Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Agnolo Gaddi

Agnolo Gaddi

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giovanni da Ponte Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Berna Sanese IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Giovanni da Ponte Berna Sanese

VITA D’AGNOLO GADDI PITTOR FIORENTINO

Di quanto onore e utile sia l’essere eccellente in un’arte nobile, manifestamente si vide nella virtù e nel governo di Taddeo Gaddi, il quale, essendosi procacciato con la industria e fatiche sue oltre al nome buonissime faccultà, lasciò in modo accomodate le cose della famiglia sua, quando passò all’altra vita, che agevolmente potettono Agnolo e Giovanni suoi figliuoli dar poi principio a grandissime ricchezze et all’esaltazione di casa Gaddi, oggi in Fiorenza nobilissima et in tutta la cristianità molto reputata. E di vero è ben stato ragionevole, avendo ornato Gaddo, Taddeo, Agnolo e Giovanni colla virtù e con l’arte loro molte onorate chiese, che siano poi stati i loro successori dalla S. Chiesa Romana e da’ sommi Pontefici di quella, ornati delle maggiori dignità ecclesiastiche. Taddeo dunque, del quale avemo di sopra scritto la vita, lasciò Agnolo e Giovanni suoi figliuoli in compagnia di molti suoi discepoli, sperando che particolarmente Agnolo dovesse nella pittura eccellentissimo divenire; ma egli, che nella sua giovanezza mostrò volere di gran lunga superare il padre, non riuscì altramente secondo l’openione che già era stata di lui conceputa, perciò che, essendo nato e alevato negl’agi, che sono molte volte d’impedimento agli studii, fu dato più ai traffichi e alle mercanzie che all’arte della pittura. Il che non ci dee né nuova né strana cosa parere, attraversandosi quasi sempre l’avarizia a molti ingegni, che ascenderebbono al colmo delle virtù, se il desiderio del guadagno negl’anni primi e migliori non impedisse loro il viaggio. Lavorò Agnolo nella sua giovanezza in Fiorenza, in S. Iacopo tra’ fossi, di figure poco più d’un braccio un’istorietta di Cristo quando resuscitò Lazero quatriduano, dove, immaginatosi la corruzzione di quel corpo stato morto tre dì, fece le fasce che lo tenevano legato macchiate dal fracido della carne, e intorno agl’occhi certi lividi e giallicci della carne, tra la viva e la morta, molto consideratamente; non senza stupore degl’Apostoli e d’altre figure, i quali con attitudini varie e belle, e con i panni al naso per non sentire il puzzo di quel corpo corrotto, mostrano non meno timore e spavento per cotale maravigliosa novità, che allegrezza e contento Maria e Marta che si veggono tornare la vita nel corpo morto del fratello; la quale opera di tanta bontà fu giudicata, che molti stimarono la virtù d’Agnolo dovere trapassare tutti i discepoli di Taddeo e ancora lui stesso, ma il fatto passò altramente perché, come la volontà nella giovanezza vince ogni difficultà per acquistare fama, così molte volte una certa stracurataggine che seco portano gl’anni fa che in cambio d’andare inanzi si torna indietro, come fece Agnolo; al quale per così gran saggio della virtù sua essendo poi stato allogato dalla famiglia d’i Soderini, sperandone gran cose, la capella maggiore del Carmine, egli vi dipinse dentro tutta la vita di Nostra Donna, tanto men bene che non avea fatto la ressurrezione di Lazzero, che a ognuno fece conoscere avere poca voglia d’attendere con tutto lo studio all’arte della pittura; perciò che in tutta quella così grand’opera, non è altro di buono che una storia, dove intorno alla Nostra Donna in una stanza sono molte fanciulle, che come hanno diversi gl’abiti e l’acconciature del capo secondo che era diverso l’uso di que’ tempi, così fanno diversi essercizii: questa fila, quella cuce, quell’altra incanna, una tesse et altre altri lavori assai bene da Agnolo considerati e condotti. Nel dipignere similmente per la famiglia nobile degl’Alberti la capella maggiore della chiesa di Santa Croce a fresco, facendo in essa tutto quello che avvenne nel ritrovamento della croce, condusse quel lavoro con molta pratica ma con non molto disegno, perché solamente il colorito fu assai bello e ragionevole. Nel dipignere poi nella capella de’ Bardi, pure in fresco, e nella medesima chiesa alcune storie di San Lodovico, si portò molto meglio; e perché costui lavorava a capricci, e quando con più studio e quando con meno, in Santo Spirito pure di Firenze, dentro alla porta che di piazza va in convento, fece sopra un’altra porta una Nostra Donna col Bambino in collo e Santo Agostino e Santo Niccolò, tanto bene a fresco che dette figure paiono fatte pur ieri. E perché era in certo modo rimaso a Agnolo per eredità il segreto di lavorare il musaico e aveva in casa gl’instrumenti e tutte le cose che in ciò aveva adoperato Gaddo suo avolo, egli più per passar tempo e per quella comodità che per altro, lavorava, quando bene gli veniva, qualche cosa di musaico. Laonde, essendo stati dal tempo consumati molti di que’ marmi che cuoprono l’otto faccie del tetto di San Giovanni, e per ciò avendo l’umido che penetrava dentro guasto assai del musaico che Andrea Tafi aveva già in quel tempo lavorato, deliberarono i consoli dell’Arte de’ Mercatanti, acciò non si guastasse il resto, di rifare la maggior parte di quella coperta di marmi, e fare similmente racconciare il musaico. Perché dato di tutto ordine e commissione a Agnolo, egli l’anno 1346 fece ricoprirlo di marmi nuovi e sopraporre, con nuova diligenza, i pezzi delle commettiture due dita l’uno all’altro, intaccando la metà di ciascuna pietra insino a mezzo. Poi comettendole insieme con stucco fatto di mastrice e cera fondute insieme, l’accomodò con tanta diligenza che da quel tempo in poi non ha né il tetto né le volte alcun danno dall’acque ricevuto. Avendo poi Agnolo racconcio il musaico, fu cagione mediante il consiglio suo e disegno molto ben considerato, che si rifece in quel modo che sta ora, intorno al detto tempio, tutta la cornice di sopra di marmo sotto il tetto, la quale era molto minore che non è, e molto ordinaria. Per ordine del medesimo furono fatte ancora nel palagio del podestà le volte della sala che prima era a tetto, acciò che, oltre all’ornamento, il fuoco, come molto tempo inanzi fatto avea, non potesse altra volta farle danno. Appresso questo, per consiglio d’Agnolo furono fatti intorno al detto palazzo i merli che oggi vi sono, i quali prima non vi erano di niuna sorte. Mentre che queste cose si lavoravano, non lasciando del tutto la pittura, dipinse nella tavola, che egli fece dell’altar maggiore di San Brancazio a tempera, la Nostra Donna, San Giovanni Battista et il Vangelista, et appresso San Nereo, Achilleo e Pancrazio fratelli con altri Santi. Ma il meglio di quell’opera, anzi quanto vi si vede di buono, è la predella sola, la quale è tutta piena di figure piccole, divise in otto storie della Madonna e di Santa Reparata. Nella tavola poi dell’altar grande di Santa Maria Maggiore pur di Firenze, fece per Barone Capelli nel 1348 intorno a una Coronazione di Nostra Donna un ballo d’Angeli ragionevole. Poco poi nella Pieve della terra di Prato, stata riedificata con ordine di Giovanni Pisano l’anno 1312, come si è detto di sopra, dipinse Agnolo, nella capella, a fresco, dove era riposta la Cintola di Nostra Donna, molte storie della vita di lei, e in altre chiese di quella terra, piena di monasterii e conventi onoratissimi, altri lavori assai. In Fiorenza poi dipinse l’arco sopra la porta di San Romeo e lavorò a tempera in Orto S. Michele una disputa di Dottori con Cristo nel tempio; e nel medesimo tempo, essendo state rovinate molte case per allargare la piazza de’ Signori, et in particolare la chiesa di Santo Romolo, ella fu rifatta col disegno d’Agnolo, del quale si veggiono in detta città per le chiese molte tavole di sua mano, e similmente nel dominio si riconoscono molte delle sue opere, le quali furono lavorate da lui con molto suo utile se bene lavorava più per fare come i suoi maggiori fatto avevano che per voglia che ne avessi, avendo egli indiritto l’animo alla mercanzia che gli era di migliore utile; come si vide quando i figliuoli non volendo più vivere da dipintori si diedero del tutto alla mercatura, tenendo per ciò casa aperta in Vinezia insieme col padre che, da un certo tempo in là, non lavorò se non per suo piacere e in un certo modo per passar tempo. In questa guisa dunque, mediante i traffichi e mediante l’arte sua avendo Agnolo acquistato grandissime facultà, morì l’anno sessantatreesimo di sua vita oppresso da una febre maligna che in pochi giorni lo finì. Furono suoi discepoli maestro Antonio da Ferrara, che fece in San Francesco a Urbino e a Città di Castello molte bell’opere, e Stefano da Verona, il quale dipinse in fresco perfettissimamente, come si vede in Verona sua patria in più luoghi et in Mantoa ancora in molte sue opere. Costui fra l’altre cose fu eccellente nel fare con bellissime arie i volti de’ putti, delle femmine e de’ vecchi, come si può vedere nell’opere sue, le quali furono immitate e ritratte tutte da quel Piero da Perugia miniatore, che miniò tutti i libri che sono a Siena in Duomo nella libreria di Papa Pio, e che colorì in fresco praticamente. Fu anche discepolo d’Agnolo Michele da Milano e Giovanni Gaddi suo fratello, il quale nel chiostro di Santo Spirito, dove sono gl’archetti di Gaddo e di Taddeo, fece la disputa di Cristo nel tempio con i Dottori, la purificazione della Vergine, la tentazione di Cristo nel diserto et il battesimo di Giovanni, e finalmente essendo in espettazione grandissima si morì. Imparò dal medesimo Agnolo la pittura Cennino di Drea Cennini da Colle di Valdelsa, il quale, come affezionatissimo dell’arte, scrisse in un libro di sua mano i modi del lavorare a fresco, a tempera, a colla et a gomma, et inoltre come si minia e come in tutti i modi si mette d’oro. Il qual libro è nelle mani di Giuliano orefice sanese, eccellente maestro et amico di quest’arti. E nel principio di questo suo libro trattò della natura de’ colori così minerali come di cave, secondo che imparò da Agnolo suo maestro, volendo, poiché forse non gli riuscì imparare a perfettamente dipignere, sapere al meno le maniere de’ colori, delle tempere, delle colle e dello ingessare, e da quali colori dovemo guardarci come dannosi nel mescolargli, et insomma molti altri avvertimenti de’ quali non fa bisogno ragionare, essendo oggi notissime tutte quelle cose che costui ebbe per gran secreti e rarissime in que’ tempi. Non lascerò già di dire che non fa menzione, e forse non dovevano essere in uso, d’alcuni colori di cave, come terre rosse scure, il cinabrese e certi verdi in vetro; si sono similmente ritrovate poi, la terra d’ombra, che è di cava, il giallo santo, gli smalti a fresco et in olio et alcuni verdi e gialli in vetro de’ quali mancarono i pittori di quell’età; trattò finalmente de’ musaici, del macinare i colori a olio per far campi rossi, azurri, verdi e d’altre maniere; e de’ mordenti per mettere d’oro, ma non già per figure. Oltre l’opere che costui lavorò in Fiorenza col suo maestro, è di sua mano, sotto la loggia dello spedale di Bonifazio Lupi, una Nostra Donna con certi santi di maniera sì colorita ch’ella si è insino a oggi molto bene conservata. Questo Cennino, nel primo capitolo di detto suo libro, parlando di se stesso, dice queste proprie parole: "Cennino di Drea Cennini da Colle Di Valdelsa fui informato in nella detta arte dodici anni da Agnolo di Taddeo da Firenze mio maestro, il quale imparò la detta arte da Taddeo suo padre, el quale fu battezzato da Giotto e fu suo discepolo anni ventiquattro. El quale Giotto rimutò l’arte del dipignere di greco in latino e ridusse al moderno, e l’ebbe certo più compiuta che avesse mai nessuno". Queste sono le proprie parole di Cennino, al quale parve, sì come fanno grandissimo benefizio quelli che di greco traducono in latino alcuna cosa a coloro che il greco non intendono, che così facesse Giotto in riducendo l’arte della pittura d’una maniera non intesa né conosciuta da nessuno (se non se forse per goffissima) a bella, facile e piacevolissima maniera intesa e conosciuta per buona da chi ha giudizio e punto del ragionevole. I quali tutti discepoli d’Agnolo gli fecero onore grandissimo, et egli fu dai figliuoli suoi, ai quali si dice lasciò il valere di cinquantamila fiorini o più, sepellito in Santa Maria Novella, nella sepoltura che egli medesimo aveva fatto per sé e per i descendenti, l’anno di nostra salute MCCCLXXXVII. Il ritratto d’Agnolo fatto da lui medesimo si vede nella capella degli Alberti in Santa Croce, nella storia dove Eraclio imperatore porta la croce, allato a una porta, dipinto in proffilo con un poco di barbetta e con un cappuccio rosato in capo secondo l’uso di que’ tempi. Non fu eccellente nel disegno per quello che mostrano alcune carte che di sua mano sono nel nostro libro.

IL FINE DELLA VITA D’AGNOLO GADDI