte appartiene ad Andrea, questi suoi lavori sono i più belli e meglio condotti di scultura che mai fussero stati fatti insino a quel tempo. Il palazzo similmente della canonica di quella chiesa fu similmente seguitato da Andrea, secondo che Bramante di commessione di papa Leone aveva ordinato; ma essendo anco rimaso dopo Andrea imperfetto, fu seguitata la fabrica sotto Clemente Settimo da Antonio da San Gallo e poi da Giovanni Boccalino architetto, sotto il reverendissimo cardinale di Carpi, insino all’anno 1563. Mentre che Andrea lavorò alla detta cappella della Vergine, si fece la fortificazione di Loreto et altre cose, che molto furono lodate dall’invittissimo signor Giovanni de’ Medici, col quale ebbe Andrea stretta dimestichezza, essendo stato da lui conosciuto primieramente in Roma. Avendo Andrea di vacanza quattro mesi dell’anno, per suo riposo, mentre lavorò a Loreto, consumava il detto tempo al Monte, sua patria, in agricoltura, godendosi in tanto un tranquillissimo riposo con i parenti e con gl’amici. Standosi dunque la state al monte, vi fabbricò per sé una comoda casa e comperò molti beni, et ai frati di Santo Agostino di quel luogo fece fare un chiostro, che, per piccolo che sia, è molto bene inteso, se bene non è quadro, per averlo voluto que’ padri fabricare in sulle mura vecchie. Nondimeno Andrea lo ridusse nel mezzo quadro ingrossando i pilastri ne’ cantoni, per farlo tornare, essendo sproporzionato, a buona e giusta misura. Disegnò anco a una Compagnia, che è in detto chiostro, intitolata Santo Antonio, una bellissima porta di componimento dorico, e similmente il tramezzo et il pergamo della chiesa di esso Santo Agostino. Fece anco fare nello scendere, per andare alla fonte, fuor d’una porta, verso la pieve vecchia a mezza costa una cappelletta per i frati, ancor che non ne avessero voglia. In Arezzo fece il disegno della casa di Messer Pietro astrologo peritissimo, e di terra una figura grande per Monte Pulciano, cioè un re Porsena, che era cosa singulare, ma non l’ho mai rivista dalla prima volta in poi, onde dubito non sia male capitata. Et a un prete tedesco amico suo, fece un San Rocco di terra cotta grande quanto il naturale e molto bello; il quale prete lo fece porre nella chiesa di Battifolle, contado d’Arezzo: e questa fu l’ultima scultura che facesse. Diede anco il disegno delle scale della salita al Vescovado d’Arezzo. E per la Madonna delle Lagrime della medesima città fece il disegno d’uno ornamento che si aveva a fare di marmo, bellissimo con quattro figure di braccia quatro l’una, ma non andò questa opera inanzi per la morte di esso Andrea; il quale pervenuto all’età di LXVIII anni, come quello che mai non stava ozioso, mettendosi in villa a tramutare certi pali da luogo a luogo, prese una calda et in pochi giorni, aggravato da continua febre, si morì l’anno 1529. Dolse la morte d’Andrea, per l’onore alla patria e per l’amore et utile a’ tre suoi figliuoli maschi et alle femmine parimente; e non è molto tempo che Muzio Camillo, un de’ tre predetti figliuoli, il quale negli studii delle buone lettere riusciva ingegno bellissimo, gl’andò dietro con molto danno della sua casa e dispiacere degl’amici. Fu Andrea, oltre alla professione dell’arte, persona invero assai segnalata; perciò che fu nei discorsi prudente e d’ogni cosa ragionava benissimo; fu provido e costumato in ogni sua azzione, amicissimo degl’uomini dotti e filosofo naturalissimo. Attese assai alle cose di cosmografia e lasciò ai suoi alcuni disegni e scritti di lontananze e di misure. Fu di statura alquanto piccolo, ma benissimo formato e complessionato. I capegli suoi erano distesi e molli, gl’occhi bianchi, il naso aquilino, la carne bianca e rubiconda, ma ebbe la lingua alquanto impedita. Furono suoi discepoli Girolamo Lombardo detto, Simone Cioli fiorentino, Domenico dal Monte San Savino, che morì poco dopo lui, Lionardo del Tasso fiorentino, che fece in Santo Ambruogio di Firenze sopra la sua sepoltura un San Bastiano di legno e la tavola di marmo delle monache di Santa Chiara. Fu similmente suo discepolo Iacopo Sansovino fiorentino, così nominato dal suo maestro, del quale si ragionerà a suo luogo distesamente. Sono, dunque, l’architettura e la scultura molto obligate ad Andrea, per aver egli nell’una aggiunto molti termini di misure et ordini di tirar pesi et un modo di diligenza che non si era per innanzi usato, e nell’altra avendo condotto a perfezzione il marmo con giudizio, diligenza e pratica maravigliosa.